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L’anti-CEO: la storia del re dello yogurt contro il profitto ad ogni costo

È la tipica “success story” all’americana. Un immigrato arriva negli Stati Uniti senza un soldo, si crea un impero e va in pensione dopo aver venduto tutto a un hedge fund. Solo che alla fine di questa storia il protagonista è deciso a mantenere il pieno controllo della sua società, denunciando i guadagni smisurati delle sue concorrenti. Eppure Hamdi Ulukaya, cinquant’anni, imprenditore di origini curde, è uno che di profitti se ne intende.

Nel 2005 ha fondato l’azienda alimentare Chobani, – «pastore» in turco – e oggi detiene il 20% del mercato dello yogurt americano ed è leader di settore in quello di tipo “greco”, diventando un caso di studio su come una piccola attività di beni di consumo possa arrivare a competere con i giganti. Con un fatturato annuo di 2 miliardi di dollari e oltre 2mila dipendenti, fin dall’inizio Ulukaya aveva una missione ben chiara: dimostrare che capitalismo e spirito umanitario possono coesistere.

Dal basso
Nato a Ilic, un piccolo villaggio dell’Anatolia, in Turchia, da una famiglia di pastori, Ulukaya è cresciuto tra le montagne pascolando le pecore del padre insieme ai suoi sei fratelli. A undici anni un insegnante gli suggerisce di candidarsi per una borsa di studio e diventa il primo della sua famiglia a proseguire gli studi. Frequenta l’università di Ankara e nel 1994, con 3mila dollari in tasca, raggiunge dei parenti negli Stati Uniti per imparare l’inglese, mantenendosi con dei lavori umili.

Un giorno all’università gli viene assegnato un saggio sulla produzione di qualcosa, e lui scrive dell’unico argomento che conosce: il formaggio di feta. Colpito dalle sue conoscenze, il professore lo invita a lavorare nella sua fattoria. Quando suo padre viene in visita, il figlio ossequente cerca di trovare la migliore feta da servirgli, ma il padre si lamenta della qualità. Sotto suo consiglio decide allora di fondare la sua prima azienda, la Euphrates, e inizia a girare tutta l’East Coast su un furgone scassato in cerca dei suoi primi clienti per vendere la sua feta da latte di vaccino.

Nel 2005, grazie a un programma di sostegno statale, raccoglie i fondi necessari per comprare una vecchia fabbrica di formaggio della Kraft a New Berlin, nello stato di New York, e iniziando con quattro dipendenti dalla vecchia gestione decide di produrre lo yogurt al naturale, un prodotto allora conosciuto ai consumatori americani abituati da decenni ai prodotti “junk”, processati e pieni di zuccheri, di grandi aziende come Danone, PepsiCo e Nestlé.

Ulukaya dice che non avrebbe mai immaginato di diventare un grande imprenditore e di aver imparato tutto per tentativi ed errori, capendo l’enorme potenziale che un’impresa può avere sulla vita delle persone. Parla della sua azienda in termini organici; la sua sostenibilità fa parte della sua storia personale. E ci riesce, fino a superarle e a diventare sponsor delle olimpiadi. Oggi Chobani è un prodotto nazionale, ma ha forti radici tra le vallate e le colline sinuose di New Berlin, che gli ricordano casa.

Prediligere la collettività
Il commercio è quella cosa che per definizione viene condotto tra persone dentro le comunità e nell’epoca della globalizzazione impersonale, Ulukaya predilige quella che i sociologi chiamano gemeinschaft (collettività) rispetto alla geselleschaft (azienda). Fin dall’inizio ha assunto e formato immigrati e rifugiati approdati a New Berlin.

«In quella cittadina dove ero la seconda persona a parlare con un accento straniero, alla fine tra tutte le persone finite lì per lavorare parlavamo più di 15 lingue diverse», racconta in un’intervista a Newsweek. Dopo averli preparati – non senza l’aiuto di alcuni traduttori – nella fabbrica si è venuta a creare un’atmosfera speciale. I rifugiati hanno iniziato a interagire tra loro. Persone provenienti da tutto il mondo, spalla a spalla, che producevano yogurt. Erano persone che si erano lasciate tutto alle spalle, erano arrivati in una nuova città, ma non riuscivano a costruirsi una nuova vita.

«Dal minuto in cui hanno iniziato a lavorare, a provvedere alle loro famiglie, per me non erano più rifugiati, ma lavoratori. In quel momento non solo hanno iniziato una nuova vita facendo bene a sé stessi, ma facendolo alla società, alla loro comunità e all’azienda. Nel 2021, Ulukaya ha deciso di trasferire ai lavoratori il 10% delle azioni di Chobani e ogni operaio guadagna un minimo di 15 dollari l’ora, quasi il doppio del salario minimo legale negli Stati Uniti.

Con lo stesso spirito di generosità, negli anni Ulukaya ha donato milioni di dollari per combattere la malnutrizione e l’insicurezza alimentare in tutto il mondo, oltre a sostenere diverse iniziative di soccorso per rifugiati. Dopo essersi recato all’agenzia per i rifugiati dell’Onu di Ginevra e notando che quasi nessuno tra i suoi colleghi si occupava del tema, nel 2016 decide di fondare la “Tent Partnership for Refugees”, una società che assume, addestra e sostiene i rifugiati.

«Da quel momento sono iniziati ad arrivare gli afghani, e dopo aver coinvolto circa 50 aziende in pochi mesi abbiamo creato 20mila nuovi posti di lavoro. La maggior parte delle imprese coinvolte ha mantenuto i lavoratori e oggi sono oltre 300 le società coinvolte nell’iniziativa tra Canada, Colombia, Stati Uniti e Europa; tra cui figurano marchi come Hilton, Pfizer, Pepsi e Airbnb. Dopo aver sostenuto le zone colpite dal terremoto in Siria e Turchia a maggio – scomodando colleghi e capi di Stato – ora Ulukaya vuole occuparsi della crisi umanitaria dei rifugiati ucraini. «È una situazione in cui tutti hanno da guadagnarci», spiega. 

Greedflation
Negli ultimi mesi un numero crescente di analisti sostiene che l’inflazione è guidata in gran parte dall’eccesso dei profitti. I prezzi delle materie prime, in particolare cibo ed energia, sono schizzati nei mesi successivi all’invasione dell’Ucraina. Tuttavia gli introiti delle grandi aziende sono rimasti alti – se non a livelli record – durante tutto il 2022, proseguendo il trend anche nel 2023, e società come Nestlé parlano di “prezzi responsabili” per giustificare la loro capacità di mantenere il loro volume d’affari nonostante l’inflazione.

Nell’eurozona i prezzi dei prodotti alimentari sono aumentati del 15,4% rispetto a marzo dell’anno scorso, e molti economisti europei, inclusa la BCE, riconoscono che i margini di profitto sono la causa fondamentale dietro all’inflazione regionale. Non a caso gli economisti hanno coniato il termine “greedflation” – avarizia + inflazione – per parlare del settore delle materie prime.

Nel 2019, mentre teneva un TED Talk intitolato “Il manuale dell’anti-CEO”, Ulukaya ha dichiarato che la nozione per cui le attività esistono solo per massimizzare i profitti degli azionisti è l’idea più stupida che avesse mai sentito. Tuttavia sorge spontanea la domanda: è possibile concentrarsi sul bene comune dovendo rispondere a investitori che richiedono margini di profitto sempre più alti? «Io produco cibo e guardo i costi: dove erano sei mesi fa, dove erano un anno fa e dove sono oggi» ha detto in un’intervista alla Cnn.

«È ovvio che si devono trasferire alcuni aumenti di prezzo ai clienti, ma questi fattori produttivi stanno tornando a scendere e questo non viene riflesso sul prezzo dei prodotti: sono ancora troppo alti. È preoccupante. Credo che i produttori di alimenti debbano essere consapevoli del fatto che le persone hanno difficoltà a permettersi il cibo».

Ulukaya spera che l’approccio etico di Chobani abbia un impatto su altre aziende per dimostrare che concentrarsi solo sul profitto è un’idea del passato e nelle aziende del futuro non c’è posto per questa visione limitata. Ciò non vuol dire rinunciare ai profitti, ma rinunciare ai profitti troppo alti.

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