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Prezzi alti, luoghi affollati e pochi posti, De Masi a TPI: “Così le vacanze non sono più un godimento ma una battaglia”

Si spengono i computer, si svuotano gli uffici. Entra nel vivo la prima estate dopo la fine delle restrizioni per il Covid, che vedrà in partenza 30 milioni di italiani, secondo i dati di Confcommercio. Ma ci sono anche nove milioni di nostri connazionali che rimarranno a casa, perché non si possono permettere economicamente di viaggiare, come sottolinea una ricerca di Emg. A caratterizzare ancor più del solito quest’estate sono infatti i rincari, a cominciare dai trasporti. E così un volo Linate-Olbia può arrivare a costare più di uno da Milano a New York. Ammirare le bellezze del nostro Paese rischia quindi di diventare sempre più un lusso da ricchi. Temi che abbiamo affrontato con il professor Domenico De Masi, noto sociologo e professore ordinario alla Sapienza di Roma.

Professore, come sono cambiate negli anni le abitudini degli italiani che partono per le vacanze?
“Con l’avvento industriale si sono introdotte le ferie, e così il concetto del riposo estivo si è esteso a tutte le classi sociali, per quello che prima era un beneficio riservato all’alta borghesia. Gli operai andavano in vacanza nello stesso periodo, secondo le caratteristiche della catena di montaggio. Si è creato così questo rito, per cui tutti partivano il primo agosto e rientravano alla fine del mese. Più di recente, l’aumento dei lavori di tipo intellettuale ha fatto venir meno questa esigenza, e le ferie si sono spalmate nel corso dell’estate”.

Quali sono state le mutazioni più significative nel settore turistico?
“Innanzitutto è aumentato il numero di coloro che si spostano per vacanza. Le cause sono molteplici: la crescita della popolazione mondiale, l’aumento della ricchezza, l’allungamento della vita media, lo sviluppo del turismo legato alla salute o allo studio, l’incremento della scolarizzazione e della conoscenza dell’inglese. E ancora lo sviluppo dei mezzi di trasporto e il massiccio ricorso allo smart working, che spinge molte persone nel tempo libero a spostarsi lontano da casa. Ci sono poi cambiamenti che riguardano la qualità e il metodo nel fare turismo.  Oggi i turisti nel mondo sono 1 miliardo e 600 milioni: un business che cresce di quasi il 7% all’anno. Così le zone più altamente turistiche sono piene di visitatori durante tutto l’anno, per cui molte strutture ricettive rimangono aperte anche al di là dei mesi estivi”.

L’Italia, naturalmente e storicamente votata al turismo, ha saputo adeguarsi a questi cambiamenti?
“Nel 1970 l’Italia era il Paese più visitato al mondo. Oggi al primo posto c’è la Francia, mentre noi siamo scesi al quinto posto, dietro la Cina. Nonostante ciò, le grandi città italiane o le mete più note come la Costiera Amalfitana sono letteralmente prese d’assalto. Ci sono per esempio zone di Roma in cui non si riesce a camminare, o musei e luoghi di svago completamente saturi, per i quali è necessario prenotare con largo anticipo. Il rapporto tra numero di turisti e strutture ricettive è totalmente sbilanciato. D’altronde il turismo rappresenta il 15% del nostro Pil”.

Questo boom di presenze, concentrate in un ristretto periodo di tempo, fa sì che specie nelle zone più in voga ci siano pochi posti e un forte aumento dei prezzi.
“Abbiamo ampiamente superato il livello di guardia. In questo modo aumenta sempre più il divario tra i turisti miliardari e quelli comuni. Oggi, per esempio, una suite in un noto albergo di Ravello arriva a costare 15mila euro a notte. C’è quindi un gap enorme tra chi può godere di questo turismo esclusivo e chi invece 15mila euro non arriva a guadagnarli in un anno”.

Le vacanze, insomma, non sono alla portata di tutti.
“Aumenta però per paradosso il numero di chi se lo può permettere, pur essendo diminuiti i visitatori locali. Ci sono magari meno italiani, ma sono cresciuti i turisti provenienti da realtà in forte crescita economica come la Cina. Possiamo considerarlo un privilegio di massa, se visto su scala globale”.

Una soluzione può essere quella di cercare di destagionalizzare il turismo.
“Si scontrano in tal senso due proposte. Una possibilità è quella di porre una barriera di tipo economico nelle località più inflazionate, e cioè far pagare per poterci entrare. Non sono sicuro però che questa sia la soluzione giusta per ridurre l’affollamento, visto che si tratterebbe comunque di una cifra irrisoria e alla portata di molti. Per entrare al Pantheon, per esempio, adesso si pagano cinque euro, una somma che di certo non scoraggia le masse. Per rendere praticabile questa soluzione bisognerebbe alzare talmente tanto i prezzi da permettere solo a pochi l’accesso alle città, ma questo cozzerebbe con il carattere pubblico di tante opere d’arte che si possono visitare. L’altra teoria prevede che non si possano mettere vincoli economici, perché tutti devono poter ammirare le bellezze di Capri o Cortina. Insomma, il problema sta diventando di difficile risoluzione”.

Esistono poi vari tipi di turismo, da quello religioso a quello sanitario, da quello enogastronomico a quello esperienziale.
“Possiamo individuare tre grandi categorie: il turismo di massa, che è quello mordi e fuggi; il turismo familiare, di chi richiede comodità e tranquillità; e infine il turismo di élite, di chi è disposto a pagare tanto ma in cambio vuole qualità e servizi di alto livello. Questi tre turismi sono molto diversi tra loro e uno esclude l’altro”.

 Quali pensa saranno quindi gli scenari futuri?
“In biologia si parla di omeostasi. Per fare un esempio, in un bel prato le cavallette aumenteranno sempre più, finché non finisce l’erba e le cavallette muoiono. Fuor di metafora, se si aumentano i prezzi – quindi si riduce l’erba del prato – i turisti prima o poi caleranno. E riparte il ciclo. Ma sono mutamenti che richiedono moltissimo tempo”.

Non sembrano esserci dunque soluzioni all’orizzonte per riportare il tutto a una maggiore normalità.
“Siamo entrati in un cul-de-sac. È quello che in sociologia si chiama iper-oggetto, cioè un fenomeno che esce dalla governabilità. D’altronde non si può ipotizzare di indicare quante persone si possono spostare o bloccare gli ingressi. Al massimo, come dicevamo, si può far pagare, ma ormai la gente ricca è molta e quindi per loro non sarebbe un freno. E poi bisogna considerare un altro aspetto”.

Vale a dire?
“Così il turismo non è più un godimento, ma una battaglia. Abbiamo avuto due anni di vuoto assoluto per il Covid, ma ora, con il ritorno alla normalità, ci siamo fatti trovare impreparati. Nel complesso, quindi, è calata la qualità della vita dei paesi che ospitano e dei turisti stessi. Ne risente anche la popolazione locale, che spesso fa difficoltà a spostarsi da una parte all’altra della città”.

Come sono cambiate le nostre località turistiche per adattarsi a questo boom di presenze?
“I due fenomeni fondamentali sono l’irruzione della tecnologia e la miniaturizzazione dell’accoglienza. Sono esplosi da ormai diversi anni i b&b, che costano relativamente poco, si possono visitare e prenotare comodamente da internet, sono in numero sempre crescente e fanno una concorrenza agguerrita ai classici hotel. C’è però una differenza sostanziale tra questo turismo mordi e fuggi e quello stanziale di un tempo, quando le persone andavano in villeggiatura per uno o due mesi. Prima si creava un interscambio culturale con le persone del posto. Nella logica del b&b invece c’è solo un rapporto d’uso, non si crea un legame con la città”.

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