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Gogna mediatica: se i giornali processano la vittima. Per salvare i potenti si scoraggiano le denunce

I commenti e gli articoli usciti sui giornali in merito alla vicenda del figlio 19enne del presidente del Senato Ignazio La Russa, accusato di aver stuprato una ragazza dopo una serata, tendono a colpevolizzare la parte offesa e a far passare in secondo piano l’accusa di stupro. Le insinuazioni sessiste del giornalista Filippo Facci uscite su Libero suggeriscono indirettamente che la situazione in cui sarebbe finita la 22enne sia colpa sua e della sua scelta di assumere droga. Ma spostare il focus sulle sostanze è sbagliato e abusare di una persona sotto effetto di stupefacenti non è un’attenuante, bensì in alcuni casi un aggravante (Art. 609-ter del Codice penale).

Inoltre, usare la scusa della cocaina, equiparandola al consenso, non funziona a livello logico: se la ragazza l’aveva assunta e non era lucida, come poteva dare il suo consenso? La prima domanda che alcuni giornali si pongono di fronte a una querela di questo tipo è «Com’era vestita? Era drogata?».

In diversi si sono focalizzati sull’uso di sostanze stupefacenti la notte della presunta violenza e sul suo profilo TikTok «che un adulto può guardare con sorpresa, imbarazzo, fastidio: perché come tante sue amiche mostra di sé quello che vuole. Abiti succinti, generose scollature e make-up elaborati», parole riportate da Repubblica. Il sottotesto sembra essere: se non capiva niente, la colpa era sua, se ti trucchi e ti vesti con abiti succinti – inutile dirlo – te la sei cercata. 

Victim blaming
Quando le querele vengono presentate contro personaggi famosi, alcune testate giornalistiche sembrano inoltre invertire i ruoli: il presunto stupratore diventa la vittima che deve difendersi da chi lo avrebbe accusato solo per ottenere fama e soldi. Ma screditare la vera vittima accusandola di essere in cerca di attenzione significa sottoporla alla gogna mediatica e scoraggiare le denunce di chi subisce abusi da persone potenti. «Incrociata al mattino, sia pur fuggevolmente da me e da mia moglie, la ragazza appariva assolutamente tranquilla. Altrettanto sicura è la forte reprimenda rivolta da me a mio figlio per aver portato in casa nostra una ragazza con cui non aveva un rapporto consolidato. Non mi sento di muovergli alcun altro rimprovero» ha commentato Ignazio La Russa.

Non è la prima volta che un padre, per lo più in una posizione di potere, difende il figlio sostituendosi alla magistratura – il presidente del Senato ha affermato di avere la certezza che il figlio non abbia compiuto alcun atto penalmente rilevante – creando così un sistema di protezione e una rete di supporto che vuole rassicurare l’accusato e levargli di dosso le sue responsabilità. Era successo anche con Beppe Grillo nel 2021, quando il figlio Ciro venne accusato per uno stupro di gruppo: in entrambi i casi l’innocenza dei pargoli esiste fino a prova contraria, ma la testimonianza delle abusate è bugia dal primo istante, quando invece una vittima che denuncia è, anch’essa fino a prova contraria, una persona da ascoltare seriamente.

Ad aggravare questa vicenda è proprio il fatto che chi mette in atto la rete di omertà e di “victim blaiming”, ovvero la tendenza a colpevolizzare le vittime di violenza, in quanto ritenute corresponsabili dei trattamenti loro inflitti, sia un politico, un uomo con un incarico istituzionale che si trova in una posizione di potere estrema: dalle sue parole ci si aspetta attendibilità, come dimostrato dall’intervento della ministra per la Famiglia e le Pari Opportunità, Eugenia Roccella, che ha giustificato la posizione della seconda carica più alta dello Stato minimizzando il fatto che questa tolga credibilità alla versione della vittima e ha detto di non voler entrare «nelle reazioni di una persona che ha un rapporto affettivo con l’indagato».

Isolamento
Un’affermazione che sembra legittimare da parte delle istituzioni la possibilità di dubitare della parte lesa. La vittima viene pertanto dimenticata, rimane sola, nessuno le crede o prova a proteggerla. L’episodio infine ha suscitato clamore anche perché il presidente del Senato ha detto di avere “dubbi” su una querela presentata 40 giorni dopo il fatto.

Le sue parole sono sbagliate perché seppur in Italia il tempo massimo entro cui sporgere una querela è di tre mesi, il periodo di alza di 12 per una violenza sessuale. Questo perché non sempre le vittime capiscono immediatamente di aver subito una violenza, oppure perché hanno bisogno di più tempo per denunciare l’aggressore poiché intimorite dalle possibili ripercussioni.

Altri motivi potrebbero essere la vergogna, l’imbarazzo, il ritenere non grave il fatto accaduto o la mancata fiducia nelle forze dell’ordine. Non solo ci vuole molto tempo a capire cosa è successo, ma ce ne vuole altrettanto per dirlo ad alta voce, per prendere su di sé il peso di quelle parole e di quell’etichetta.

Le donne che decidono di denunciare dovrebbero essere maggiormente tutelate, in modo tale da incoraggiare la scelta ed evitare che molti abusi rimangano sommersi. Nell’Unione europea, otto donne su dieci non denunciano le violenze subite e nel nostro Paese lo fa solo il 12,2 per cento di quelle che ha subito violenza dal partner e il 6 per cento delle donne che hanno sofferto abusi da persone con cui non avevano una relazione.

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