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Anche in Spagna come nel resto d’Europa vince la frammentazione politica (di S. Mentana)

Fino a poco più di dieci anni fa sarebbe stato impensabile vedere in Spagna ben due partiti andare in doppia cifra, oltre a Popolari e Socialisti. Oggi, invece, molti sono stupiti che uno di questi due, la destra di Vox, si sia fermato appena al 12%, esattamente quanto Sumar, il cui risultato per quanto accolto positivamente è comunque al di sotto di molti risultati raggiunti negli anni passati da Podemos, oggi parte di questo nuovo cartello elettorale.

Questa maggior frammentazione del voto è perfettamente in linea col panorama politico europeo in cui i partiti tradizionali tendono a perdere il ruolo di trascinatori di un sistema tendente al bipolarismo muscolare, pian piano indebolitosi in favore di partiti e movimenti nuovi o un tempo marginali.

Alle ultime elezioni, tuttavia, nonostante il panorama sia ben più frammentario del passato, nel voto spagnolo dello scorso 23 luglio a fare la parte del leone sono stati prima di tutto i due partiti tradizionali, il Partito popolare (Pp) e il Partito socialista operaio di Spagna (Psoe), con i primi attestatisi al 33,1% e i secondi al 31,7%. Proprio questi ultimi, nonostante abbiano perso il primato, hanno raggiunto un risultato al di sopra delle aspettative che rischia di trasformarsi in una vittoria strategica per il suo leader, il primo ministro uscente Pedro Sanchez.

Proprio il premier aveva voluto questo voto anticipato, a pochi mesi dalla scadenza naturale della legislatura, in seguito alla catastrofe delle elezioni locali di maggio: in tanti si aspettavano a questo punto una vittoria dei Popolari e un governo insieme a Vox, che sarebbe diventato il partito più a destra a salire al governo in Spagna dal ritorno alla democrazia dopo la morte di Francisco Franco.

Con i sondaggi che assegnavano al Pp il vento in poppa, si è arrivati al voto principalmente con due incognite: se il principale partito del centrodestra e Vox avrebbero raggiunto, insieme, la famigerata quota 176 seggi che assegna la maggioranza assoluta del Congresso, e in questa alleanza quale sarebbe stato il peso di Vox. Nonostante i sondaggi favorevoli, tuttavia, i due partiti si sono fermati a 170 seggi, con Vox al 12 per cento, un risultato alto ma inferiore rispetto al 15 ottenuto nel 2019, in parte fagocitato dai Popolari e che ferma così le ambizioni di ribalta di parte della destra europea. L’alleanza Psoe-Sumar, invece, ha raggiunto 152 seggi, ma con maggiori possibilità di ottenere una sorprendente maggioranza grazie anche alla relativa affinità con i numerosi partiti autonomisti, catalani e baschi in primis, che hanno ottenuto rappresentanza parlamentare.

Questo mette il Psoe in un inatteso vantaggio strategico: per quanto i Popolari, in qualità di primo partito, potrebbero ottenere l’incarico di formare un governo che difficilmente otterrebbe una maggioranza, e i socialisti potrebbero addirittura provare a mettere in piedi a sorpresa una maggioranza cercando un ampio sostegno tra gli autonomisti, usciti in parte ridimensionati e che preferirebbero evitare un voto a stretto giro.

Ma nell’ipotesi sempre più concreta di un nuovo voto dopo l’estate, i socialisti affronterebbero una campagna su basi completamente diverse da quella appena terminata: i primi sondaggi post voto, infatti, hanno registrato il sorpasso del Psoe sui Popolari, e un voto a stretto giro potrebbe portare alla vittoria di Pedro Sanchez con l’alleanza socialisti-Sumar. Ma anche Vox, uscita ridimensionata, potrebbe rivedere la propria strategia per cercare di distinguersi dai Popolari, col rischio di una radicalizzazione dei temi portati avanti.

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