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La luce di Domenico De Masi, il sociologo che non dipendeva da nessuno se non dalla sua mente (di G. Gambino

Quei sabato pomeriggio a casa sua volavano via in un attimo. Eppure, a risentire una ad una le registrazioni di quegli incontri, duravano due ore e mezzo ciascuno, a volte anche tre. Ubriacati dal fumo del sigaro che ad un certo punto si accendeva ed espirava buffescamente in direzione opposta al divano del salone dove sedeva, l’odore del caffè e il ciambellone fatto in casa dalla moglie Susi. 

Alla sua sinistra, affissa al muro, una gigantesca televisione, a destra un grande trumeau con sopra e di fianco fogli, libri, riviste. Anche se non glielo dicevo, ogni volta ricercavo con lo sguardo pure la nostra, di rivista, là in mezzo tra quelle che leggeva e che conservava in perfetto stato. 

Tutto ciò che so sul lavoro, sulla guerra, sull’economia lo devo a Domenico De Masi, che chiamavo “prof.” (in pubblico e in privato) perché “Mimmo” era troppo alla pari, per uno come me, davanti a uno come lui. Ho avuto la fortuna e l’onore di incontrare De Masi da vicino per soli due anni. Ma intensissimi. 

Un pomeriggio mi ha preso per mano, come ogni tanto faceva lui, e mi ha trascinato, letteralmente, sin fuori il terrazzo davanti il salotto della sua casa in corso Vittorio Emanuele. Non ricordo cosa stesse illustrandomi; quei pomeriggi per me – orfano come la mia generazione di leader, mentori, pensatori – furono il mio liceo, la mia università e il mio master messi insieme. 

Questo signore elegante e signorile, affabile e affascinante, basso di statura ma altissimo di mente, è stato una delle persone più brillanti che io abbia conosciuto finora. Colto, forse troppo per scendere a patti con la superficialità dei nostri giorni, ironico e auto-ironico, sembrava il Nonno di Miracolo nella 34ª strada e invece andava a colazione con Lula, girava il Mediterraneo a bordo dello yacht extralusso del suo amico brasiliano erede della rete televisiva Globo, telefonava all’una di notte a premier, ex premier e ministri per donare loro cultura e istruzione. Pillole di saggezza talvolta rivelatesi decisive per la vita del nostro Paese.

Fu celebre una riunione di redazione di TPI in cui si connesse mentre era a bordo dello yacht ultra-lusso di Roberto Marinho. Ma come, si domandarono molti, De Masi – il sociologo degli ultimi, del salario minimo, del Rdc – a bordo di una barca da 100 milioni di euro? E invece sì, perché lui non aveva la necessità di fingere, come quelli che per essere coerenti al proprio pensiero limitano il loro stesso pensiero. In questo era grande: l’unico intellettuale che, dove lo mettetevi, stava. Non aveva la spocchia né tromboneggiava come quei baroni universitari. Toccava le cose con le mani e le trasformava. Era libero, la sua più grande forza. Non dipendeva da nessuno se non dalla sua mente.

Una delle cose che più mi colpirono fu la sua capacità, forse unica, di sapere organizzare il lavoro. Proprio e altrui. Disponeva di un metodo efficace, per molti semplicemente impensabile, studiato e limato negli anni, a partire dal Fordismo. Il metodo è cruciale, in qualsiasi ambito: ti permette di risparmiare tempo, di avere ordine mentale, imparare in fretta, aumentare la produttività. E di estendere quel metodo in larga scala a una serie infinita di attività, compreso il pensiero creativo. L’aveva acquisito negli studi e nella sua esperienza (cruciale) con l’amico Adriano Olivetti, prima in fabbrica, poi come consulente di vari progetti d’impresa.

Lui guardava e osservava tutto. Attentamente. De-strutturava il metodo e lo analizzava. Talvolta facendolo a pezzi, altre volte elogiandolo e migliorandolo. Il che ovviamente era una sorta di mental crisis breakdown per ciascuno dei suoi interlocutori. Ciò gli ha permesso di vedere con largo anticipo una serie di fenomeni che, come diceva lui, erano ormai il segno evidente della fine della società industriale e dell’avvento della società post-industriale: lo smart working, lavorare meno e meglio (a parità di salario), l’ozio creativo.

Ancora: il reddito di cittadinanza, o di esistenza, il salario minimo, il diritto a essere felici. Ciascuno di questi argomenti meriterebbe un trattato di sociologia politica e invece, fatto assai bizzarro ma tristemente vero, tutti i governanti di questo Paese lo hanno trattato – in fin dei conti – come una specie di folkloristico sociologo pieno di idee curiose ma semplicemente inapplicabili al Sistema. Perlopiù perché timorosi di mettere in discussione qualcosa più grande di loro o perché ciò che veniva proposto andava contro gli interessi che dovevano difendere. Un alieno incompreso e non voluto. Apprezzato ma scomodo, trasversalmente elogiato ma ugualmente inutilizzato. Da destra a sinistra, nessuno ha compreso che aveva davanti un leader e un ispiratore, capace di leggere il futuro.

Un aneddoto interessante emerge dal passato della sua famiglia. Al nonno (anche lui Domenico) non toccò sorte poi troppo diversa: fu – mi raccontò De Masi – l’uomo che per primo portò la luce elettrica in Campania, a Sant’Agata dei Goti, prima ancora che questa arrivasse a Napoli. Per farlo, visto che il Comune non finanziò il suo ambizioso progetto, dovette indebitarsi, deviare un torrente, costruire una fitta rete di fili sotterranea per portare la luce e illuminare, simbolicamente nel giorno del Battesimo di suo figlio (il padre di De Masi), tutta la città. Era il 1902. Il Comune non gli restituì mai quei soldi, ma l’amministrazione locale, cento anni più tardi, nel 2002, rese onore ai De Masi regalando la cittadinanza onoraria al prof.

Ciò che Domenico De Masi ha cercato e sta ancora cercando di fare con il suo lavoro è – agli occhi dei governanti e dei decisori odierni – al pari di quanto suo nonno, un secolo fa, dovette fare: convincere un’intera popolazione, abituata da sempre al buio, che era possibile vivere con la luce. Un’impresa incredibile. Impossibile da prevedere allora, impensabile non averla oggi. Ci auguriamo che non si debba aspettare ancora un altro secolo affinché chi decide apra gli occhi e capisca l’importanza del suo pensiero. Grazie prof.

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