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Noi, ragazzi di Caivano: 10 studenti scrivono per TPI com’è vivere al Parco Verde

In questo ghetto non esiste normalità (di Stefania Police, 25 anni)

Casa, luogo in cui si vivono gli affetti familiari, è il luogo in cui la persona inizia a definirsi, in cui si sente al sicuro e contenuta. Dunque la casa è sicurezza, è espressione di sé, ma è anche spazio vitale, da vivere soli o da imparare a condividere con qualcun altro. 

La mia casa è ed era tutto questo, ma è stata ed è anche tanto altro. Il Parco Verde, si presenta essere tra i quartieri più famigerati di Italia, stretto tra l’area urbana del Comune di Caivano, ed è purtroppo famoso per i continui blitz delle forze dell’ordine a caccia di armi e droga. Del resto è stato definito come una delle più grandi piazze di spaccio d’Europa. Il Parco Verde potremmo definirlo figlio di uno Stato che lo ha partorito e lo ha abbandonato. 

Il quartiere prima del 1985 non esisteva: nasce con la legge di chi ha provveduto a dare una casa per coloro che sono stati colpiti dal terremoto dell’Irpinia, che ha provato una delle più grandi speculazioni del nostro Paese passando per il sisma più costoso di Napoli.

In questi costi ci fu anche la costruzione del Parco Verde, in cui ci finirono circa 6.000 sfollati che venivano però tutti dalle zone più difficili di Napoli, come la Pignasecca, Forcella, quartiere Sanità, creando di fatto un vero e proprio ghetto. Questi quartieri, potremmo dire, sono nati con il peccato originale, dato dall’ammasso di tante povertà, e non dall’osmosi di diverse realtà. In questi trentacinque anni il quartiere è stato sempre più abbandonato a sé stesso, vittima di un’istituzione che vede ma non agisce. Questa è anche casa mia. 

Io abito al Parco Verde di Caivano ed è proprio in questo luogo che ho studiato e mi sono formata.
Il bene e il male in questa realtà si sono intrecciati, e quando un ragazzo, magari con licenza media, è in bilico nello scegliere la propria strada e il proprio futuro, è probabile che l’industria della droga faccia di lui un suo nuovo operaio. L’obiettivo per queste famiglie è mettere il pane in tavola. Ma questo pane molto spesso è amaro. 

Al Parco Verde non esiste la normalità, non esiste una quotidianità, ma si vive alla giornata. E molto spesso questa giornata è segnata da fatti cronaca come blitz, stese di sparatorie o giovani ritrovati morti per overdose nei terreni che circondano l’isolato. 

Chi vive qui nel Parco, a prescindere dalla sua posizione lavorativa, si dice sia spacciatore o camorrista, mentre al Parco Verde ci vive anche chi il pane a casa lo porta in maniera onesta. Le persone hanno “appiccicata” addosso un’etichetta, molto forte e rigida ed è dura a volte per chi conduce una vita onesta. Ogni giovane, donna, bambino è costretto a partire da uno scalino più in basso, rispetto a chi queste realtà non le vive.

Ma allora, non c’è speranza? Sì, c’è. Il Parco Verde non è solo questo. È fatto anche di tante attività di tutte quelle persone che non scendono a patti con a malavita. Al centro del Parco Verde è eretta una parrocchia, San Paolo Apostolo, e alla sua guida vi è Don Maurizio Patriciello, che da più di trent’anni fa della sua vocazione un mandato per tendere la mano a chi da solo non riesce ad alzarsi. Serve la società, proprio quella società che tante volte latita e, pur senza volerlo, consegna questi luoghi ai suoi nemici. La stessa società che fa fatica a capire che non conviene arginare queste problematiche in alcune zone, perché presto diverranno dei veri ghetti, pericolosi per tutti. 

Questi palazzi hanno segnato la mia infanzia, nel bene e nel male. Ho capito di voler essere diversa da ciò che mi circonda nel momento in cui, crescendo, ho appreso che determinate strade non portano a nulla di concreto. Dopo il liceo, ho scelto di condurre un percorso universitario, perché ho sempre pensato che il potere, quello vero, risiede nella conoscenza.

Al tempo stesso, per la mia casa, il mio quartiere, ho sempre creduto nel potere di una buona educazione. Ad oggi infatti, è questo quello che sono. Io, da educatrice professionale cerco di spendere tutto quello che ho per il mio quartiere, perché chi non vive questa realtà, chi non vi è nemmeno mai entrato, non comprende che cosa significa effettivamente vivere al Parco Verde, o meglio: chi non vive il Parco Verde non lo conosce affatto. Per cui, al di là dei pregiudizi, delle etichette che ci vengono messe, quello che chiedo è un minimo di empatia. Cerchiamo di comprendere, invece che di condannare. 

Ma cambiare si può Con legalità e cultura (di Francesco Esposito, 23 anni)

Era il 1980, in radio risuonava il successo senza tempo “Video killed the radio star” dei Buggles, al cinema la gente si fiondava nelle sale per poter vedere “Guerre stellari: l’impero colpisce ancora”, il secondo capitolo della saga di George Lucas destinata a cambiare per sempre il cinema. Il 23 novembre dello stesso anno la terra in Irpinia tremò, un terremoto di magnitudo 6.9 distrusse interi paesi nel Meridione, uccidendo migliaia di persone. Chi c’era ricorda ancora perfettamente quel giorno. 

Cinque anni dopo, i primi abitanti di un nuovo quartiere, sorto in poco più di tre anni a Caivano, arrivarono. Il nuovo quartiere, che avrebbe poi preso il nome di Parco Verde, non era ancora completo quando arrivarono i primi “coloni”: mancavano le strade, non arrivava l’acqua ai piani più alti dei palazzi, dovevano ancora essere costruiti interi viali. Nonostante ciò, l’arrivo nel nuovo quartiere venne accolto con gioia, almeno dai più piccoli. 

Il Parco Verde, a differenza di molti altri quartieri popolari, poteva contare, all’ultimazione dei lavori, su ben quattro scuole di ogni ordine e grado, spazi verdi con una villetta interna e annessa pista di pattinaggio, un campetto da calcio, una chiesa, luoghi per negozi e bar. Una cittadina praticamente autosufficiente che nel giro di pochi anni si vide invasa da sfollati, la maggior parte dei quali provenienti dal ventre di Napoli.

L’arrivo in una provincia così lontana e così diversa dalla grande metropoli a cui erano abituati gli adulti non fu semplice, si sentirono stranieri in terra straniera. La popolazione locale non li accolse mai. Col passare del tempo, a dire il vero, non molto è migliorato.

Il rapporto tra caivanesi ed abitanti del quartiere è sempre stato logoro, pregiudizi da una parte e dall’altra hanno impedito sul nascere una possibile svolta comunitaria a Caivano. Per decenni i cittadini caivanesi hanno usato questo quartiere come tappeto sotto al quale nascondere le loro malefatte. D’altro canto, i parcoverdiani si chiusero nell’autosufficienza della loro cittadina “perfetta”: i loro figli non avevano bisogno di uscire dal quartiere per andare a scuola o giocare, avevano già tutto lì. 

L’utopia del progetto, come spesso accade, si trasformò ben presto in distopia. Col passare del tempo “una cortina di ferro” calò tra il Parco e il resto di Caivano, due mondi vicini ma molto diversi nelle tradizioni e persino nei dialetti. Il processo di ghettizzazione non è morto, il baratro che ci separa esiste ancora e ha causato danni ingenti, tra cui l’aver facilitato la formazione di un sistema camorristico autoctono nel quartiere, talmente efficiente da trasformarlo in una delle principali piazze di spaccio d’Europa. 

L’onta della criminalità organizzata non ha certamente migliorato i rapporti tra Caivano e Parco; è pensiero diffuso tra i caivanesi che nel Parco Verde siano tutti collusi o in qualche modo legati ad attività illegali. I parcoverdiani quando escono dalla loro piccola città-stato sono vittime di una vera e propria discriminazione, io stesso ne sono stato vittima, soprattutto nei miei primissimi anni di scuola. 

Qui va necessariamente aperta una parentesi personale: credo di essere stato uno dei primi parcoverdiani ad aver compiuto l’intero ciclo scolastico lontano dalle scuole del quartiere. Nei primi anni 2000 era cosa rara nelle scuole caivanesi ritrovarsi un abitante del Parco in classe, oggi per fortuna lo è molto di meno. Nonostante fossi sempre educato e tra i primi della classe non sono mancati nel corso della mia esperienza scolastica delle offese che facevano presa proprio sulle mie origini. È a scuola che ho conosciuto le prime ferite di questa discriminazione ma devo essere onesto e dire subito che si è trattato di pochi casi isolati. Grazie alla mia esperienza ho stretto sani e lunghi legami con persone di Caivano e non solo, fiducioso di essere riuscito a cambiare la percezione almeno un po’. 

La vita nel quartiere per me è sempre stata tranquilla, sono cresciuto in una famiglia molto cattolica e ogni domenica alle 10 si andava a messa da Padre Maurizio, da qui in poi chiamato “zio prete”. Zio prete mi faceva sempre spiegare l’omelia alla messa dei bambini; ripensandoci adesso da uomo adulto credo che la mia passione per il teatro e per il parlare in pubblico siano nate proprio durante quelle omelie. Se oggi sogno di diventare un insegnate e parlare per ore davanti ai miei studenti, in parte il merito è anche suo. 

I miei genitori avevano un ingrato compito: proteggermi dal degrado e dall’ignoranza che, ahimè, non sono ancora andati via. Hanno fatto il massimo, inculcandomi sin da bambino l’idea di dover fare l’università, di dover studiare per poter diventare qualcuno un domani. Sono stati loro la principale discriminante tra quello che sono adesso e quello che sarei potuto essere se solo fossi nato qualche palazzo più in là in qualche altra famiglia, sono stato molto fortunato. Purtroppo per loro, nonostante gli sforzi, non si può proteggere per sempre un ragazzino dal luogo in cui vive e forse è meglio così. Imparando cosa succede in questo quartiere ho capito l’orrore delle droghe, la loro forza distruttiva. 

Cos’è rimasto di quella cittadina perfetta del 1985? Ben poco. Ci sono le strade ma piene di buche, i campetti sono distrutti, l’erba gramigna ha preso possesso della villetta, i pannelli di sughero che danno il caratteristico color pastello smorto ai palazzi stanno iniziando pericolosamente a staccarsi dalle pareti. Il Parco è degradato, ci sono soltanto dei poveri volontari del quartiere che si offrono autonomamente di pulire i palazzi e le strade chiedendo pochi euro al mese per un servizio che dovrebbe essere garantito dal Comune. Già il Comune. 

Da che io ho memoria, Caivano non è riuscita a portare a naturale scadenza il mandato di un sindaco. Per un motivo o per un altro le giunte comunali di qualsiasi colore politico si ribellano al loro stesso sindaco causando l’arrivo del commissariamento prefettizio. Un Comune che viene amministrato più spesso da uomini e donne della prefettura che non da persone elette non è un paese sano in una democrazia. Caivano ha bisogno di interventi strutturali tanto quanto il Parco. 

Nel nostro quartiere non c’è bisogno di miracoli, le proposte che io faccio sono concrete: ovviamente la manutenzione delle strade e degli spazi verdi, ricostruire i campetti, illuminare un Parco che spesso e volentieri resta al buio e chiudere le scuole del quartiere. Mi rendo conto che quest’ultima proposta possa lasciare interdetti, ma è necessario che le scuole del Parco vengano chiuse o meglio: trasformate. I ragazzi e le ragazze del quartiere devono oltrepassare la cortina di ferro, devono sentirsi finalmente caivanesi. D’altra parte, chi abita a Caivano deve entrare nel quartiere. 

Sono uno storico e, se c’è una cosa che ho imparato nel mio percorso di studi, è che la Storia ha una ed una sola legge: tutto cambia. Per sconfiggere il sistema servono manette, un sistema carcerario funzionante realmente riabilitativo, lavoro e i libri. Per sconfiggere la discriminazione reciproca tra caivanesi e parcoverdiani c’è bisogno di tempo e di venirsi incontro agevolando il più possibile i punti di contatto tra queste due realtà.

Noi vogliamo solo essere normali (di Adriano Police, 21 anni)

Abitare in un quartiere popolare non è affatto semplice, se a questo aggiungiamo anche difficoltà come, piazze di spaccio, inquinamento e una situazione politica “lenta”, “debole” e soprattutto “frivola” ritroviamo il mix perfetto di degrado, immobilisimo culturale e sociale. 

L’immobilismo culturale non è una cosa nuova per il Sud Italia. Giovanni Verga nel suo “Rosso Malpelo” ci aiutava già a comprendere quanto è difficile vivere di pregiudizi, etichette, nomee. Un normale giovane del Parco Verde di Caivano vive prettamente di questo. Anzi, sopravvive. 

Sono un giovane di questo quartiere e di questo paese e so quanto è difficile emergere, uscire fuori da questo “schema” che ti rende schiavo, piccolo, a tratti inutile. Sono cittadino del mio quartiere e sogno di potermi realizzare all’interno di quest’ultimo, sogno di poter provare a dare il mio apporto all’Italia, restando in Italia. Perché dovrei lasciare tutto e andare via senza lottare, senza dover dire realmente cosa penso? 

Forse l’immobilismo non è solo culturale e sociale, ma anche ideologico. Tutti hanno diritto a sperare per il proprio quartiere, per la propria casa, tutti hanno il diritto di essere parte integrante di un qualcosa di più grande, più concreto, tutti hanno il diritto di sognare. Ma soprattutto di volare, a noi hanno dato in dotazione delle “Ali di cera”, proprio come successe ad “Icaro”, condannato a volare basso per non intrecciarsi col sole, condannato ad una libertà farlocca, fatta di finte promesse, di finte persone e di una finta vita. 

Il Parco Verde di Caivano è famoso per essere una delle piazze di spaccio più grandi d’Europa, un primato di cui non proprio andare fieri. I nostri bambini per poter andare scuola passano davanti a numerose piazze di spaccio e devono assistere ogni giorno a spettacoli poco consoni per la loro giovanissima età. Inoltre Caivano è stata negli anni, ed è tutt’oggi, la capitale della rinomata e famosissima “Terra dei Fuochi”. Un mix mortale a tutti gli effetti? Probabilmente sì. Ma limitarsi solo al “nero” è sbagliato, limitarsi solo a questo è sbagliato. Al Parco Verde c’è di più, molto di più, il mio quartiere infatti ha i suoi laureati, ha i suoi lavoratori, ha i suoi sognatori. 

Parco Verde, nonostante tutto, è fucina di talenti, di persone che nel silenzio totale, nell’indifferenza più concreta, sono riuscite ad emergere, con le sole forze, con la sola voglia di fare, di vincere ma soprattutto di vivere. Parco Verde ha i suoi presidi di legalità, come la Chiesa San Paolo Apostolo, l’istituto “Francesco Morano”, la Compagnia dei Carabinieri capitanata dal Capitano Antonio Maria Cavallo, che ogni giorno insieme ai suoi uomini si impegna per regalare a Caivano un futuro diverso, una storia diversa, una narrazione diversa. Piccole cose, vero, ma che donano speranza, danno respiro e fiato ai giovani di questo paese e non solo. 

Due anni fa, ho avuto l’immensa fortuna di poter incontrare il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella. Ero entusiasta, ansioso, ma soprattutto speranzoso, andavo a stringere la mano al Capo dello Stato Italiano, nel modo più semplice e umile possibile. Volevo dire tantissime cose al Presidente, non sapevo da dove iniziare, né tantomeno come impostare il discorso. Ma tra le tante cose ho chiesto quella più diretta e semplice possibile. Ho chiesto di avere la possibilità di non essere né primi, né ultimi, ma semplicemente normali. Non è semplice svegliarsi tutte le mattine e respirare degrado, immobilismo e omertà, non è semplice essere l’ago in questo immenso pagliaio. 

Caivano negli ultimi giorni si è ritrovata ancora una volta sulle prime pagine dei giornali nazionali prima per un atto ignobile, poi per la visita del primo ministro italiano, Giorgia Meloni. Nessuno a oggi può dire con certezza a cosa porterà questa visita, nessuno ha il diritto di dire che lo Stato a Caivano non esiste o che quantomeno non vuole impegnarsi, nessuno può e deve ammazzare i sogni di chi vive in questo quartiere e paese. Non capita tutti i giorni di poter abbracciare il proprio Primo Ministro sotto il l’uscio di casa propria.
Concludendo, mi preme rivolgermi alla stessa premier ed invitarla ad essere leale, concreta, vera, efficace verso tutti noi Caivanesi e Italiani. Lei ha il potere adatto per donare a questo quartiere un vestito nuovo, una storia nuova, una linfa nuova. Ecco, Presidente, ci tratti da figli, figli a cui è stato rubato il tempo, l’affetto, la gioia, l’amore, ma soprattutto figli che hanno avuto dalla loro vita soltanto dispiaceri e dolori. Liberi la nostra terra da questi soprusi, da queste violenze, rimetta al centro della nostra bella e unica Italia il suo Sud, fatto di persone che hanno la voglia di emergere, che hanno la voglia di sentirsi Italiani, europei, cittadini di questa nazione ogni giorno e non soltanto per i mondiali di Calcio. 

Riunisca l’Italia non soltanto in modo geografico, ma in senso spirituale, culturale e sociale. Noi giovani di questo quartiere abbiamo fiducia nelle sue promesse, io giovane di questa terra ho fiducia nello Stato e nella sua persona, non ci deluda.

Sembra un film Ma è il Parco Verde di Pasquale Capretti, 17 anni

Sono uno studente di 17 anni che vive all’interno del Parco Verde e frequenta l’istituto Francesco Morano di Caivano. La mia infanzia è stata come quella di ogni altro bambino del mondo: giocavo a calcio nei viali del mio rione insieme a tanti altri coetanei fino a quando ho deciso di non frequentare le scuole medie del Parco Verde in quanto versavano e tuttora versano in uno stato di abbandono e di degrado.

Quando però poi mi sono trovato a dover scegliere una scuola superiore, ho deciso di scommettere sull’istituto Morano, perché lo vedevo non solo ben organizzato ma avevo sentito parlare della preside che stava dando tutta sé stessa per far diventare questa scuola un qualcosa di più. Mi reputo ambizioso, infatti dopo il diploma non ho alcuna intenzione di fermarmi con gli studi; il mio sogno sarebbe quello di laurearmi e di fare esperienze all’estero per poi un domani tornare qui nel mio quartiere e dire a me stesso di avercela fatta.

Vivere nel Parco Verde significa anche convivere con pregiudizi. Sembra quasi che nessuno creda più in noi. Eppure la consapevolezza che nessuno ha aspettative nei miei confronti, mi sprona ancora di più a realizzarmi per poter dire un domani “ce l’ho fatta contro tutto e tutti”. Essere svegliato da elicotteri e da blitz all’alba mi dà l’idea di stare in un film, purtroppo è la vita reale. La visita di Meloni ha alimentato una forte speranza ma ciò non ci assicura che non verremmo abbandonati di nuovo.

La scuola e la musica mi hanno salvato (di Salvatore, 18 anni)

Sono cresciuto a Caivano, una cittadina segnata dalla mancanza di servizi essenziali e da una crescente povertà. Qui sembra che le istituzioni abbiano voltato le spalle a noi cittadini, lasciandoci a combattere da soli contro le sfide quotidiane. Ma c’è anche un lato diverso, un lato che a volte sfugge ai titoli dei giornali e alle statistiche sui crimini: quello delle persone che, nonostante tutto, cercano di vivere una vita normale e costruttiva.

Fin dall’infanzia ho avuto la fortuna di vivere una vita relativamente normale, nonostante l’ambiente ostile in cui mi trovo. Ho visto amici scivolare verso una strada diversa, ma sono rimasto ancorato a una speranza che ha radici profonde in questo luogo. Uno dei punti di luce in questa città è la scuola Francesco Morano, situata nel cuore del Parco Verde. Personalmente, ho avuto la fortuna di maturare la passione per il basso e la musica grazie a questa scuola. Sono stati anni di scoperte, di momenti stupendi passati a suonare e a condividere la mia passione con gli amici. Caivano è una città difficile, spesso abbandonata dalle istituzioni, ma è anche un luogo in cui la speranza e la resilienza dei giovani possono portare a cambiamenti positivi. Con il giusto supporto e investimenti, Caivano potrebbe diventare una comunità in cui tutti possiamo essere orgogliosi di vivere, un luogo in cui la cultura e i servizi essenziali possano prosperare e portare avanti il futuro di questa città.

Le istituzioni hanno voltato le spalle (di Giuseppe, 18 anni)

Caivano è una piccola città situata ai margini della società in cui è difficile vivere. Una delle prime cose che colpisce quando si arriva qui è la mancanza di strutture e servizi essenziali. Essere un individuo in un contesto sociale del genere non è sempre facile, spesso ci sentiamo influenzati dall’ambiente circostante eppure cerchiamo di rimanere fedeli a noi stessi. 

Caivano è un luogo che influisce su di noi, ma non ci determina. Ognuno di noi ha la capacità di scegliere come vivere e reagire alle situazioni che si presentano. La mia storia, così come quella di tanti altri ragazzi qui, è tutto sommato tranquilla. Crescere qui può essere un’esperienza differente rispetto ad altre città, ma non per questo garanzia di problematiche gravi. Abbiamo i nostri sogni, le nostre aspirazioni e ci impegniamo per realizzarli, nonostante le sfide che si presentano lungo il cammino. Abbiamo bisogno di maggiori opportunità di studio, di lavoro, di accesso alla cultura e ai servizi pubblici. Ma allo stesso tempo abbiamo anche tante risorse che possono essere sfruttate per creare un futuro migliore. 

La creatività, il senso di comunità e l’energia dei ragazzi di Caivano sono risorse che spesso passano inosservate, ma che sarebbe un peccato sprecare. Caivano è un luogo che ci ha formato e ci sta plasmando, ma siamo noi, con le nostre azioni e i nostri sogni, a darle forma e significato.

Vorrei che Caivano fosse tranquilla (di Ludovico Mele)

Sin da piccolo ho vissuto in una città vicino Caivano, ma finito la scuola media mi sono iscritto all’Itis Morano anche se su questa scuola vi erano cattive dicerie per il posto dove è situata. Una volta entrato, ho trovato persone come la dirigente Eugenia Carfora, colei che tutti i giorni mette tutta se stessa per portare i giovani verso un futuro migliore. La dirigente con le sue forze è riuscita a formare e recuperare ragazzi anche provenienti dalle strade e senza futuro.

Ultimamente Caivano ha dato prova di una mancata crescita collettiva, anche in base agli episodi per i quali è uscita su giornali e telegiornali, peggiorando ulteriormente la reputazione che già possedeva. Spero un giorno che Caivano riesca a risorgere e diventare una città più tranquilla, e che gli elicotteri non siano più utilizzati solo per interventi di sicurezza, ma anche per interventi positivi.

Coi libri evado da questa realtà (di Luisa Mormile, 18 anni)

Sono Luisa, ho 18 anni e sono nata e cresciuta a Caivano. Ho vissuto un’infanzia semplice; sono cresciuta tra i palazzi e le stradine di questa piccola periferia, che per me è sempre stata casa, nei suoi pregi e nei suoi difetti è sempre stata il posto a cui devo un forte legame affettivo.

La mia adolescenza è semplice, ho imparato presto a prendermi cura di me stessa. Il mio percorso scolastico, invece, è stato tutt’altro che semplice; dopo la bocciatura ho iniziato capire che anche con poco avrei ottenuto dei risultati almeno sufficienti per passare l’anno scolastico. Durante i cinque anni, la mia media è man mano salita. Ho scoperto passioni che avevo tenuto sepolte dentro me per anni come quella per la lettura o per le lingue straniere. Ho scoperto che mi affascina il fatto di riuscire a vivere altre vite, scappare da quello che mi circonda, soltanto leggendo un libro.

Ancora oggi, quasi alla fine del mio percorso scolastico, penso a quanto sia importante una scuola efficiente, che crede nei suoi ragazzi e li veda come una speranza per il futuro. Nei territori come quello in cui sono cresciuta è importante la presenza delle istituzioni, dello Stato.

Sono stanca dei continui fatti di cronaca nera accaduti a Caivano. Stanca di accendere la televisione e vedere Caivano in prima pagina. Perché Caivano non è questa, Caivano non è solo omicidi, droga e malavita. Caivano potrebbe essere molto di più, solo se si parlasse con il popolo e non solo con le istituzioni che non vivono quotidianamente Caivano. Qui serve la presenza attiva delle istituzioni e la buona volontà della popolazione nel cambiare. Dovrebbe esserci più informazione nelle case, meno temi tabù; i ragazzi dovrebbero sentirsi liberi di parlare di qualsiasi cosa con la propria famiglia, senza sentirsi giudicati. Dovrebbe esserci un ambiente più libero e meno opprimente.

C’è voglia di cambiamento (di Pietro Scuotto)

Caivano con il tempo purtroppo è andata sempre di più a degradarsi. Ciò rende difficile la crescita e lo sviluppo dei suoi abitanti, soprattutto i bambini e gli adolescenti che ogni giorno vengono influenzati dai comportamenti nelle loro zone. In passato questa era una cittadina molto tranquilla e con buone possibilità di crescita, purtroppo con il tempo il tutto ha preso la direzione opposta, diventando la città che conosciamo oggi.

Sono nato e cresciuto qui, in una famiglia con mio padre che lavora, mia madre casalinga, una sorella ed un cane, la mia infanzia è stata piuttosto tranquilla, anche se purtroppo non è così per centinaia di bambini e bambine cresciuti qui. 

In questi giorni abbiamo tanto sentito parlare di Caivano, ma mai in maniera positiva. Come cittadino sono particolarmente deluso dalla mia città, soprattutto perché ogni volta che si parla di Caivano è sempre per qualcosa riguardante la malavita o azioni illegali. Al momento l’unica opportunità che vedo di crescita e di ripresa per i ragazzi è la scuola che io stesso ho frequentato per cinque anni, ovvero l’Itis Francesco Morano.

Non è solo un posto per istruirsi, è un posto dove sentirsi a casa, aperta in ogni istante per chiunque. Io credo che con l’aiuto di persone come la nostra preside e con interventi come quello della premier Meloni la città potrebbe pian piano rinascere. Ciò che serve è qualcuno che abbia veramente voglia di cambiare e che faccia di tutto per farlo avverare, ci sono persone con grandi ambizioni che purtroppo, data la realtà in cui viviamo, non vengono mai prese in considerazione, anche se magari hanno delle idee valide per il miglioramento di Caivano e zone limitrofi.

Non abbiamo scelto di nascere qui (di Alessandro)

A Caivano, un piccolo centro in cui siamo nati senza la possibilità di scelta, l’orizzonte della nostra vita sembra essere circondato da mura invisibili. Tuttavia, la nostra scuola, l’Itis Morano, rimane sempre aperta, come un faro di speranza nel mare di limitazioni che ci circonda. Personalmente, ho scelto di seguire l’indirizzo agrario, poiché mi affascina il contatto con la terra e il mondo rurale.

Ho trovato una forma di libertà nella musica. La preside della scuola ha messo a disposizione un laboratorio musicale, dove posso lasciare volare la mia creatività e sentirmi libero. È lì che riesco a dimenticare, anche solo per un attimo, le restrizioni che mi circondano e mi sento parte di qualcosa di più grande. Ma persino nello spazio di questa libertà, il colpo della realtà può arrivare inaspettatamente. Ricordo ancora nitidamente tutti i giorni in cui una serie di elicotteri passavano sopra di noi ed eravamo circondati dalle forze dell’ordine.

C’è qualcosa che mi fa sentire umiliato e offeso nella mia stessa città. È difficile accettare il fatto che un decreto, emesso a nome della mia città possa farmi sentire come un estraneo nel mio stesso luogo di residenza.

Nonostante queste sfide, non intendo arrendermi. So che la mia città ha ancora molto da offrire e spero che un giorno la diversità venga accolta come un valore e non come un motivo di offesa. Continuerò a lottare per la mia dignità e per quella di chi si trova nella mia stessa situazione. E, nel frattempo, mi aggrapperò alla musica per trovare quella libertà che desidero così intensamente.

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