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Il salto nel buio di Netanyahu: l’invasione di Gaza rischia di allargare il conflitto in Medio Oriente ed Europa

Quando lo scorso 16 ottobre Abdesalem Lassoued ha aperto il fuoco uccidendo due persone in piazza Sainctelette, a Bruxelles, nella testa di molte persone è tornata in mente l’ondata di terrorismo di stampo jihadista che ha colpito l’Europa a partire dal 2014, nel periodo in cui l’Isis proclamava il califfato nei territori tra Iraq e Siria sotto il suo controllo. Un’ondata di terrorismo che ha coinvolto molti Paesi e causato la morte di numerose persone innocenti, e che da alcuni anni sembrava essersi placata.

A far tornare ancora di più nelle nostre teste quel periodo c’è stato il fatto che pochi giorni prima, il 13 ottobre, al grido di “Allahu Akbar” un uomo ha accoltellato alcune persone presso una scuola di Arras, nel nord della Francia, provocando un morto e tre feriti. Per quanto l’episodio di Bruxelles sembra essere una risposta ai roghi del Corano compiuti durante alcune manifestazioni in Svezia, dal momento che l’obiettivo del terrorista erano proprio i tifosi scandinavi che si trovavano in Belgio per una partita di qualificazione per gli Europei di calcio, agli occhi di molti osservatori il ritorno di due episodi di terrorismo islamico in Europa così ravvicinati nel tempo e dopo anni in cui tale fenomeno nel nostro continente si era raffreddato rappresenta una conseguenza dell’inizio della guerra tra Israele e Hamas, cominciata il 7 ottobre con una massiccia operazione del gruppo islamista di base a Gaza che, in una serie di incursioni nei kibbutz, nei villaggi e nelle città del sud di Israele ha ucciso oltre 1.300 persone, tra cui anziani, donne e bambini.

Lupi solitari
Alla normale allerta di tutte le agenzie di sicurezza europee e alla conferma della fondatezza del timore arrivata dai due attentati di ottobre compiuti entrambi da cosiddetti lupi solitari, si aggiunge un altro elemento che colpisce particolarmente, ovvero i luoghi in cui i due attacchi si sono compiuti: il nord della Francia e il Belgio. Proprio questa zona è stata un punto cardine in cui l’ondata di terrorismo islamico in Europa si è sviluppata e ha preso piede. Proprio tra la Francia e il Belgio fu infatti attiva la cellula Isis di Bruxelles che fu responsabile degli attentati di Parigi del 13 novembre 2015 e di quello nella capitale belga del marzo 2016. Oggi non ce lo ricordiamo, ma quello fu anche il periodo in cui scoprimmo la parola lockdown, quando il governo di Bruxelles impose il confinamento in casa dei cittadini della capitale per il rischio di un attentato sullo stile di quello da poco avvenuto in Francia e per cercare di catturare il super ricercato Salah Abdeslam.

L’attentato che ci fece avere la percezione di un’emergenza terrorismo fu quello contro la sede del giornale satirico Charlie Hebdo e la presa di ostaggi presso il supermercato kosher Hypercacher nel gennaio del 2015, ma in realtà c’era già un episodio che può forse essere considerato il macabro inizio di quella scia di terrore, e avvenne a Bruxelles nel 2014, a maggio per la precisione. Fu in quell’occasione che Mehdi Nemmouche, un uomo di origine algerina legato all’estremismo islamico, aprì il fuoco all’ingresso del Museo Ebraico della capitale belga uccidendo quattro persone. Dopo gli attentati di Parigi del 2016 si scoprì che Nemmouche era stato in contatto con Abdelamid Abbaoud, ritenuto la mente degli attentati e il capo della cellula Isis di Bruxelles, morto nella gigantesca operazione di polizia messa in piedi a Saint-Denis dopo gli attacchi.

Parigi, il nord della Francia, il Belgio, un triangolo in cui si sono svolti alcuni dei più drammatici attentati jihadisti in Europa e in cui si sono mosse cellule più o meno organizzate, dove abbiamo assistito anche all’attentato sul treno Thalys, mentre transitava proprio tra la capitale belga e quella francese, e in cui, in uno dei tanti villaggi della Piccardia finì la fuga dei fratelli Kouachi dopo aver compiuto l’attentato contro Charlie Hebdo. Forse il fatto che i recenti attentati di Arras e Bruxelles siano stati compiuti proprio in quest’area è solo una coincidenza, ma il fatto che tale area sia stata l’epicentro dell’ondata di attacchi jihadisti iniziata nel 2014 è qualcosa che contribuisce a tenere alto il livello di attenzione.

Colpi di avvertimento
Se l’Europa è in allerta per il rischio che il terrorismo jihadista riacquisti vigore, in Israele il timore è legato invece a un potenziale allargamento del conflitto. Mettendo da parte il principale teatro della guerra, Gaza, su cui Israele continua a effettuare attacchi aerei e da cui continua a ricevere lanci di razzi, la situazione che preoccupa maggiormente non è nemmeno quella in Cisgiordania, dove si sono registrati diversi scontri che però sembrano essere in diminuzione. L’attenzione della sicurezza israeliana è attualmente alta soprattutto al confine con il Libano, dove non sono mancati gli scambi di colpi con Hezbollah e dove molti villaggi sono stati evacuati, compresa la cittadina di Kiryat Shmona, che conta oltre 20mila abitanti.

Se da un lato queste scaramucce possono rappresentare un modo da parte di entrambi i contendenti per scoraggiare ogni tentativo di approfittare della situazione e dichiarare guerra all’avversario, dall’altro tali rischiano di degenerare. Non si può non considerare che Hezbollah è uno stretto alleato dell’Iran, Paese nemico di Israele e con cui lo Stato ebraico è da anni impegnato in una guerra per procura in diverse zone del teatro mediorientale.

In questo contesto, quando il 7 ottobre tutto il mondo si divideva tra chi sosteneva le ragioni di Israele e il suo diritto a rispondere e chi invece invitava entrambe le parti alla pace, Teheran aveva dichiarato di sostenere il brutale attacco di Hamas. E con l’Iran che vanta nella regione una serie di alleati a partire dalla Siria e da Hezbollah riuniti in quell’alleanza che viene definita “Asse della resistenza”, i timori che possano svilupparsi attacchi ibridi o maggiormente strutturati è elevato, soprattutto dal caldo confine settentrionale israeliano, dove nel vicino libano è attivo Hezbollah e dove si trovano le alture del Golan contese con la Siria.

L’incendio sotto la cenere
Proprio subito dopo l’attacco di Hamas, mentre in tanti si chiedevano se ci fosse stato o meno un coinvolgimento iraniano, Teheran fece sapere che se il Paese fosse stato attaccato, come risposta ci sarebbe stato un attacco da Siria, Libano, Iraq e Yemen, citando non a caso i Paesi mediorientali dove sono maggiormente attivi gruppi vicini all’Iran.

Da oltre dieci anni, da quando il Medio Oriente è stato colpito dai sommovimenti successivi alla Primavera Araba cui è seguita la guerra civile siriana e la nascita dell’Isis, la Repubblica islamica ha cambiato la propria dottrina militare e di influenza nella regione nell’ambito del suo scontro per procura con Israele e l’Arabia Saudita, suoi principali rivali nell’area. Questo ha portato, oltre che al sostegno diretto al governo alleato di Damasco, a un appoggio sempre più strutturato a gruppi armati che vanno da Hezbollah, in Libano, al quasi omonimo Kata’ib Hezbollah, in Iraq, fino agli Houthi in Yemen. Gruppi che da un lato sono stati impegnati nella lotta all’Isis ma dall’altro non hanno mancato di colpire obiettivi occidentali.

E proprio nell’ambito di questa situazione non sono mancati negli anni episodi controversi, ancora in parte avvolti nel mistero ma per cui spesso si punta il dito contro l’Iran e i suoi alleati, come gli attacchi subiti da alcune navi mercantili nel golfo dell’Oman nel 2019 o i diversi attacchi degli Houthi contro le raffinerie saudite, in un’escalation in cui gli Stati Uniti arrivarono a uccidere a Baghdad il generale dei Guardiani della Rivoluzione, Qassem Soleimani. Attacchi ibridi, minacce nella regione: gli stessi timori che ha oggi Israele e per cui sta tenendo alta l’allerta anche lontano dalla frontiera con Gaza.

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