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Gaza segreta: la rete di tunnel sotterranei sfruttata da Hamas contro Israele

La striscia di Gaza è un fazzoletto di terra di 365 chilometri quadrati abitata da più di 2 milioni di persone, incastonata tra il mar Mediterraneo a Vvest, l’Egitto a Sud e Israele a Est e a Nord. È considerata una delle aree più densamente popolate a mondo, con circa 20mila abitanti per chilometro quadrato. Vicoli stretti, scorciatoie, strade che si divaricano in vie laterali secondarie: una fitta rete di passaggi non indicati sulle mappe che rendono la striscia un labirinto a cielo aperto.

Dal 2006, le forze israeliane mantengono un embargo totale sul territorio costiero, via mare e aria oltre ai valichi di approvvigionamento che sono spesso chiusi o sottoposti a forti restrizioni, come il valico di Rafah, che viene aperto per brevi periodi. Circa l’80% della popolazione vive grazie agli aiuti umanitari esteri e le condizioni di vita sono estremamente precarie come riporta l’Ufficio delle Nazioni Unite per gli aiuti umanitari (Unocha). I materiali utili alla costruzione come il ferro e  il cemento entrano invece a Gaza in quantità ridotte per il timore che siano usati per la costruzione di strutture militari utili ai gruppi armati palestinesi, come i tunnel.

Rischi dal sottosuolo
Sotto la striscia, si divarica una complessa trama di cunicoli, tunnel e nascondigli, secondo un rapporto del 2015 della Conferenza delle Nazioni Unite sul commercio e lo sviluppo (Unctad) sarebbero più di 1.532 i tunnel che fino al 2013 correvano sotto la striscia per mitigare l’impatto del blocco su Gaza. Non si conosce con esattezza l’estensione totale dei tunnel, ma sono radicati in maniera quasi speculare alla città e possono essere profondi fino a 80 metri sottoterra. Sono sparsi su tutta la costa e nell’entroterra: da Rafah fino a Nord di Gaza, dal mare fino agli insediamenti israeliani. Ed è proprio la loro estensione e il loro rapido utilizzo che ha permesso alle brigate Qassam, braccio armato di Hamas, di cogliere di sorpresa il 7 ottobre le truppe israeliane durante il loro attacco agli insediamenti israeliani.

I primi tunnel sono stati costruiti intorno agli anni ’90, e si sono poi ampliati sia dopo la prima che la seconda Intifada permettendo il passaggio di generi alimentari, armi e soldi. Attraverso la città di Rafah i tunnel attraversano il valico egiziano per finire nell’area controllata dai palestinesi. Con gli anni decine di tunnel al confine con l’Egitto sono stati distrutti dal Cairo su richiesta di Israele ma sono puntualmente ricomparsi all’interno di un intenso traffico di merci, materiali e munizioni tra tribù egiziane e palestinesi. 

I tunnel di Gaza non sono tutti uguali, ci sono quelli utilizzati per il passaggio tra Egitto e Gaza, che hanno una funzione di approvvigionamento generale e quelli ad uso esclusivamente militare. Quest’ultimi si dividono a loro volta in tre tipi. I primi utilizzati come magazzini dove le brigate al Qassam, braccio armato di Hamas, nascondono equipaggiamenti militari. I secondi sono dedicati alla reclusione e gestione dei prigionieri. I terzi, che sono considerati tunnel operativi in senso stretto, servono per lo spostamento dei paramilitari palestinesi dentro e fuori la striscia, per effettuare operazioni di attacco a Israele o come luoghi di rifugio dai bombardamenti di Tel Aviv. È all’interno di questi ultimi tunnel che è concentrato il comando militare di Hamas: stanze di cemento armato con linee telefoniche separate, sale riunioni, come riporta un documentario della tv araba Al Jazeera. Questa suddivisione dei centri di comando rende complesso per Israele riuscire a soffocare Hamas, nonostante i continui omicidi mirati ancora in corso dei dirigenti del movimento dentro la striscia di Gaza. L’ala militare di Hamas è infatti presente ed attiva nei cunicoli di Gaza mentre la sua dirigenza politica è divisa tra Amman, Beirut e Doha.

Minacce reciproche
Nel caso di un’invasione di terra da parte delle Israel Defence Forces (Idf) a Gaza, i tunnel potrebbero trasformarsi in pericolose e mortali trappole e snodi per possibili accerchiamenti all’interno di uno scontro armato urbano dove si dovrà combattere casa per casa, strada per strada all’interno di un territorio spettrale e pieno di macerie, sarà “close combat“: una guerra ravvicinata corpo a corpo. E nonostante le truppe israeliane siano capaci di combattere in territori urbani come ad esempio in Cisgiordania, scontrarsi con un nemico così sfuggente e che gode dell’appoggio di una parte importante della popolazione locale non sarà affatto facile e il rischio è di subire perdite ingentissime o di finire ostaggi nella fitta rete di cunicoli che si diramano sottoterra come già successo con il soldato Gilat Shalit, catturato nel giugno del 2006 e rilasciato solo dopo 5 anni in cambio della liberazione da parte delle autorità israeliane di 1.000 miliziani di Hamas. 

Abu Ubayda, il portavoce militare di Hamas in un recente comunicato ha invitato l’esercito israeliano ad invadere Gaza: «Vi aspetta l’inferno», ha dichiarato. Sul fronte opposto, il portavoce dell’esercito di Tel-Aviv, Daniel Hajari, ha affermato che non si fermano le operazioni utili ad un intervento via terra, necessario per eliminare Hamas: si stanno ammassando uomini e mezzi pronti all’attacco della Striscia, dove nelle ultime ore continuano a registrarsi pesanti bombardamenti dell’aviazione israeliana così come il lancio dei missili verso Tel Aviv e Sderot. Il conflitto in corso ha causato fino ad ora la morte di 3.000 palestinesi, secondo il ministero della Salute di Gaza, mentre sono 1.400 le vittime israeliane accertate dalle autorità di Tel Aviv. Le autorità israeliane stanno imponendo uno sfollamento forzato dei civili verso il valico di Rafah al confine con l’Egitto, secondo Amnesty International, l’ordine dell’esercito israeliano alla popolazione civile di “evacuare” verso il Sud della striscia di Gaza non può essere considerato un avvertimento valido e rappresenta uno sfollamento forzato di una popolazione civile, dunque una violazione del diritto internazionale umanitario.

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