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“Io, araba e israeliana, sono la dimostrazione che i due mondi possono convivere”

Due milioni di arabi, cristiani e musulmani, abitano oggi in Israele. Un quinto della popolazione dello Stato ebraico, infatti, ha origini palestinesi, ma gode di tutti i diritti e i doveri di cui godono gli altri cittadini israeliani. Gli arabo-israeliani votano e vengono votati, ricoprono cariche istituzionali di massimo calibro, eppure, da un punto di vista religioso e identitario, si sentono denigrati, nonché spezzati, quasi contesi tra i due mondi. Così, nell’ultimo conflitto in corso in Medio Oriente, ancora una volta si sono trovati a dover scegliere da che parte stare. 

Anche a Valerie Hamaty, una giovane, nota e talentuosissima cantante arabo-israeliana, è stato chiesto di compiere la medesima scelta. In questa intervista esclusiva a TPI Hamaty spiega perché, in lei, le due identità riescono a coesistere senza alcuna difficoltà. 

Valerie, quando per la prima volta ti sei interrogata sulla tua identità?
«All’età di sedici anni, durante il viaggio in Polonia con la mia classe. Nella cerimonia che chiudeva la visita nei lager, le mie amiche mi hanno chiesto di cantare. Tutte sapevano che mi piacesse cantare, ma non l’avevo mai fatto pubblicamente. Mai. Mi sono domandata se fosse legittimo che una ragazza araba cantasse in quel luogo, con le bandiere d’Israele sullo sfondo, e mi sono risposta immediatamente di sì. Così, per la prima volta, ho scoperto la mia voce. Sia quella musicale, che quella identitaria». 

Quanto è complicato essere un arabo-israeliano?
«Ogni minoranza, in ogni angolo del mondo, vive delle complessità. Qui, forse, è tutto più evidente a causa del contesto storico, geografico e politico. La mia famiglia è da nove generazioni in questa terra, ancor prima della fondazione dello Stato d’Israele. Ho radici palestinesi, ho un’identità e una cultura palestinese, ma riconosco pienamente il diritto di Israele ad esistere. Mio nonno, nato nel 1939, mi ha sempre detto che gli ebrei, a differenza degli arabi, hanno una sola casa nel mondo e meritano di vivere nella propria casa. Il nostro compito è dunque quello di sostenere Israele, ma rivendicare e salvaguardare la cultura araba locale». 

Sembra quasi una condanna: essere perennemente ospiti a casa propria.
«Non mi sento assolutamente ospite. Gli arabi che abitano oggi in Israele sono perfettamente integrati. Dopo quel viaggio in Polonia, ho cominciato a pormi delle domande esistenziali. Ricordo di essere andata dalla mia insegnate e di averle chiesto cosa fossi: araba o israeliana? Lei mi rispose che la scelta era mia e solo mia. Potevo essere araba, israeliana, o entrambe le cose. Così ho capito di essere sia araba che israeliana. Ho capito che io ero la sola responsabile del senso di estraneità in casa mia, poiché nessuno mi ci aveva fatto sentire tale. Ho capito che le due identità non si contraddicevano in alcun modo. Che la mia lingua è l’ebraico così come l’arabo. Come vedi, vivo in perfetta armonia, io sono l’esempio che i due mondi possono coesistere». 

Un quadro ottimista.
«No, realista. Essere araba e israeliana è il mio punto di forza». 

Non senti di essere sempre sotto esame? Di dover sempre dimostrare?
«Dimostrare cosa?». 

Di essere più israeliana degli israeliani.
«Sì, specie in questi giorni di guerra, ma non sono ingenua, ne capisco il motivo. Israele è circondata da Paesi arabi nemici e non è facile per gli israeliani definire chi è amico e chi è nemico. La mia solidarietà è scontata: sono israeliana. D’altronde i missili di Hamas non distinguono me da qualunque altro israeliano e nell’attentato del 7 ottobre sono stati uccisi anche molti arabi-israeliani. Hamas è un nemico comune. In primis, del popolo palestinese a Gaza». 

Credi davvero che i palestinesi non vogliano Hamas?
«Ne sono convinta. A Hamas non interessa nulla del popolo palestinese. Al contrario, vede in esso la pedina di un monopoli politico più ampio. Guardo i palestinesi nei Paesi arabi circostanti e sono felice di essere israeliana: sono tutti vittime di totalitarismi oppressivi, dove le donne non godono degli stessi diritti dell’uomo». 

È forse una questione culturale.
«No, credo che sia una questione educativa. È un certo tipo di educazione che rende meschini e violenti. Io ho le stesse radici di chi abita a Gaza, ma sono nata e cresciuta dall’altra parte del confine e sono stata educata al rispetto della vita. Se fossi nata a Gaza, sotto la dittatura di Hamas, non credo che sarei la persona che sono oggi». 

Eppure ci sono molti arabi nel mondo, americani o europei magari, che sostengono la causa palestinese.
«Se ti riferisci a Bella e Gigi Hadid, loro sono palestinesi come io sono svedese. Abitano nel Paese più liberale del mondo, fanno la vita da miliardarie e predicano tutto il giorno cosa sia più giusto per il popolo palestinese. È vergognoso. Io sono convinta che se avessero dovuto scegliere in che Stato mediorientale abitare, avrebbero scelto senza dubbio Israele». 

Sei una cantante e non un politico, ma te lo chiedo comunque: cosa rispondi a chi accusa Israele di attaccare Gaza in modo non proporzionale?
«Io non sono ebrea, ma mi immedesimo in un popolo che ha vissuto un altro piccolo olocausto. Dopo l’attentato alle Torri Gemelle nessuno ha messo in dubbio la risposta americana. D’altronde, come si risponde proporzionalmente all’uccisione a sangue freddo di 1.400 cittadini innocenti? Famiglie bruciate vive, donne stuprate, neonati e anziani rapiti e tenuti in ostaggio. Come si risponde proporzionalmente? Non lo so, davvero. So per certo però che chi, come me, ha davvero a cuore la causa palestinese deve innanzitutto auspicare alla fine del regime dittatoriale di Hamas». 

Credi ancora nella pace? Nella coesistenza?
«Per indole, forse perché sono un’artista, sono una persona drammatica. Passo da “È tutto andato perduto” a “La pace è dietro l’angolo” in un attimo. Nei momenti di lucidità, mi dico che non devo credere alla coesistenza, perché già la vivo. Io sono la coesistenza. Le mie migliori amiche sono israeliane, ebree, alcune delle quali ultraortodosse. Se qualcuno non crede nella coesistenza in Israele, lo invito a casa mia o nel ristorante di mio padre a Jaffa. Lo invito ad ascoltare la mia musica». 

Appena dopo l’attentato del 7 di ottobre sei andata a esibirti negli ospedali, per le vittime della strage, ma hai deciso di cantare rigorosamente in arabo e non in ebraico. Perché?
«Il solo contributo che posso dare è la mia voce. Per un attimo mi sono domandata se fosse legittimo cantar loro nella stessa lingua che avevano sentito dalle bocche dei loro assassini, e mi sono risposta di sì. Sconfiggere la paura e il pregiudizio significa anche questo. Le reazioni sono state commoventi, straordinarie. Mi hanno abbracciata, mi hanno ringraziata, mi hanno detto che ho dato loro speranza». 

E per il tuo futuro, cosa ti auguri? Quale sogno devi ancora realizzare?
«Vorrei far sentire la mia voce anche al di fuori di Israele. Nel mondo arabo, magari, negli Stati Uniti e in Europa. Lo scorso anno ho aperto l’Expo a Dubai cantando in arabo, ebraico e inglese. È stata una grande emozione. Canto anche in spagnolo e in francese. Credo di poter offrire un valore aggiunto a chi mi ascolta, umanamente e artisticamente parlando. Ecco, spero di poter continuare a far sentir la mia voce».

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