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Guerra tra Israele e Hamas: il glossario del conflitto

Fin dalle sue prime battute la risposta israeliana all’attacco lanciato da Hamas il 7 ottobre scorso è finita sotto la lente di attivisti, organizzazioni umanitarie e agenzie internazionali per possibili violazioni del diritto internazionale. Ecco alcuni termini usati in relazione al conflitto israelo-palestinese e cosa significano.

Crimini di guerra
«Siamo preoccupati che vengano commessi crimini di guerra. Siamo preoccupati per la punizione collettiva degli abitanti di Gaza in risposta agli atroci attacchi di Hamas, che costituiscono anche crimini di guerra», ha dichiarato l’Ufficio dell’Alto commissario delle Nazioni Unite per i diritti umani (Ohchr) lo scorso venerdì 27 ottobre, giorno in cui, secondo le autorità israeliane, il conflitto è entrato in una nuova «fase». In precedenza l’ufficio aveva annunciato un’inchiesta su possibili crimini di guerra commessi dopo i fatti del 7 ottobre, in cui hanno perso la vita circa 1.400 israeliani e sono stati presi più di 230 ostaggi. Oltre alla punizione collettiva, tra i possibili crimini l’ufficio Onu ha anche citato i trasferimenti forzati e la presa di ostaggi.

Punizione collettiva
Secondo la Croce rossa internazionale, si riferisce a sanzioni, persecuzioni o azioni amministrative intraprese contro un gruppo come ritorsione per un atto commesso da uno o più individui considerati parte del gruppo. «Nessuna persona protetta può essere punita per un’infrazione che non ha commesso personalmente. Le pene collettive, come pure qualsiasi misura d’intimazione o di terrorismo, sono vietate», recita l’articolo 33 della Quarta Convenzione di Ginevra relativa alla protezione delle persone civili in tempo di guerra (1949). Sono «protette» quelle «persone che, in un momento o in modo qualsiasi si trovino, in caso di conflitto o di occupazione, in potere di una Parte in conflitto o di una Potenza occupante, di cui essi non siano cittadini» (art. 4).

Il 12 ottobre, un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha dichiarato che gli attacchi aerei israeliani in risposta «agli orrendi crimini commessi da Hamas» sono un caso di punizione collettiva. «Non vi è alcuna giustificazione per la violenza che prende di mira indiscriminatamente civili innocenti, sia da parte di Hamas che delle forze israeliane. Ciò è assolutamente proibito dal diritto internazionale e costituisce un crimine di guerra», hanno dichiarato gli esperti, secondo i quali anche la presa di ostaggi rappresenta un crimine di guerra.

Trasferimenti forzati
Secondo la Quarta Convenzione di Ginevra, «i trasferimenti forzati, in massa o individuali, come pure le deportazioni di persone protette, fuori del territorio occupato e a destinazione del territorio della Potenza occupante o di quello di qualsiasi altro Stato, occupato o no, sono vietati, qualunque ne sia il motivo» (articolo 49). È ammessa la possibilità di «procedere allo sgombero completo o parziale di una determinata regione occupata, qualora la sicurezza della popolazione o impellenti ragioni militari lo esigano» a condizione che la popolazione evacuata sia «ricondotta alle sue case non appena le ostilità saranno cessate nel settore interessato». La «Deportazione o trasferimento forzato della popolazione» è uno dei crimini contro l’umanità previsti dallo Statuto di Roma della Corte penale internazionale.

Pulizia etnica
«In nome dell’autodifesa, Israele cerca di giustificare ciò che equivarrebbe a pulizia etnica», ha accusato la relatrice speciale dell’Onu sulla situazione dei diritti umani nei Territori palestinesi, Francesca Albanese il 14 ottobre scorso. Il giorno precedente le autorità israeliane avevano intimato a 1,1 milioni di persone che abitavano nella parte settentrionale di Gaza di trasferirsi a sud fino a nuovo ordine, mentre l’esercito si preparava ad allargare l’offensiva nella striscia.

Nella nota, Albanese ha citato i precedenti del 1948 e del 1967 che hanno portato al trasferimento, rispettivamente, di 750 mila e 350 mila palestinesi, in parte anche verso Gaza. Secondo l’Unrwa, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi, oltre l’80 percento dei 2,3 milioni di abitanti della striscia sono rifugiati.

Occupazione
Secondo l’articolo 42 della IV Convenzione dell’Aja concernente le leggi e gli usi della guerra terrestre (1907), «un territorio è considerato occupato quando si trovi posto di fatto sotto l’autorità dell’esercito nemico. L’occupazione non si estende che ai territori ove tale autorità è stabilita ed effettivamente esercitata». Gaza è considerata dall’Onu un territorio occupato (così come le Alture del Golan, rivendicate dalla Siria, e i Territori palestinesi della Cisgiordania e di Gerusalemme Est) perché Israele ha il pieno controllo dei suoi confini, dello spazio aereo e delle acque territoriali nonostante abbia formalmente ritirato le sue forze e i suoi coloni dall’enclave nel 2005.

Apartheid
A settembre Tamir Pardo, ex capo del Mossad, ha dichiarato che in Cisgiordania vige l’apartheid: «In un territorio in cui due persone vengono giudicate secondo due sistemi giuridici, quello è uno stato di apartheid». Diverse ong, come Human Rights Watch e Amnesty, hanno accostato Israele al regime abolito dal Sudafrica nel 1994. Ma, secondo l’Ue, l’uso del termine «non è appropriato».

Prigione a cielo aperto
Gli obblighi delle potenze occupanti, secondo il diritto internazionale, comprendono l’adozione di misure per garantire l’ordine pubblico, la sicurezza e per assicurare standard igienici e sanitari adeguati, nonché la fornitura di cibo e assistenza medica alla popolazione.

Da quando Hamas ha preso il potere all’interno della striscia, nel 2007, Israele ed Egitto hanno imposto un blocco che ha inciso drasticamente sulle condizioni di vita all’interno del territorio. Ai residenti sono richiesti permessi speciali per poter uscire dalla striscia, in cui già prima dell’ultimo conflitto l’80 percento degli abitanti era costretto a ricorrere ad aiuti umanitari.

Genocidio
In un appello pubblicato a una settimana dall’inizio dei bombardamenti, 800 accademici che si occupano di diritto internazionale, studi sui conflitti e genocidi hanno voluto «lanciare l’allarme sulla possibilità che le forze israeliane perpetrino il crimine di genocidio contro i palestinesi nella striscia di Gaza». «Non lo facciamo alla leggera e riconosciamo il peso di questa accusa, ma la gravità della situazione attuale lo richiede», recita il testo, che tra i firmatari include personalità di spicco degli studi sull’Olocausto come gli storici Omer Bartov e Marion Kaplan.

«Il linguaggio utilizzato dalle figure politiche e militari israeliane sembra riprodurre retorica ed espressioni associate al genocidio e all’incitamento al genocidio», prosegue la lettera, citando il discorso fatto dal ministro della Difesa israeliano Yoav Gallant il 9 ottobre, quando ha annunciato la cessazione totale delle forniture di elettricità, cibo e acqua: «Stiamo combattendo gli animali umani e agiamo di conseguenza». Da parte israeliana, l’accusa di genocidio è stata rivolta a Hamas alla luce delle atrocità del 7 ottobre, che hanno spinto diversi commentatori ad accostare i miliziani ai nazisti. A livello internazionale, un gruppo di esperti delle Nazioni Unite ha messo invece in guardia dal «rischio di genocidio contro il popolo palestinese». Un pericolo evocato anche dai Paesi della Lega Araba e dell’Unione Africana, mentre il presidente brasiliano Lula è stato più netto: «Questa non è una guerra, è un genocidio».

L’incitamento «diretto e pubblico a commettere genocidio» è uno degli atti considerati punibili dalla Convenzione Onu sul genocidio del 1948 (art.3) anche, secondo lo storico israeliano Raz Segal, «nei casi in cui il genocidio non avviene».

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