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Reportage da Ramallah, dove i palestinesi protestano contro l’Anp e cresce il fronte pro-Hamas

Nella Cisgiordania occupata, in tempo di guerra, le proteste diventano appuntamenti quotidiani. Per i palestinesi in West Bank scendere in piazza è la reazione disperata ai massacri perpetrati contro i civili nella Striscia di Gaz, come i bombardamenti contro il campo profughi di Jabalia, il 31 ottobre e il giorno seguente, o l’attacco contro un’ambulanza nei pressi dell’ospedale Al Shifa, a Gaza City, il 3 novembre.

Tra i moti più partecipati durante questo mese di guerra spiccano le proteste del 17 ottobre, che hanno coinvolto tutti i centri urbani della Cisgiordania, così come molte capitali del mondo arabo. Quella sera è stato enorme lo shock subito dalla comunità palestinese alla notizia, trasmessa da al-Jazeera, dell’esplosione all’ospedale al-Ahli di Gaza City, che avrebbe provocato circa 500 vittime e per cui la responsabilità israeliana è oggetto di inchieste. 

Nelle due ore che seguono l’esplosione, a Ramallah le strade del centro si riempiono di orde di giovani che corrono ad avvertire i commercianti di abbassare le saracinesche di negozi, cafè e ristoranti. Così si dà inizio allo sciopero che trasformerà la “capitale” palestinese in una città fantasma per tutta la giornata successiva. La sera stessa però, mentre gli esercenti chiudono le proprie attività, le vie cittadine sono tutt’altro che deserte: macchine e pedoni di dirigono in massa verso al Manara. 

«La gente è arrabbiata, sta impazzendo per l’orrore e così si riversa nelle piazze», ci spiega Basel, originario di Gaza e residente a Ramallah, mentre parcheggia la sua auto in una via laterale per recarsi in piazza con la figlia undicenne.

Alle grida di protesta contro i crimini di guerra israeliani si aggiungono ora invettive contro l’Autorità Nazionale Palestinese che prendono di mira Abu Mazen: «Vogliamo la caduta del presidente», intonano le schiere di manifestanti vicini ad Hamas.

Davanti a questi cori Basel decide di tornare a casa: l’esperienza gli insegna che la situazione si farà violenta.  «Stanno dicendo che vogliono spodestare il presidente, io non condivido tutto ciò. Secondo me quello che ci serve ora è unione, non scontri interni», osserva. 

Qualche minuto dopo, un’ampia porzione di folla si dirige in corteo verso il Muqata’a, il complesso composto dalle sedi di governo dell’Autorità Nazionale Palestinese e dal palazzo presidenziale. A sbarrare la strada c’è la polizia palestinese, che si trasforma in forza repressiva e apre il fuoco contro i suoi stessi cittadini. Il suono degli spari rimpiazza i cori intonati all’unisono fino a qualche minuto prima. 

L’imperdonabile colpa del presidente, secondo questi manifestanti, è quella di non aver assunto una posizione univoca di condanna contro Israele e di solidarietà nei confronti della popolazione della Striscia. Questa folla, sconvolta ora dalla morte di chi aveva cercato cure mediche e rifugio nell’ospedale colpito a Gaza City, proclama vicinanza ad Hamas identificando il gruppo armato come la vera resistenza palestinese, in netto contrasto con il para-governo dell’Anp, accusato di essere sempre più piegato alle pretese israeliane di ricevere garanzie di sicurezza attraverso la repressione interna in West Bank. 

La posizione assunta dal presidente Abu Mazen, che ha interrotto il silenzio dei primi giorni innanzitutto per condannare le azioni di Hamas del 7 ottobre, piuttosto che per opporsi alle atrocità commesse da Israele, ha confermato la percezione di tanti palestinesi che l’Autorità che li dovrebbe rappresentare sia sorda di fronte alle loro necessità. 

«Arrivati a questo punto, se scompare Hamas la resistenza palestinese sarà condannata a perire per almeno i prossimi trent’anni. Non ci sarebbe alcuna forza a proteggere i palestinesi né a Gaza né in West Bank. Gli israeliani ci cancellerebbero».

A Ramallah la pensa così anche chi non è vicino al movimento armato egemone nella Striscia e non ne condivide l’ideologia. Ma con un’Autorità Palestinese inerme, parte delle piazze in rivolta in Cisgiordania indossa i colori di Hamas, mentre il resto ne accetta la presenza pur di non rimanere orfana di una qualche forza politica che si opponga effettivamente all’occupazione israeliana. 

Se la sera del 17 ottobre ad al Manara ci sono poche bandiere, durante le numerose proteste che animano queste settimane, invece, il panorama dell’affollata piazza è un palcoscenico a due tinte. I colori delle bandiere palestinesi prevalgono, ma tra quelle nazionali ne spiccano anche molte a tinta unica: il verde primeggia negli agglomerati della folla composti dai simpatizzanti di Hamas, intenti nello sventolare bandiere fatte proprie dall’organizzazione armata al governo de facto della Striscia.

La differenza tra chi supporta apertamente Hamas e chi ne vede l’attività come il male minore emerge da questi colori e dalla composizione della piazza: i gruppi, anche se non opposti, sono distinti. Dove le bandiere nazionali prevalgono su quelle verdi, la vicinanza alle vittime di Gaza e l’indignazione di fronte alla narrazione che media e diplomatici occidentali propinano è espressa con cartelloni e manifesti, sorretti spesso da bambini con la kefyah in testa che siedono sulle spalle dei padri, accanto alle madri.

Dove invece primeggiano le bandiere verdi, la testa del corteo è tutta al maschile, mentre file di donne che indossano fascette di partito sopra l’hijab seguono in coda: i cori, in questo ampio angolo di piazza, intonano slogan religiosi e celebrazioni delle Brigate al-Qassam. 

Durante tante di queste proteste, prima e dopo la sera del 17 ottobre, quando l’insoddisfazione nei confronti dell’Autorità Nazionale Palestinese non catalizza l’attenzione dei manifestanti, uno degli sbocchi naturali dei cortei è il punto di contatto con le forze armate israeliane.

È infatti ad al-Bireh, nella zona cuscinetto designata come area B e situata alle porte dell’insediamento israeliano Beit El, che giovanissimi palestinesi vengono quotidianamente uccisi dai proiettili israeliani. 

Alle pietre palestinesi che fendono l’aria puntando verso i mezzi dei militari, i soldati israeliani rispondono con le pallottole. Le ambulanze impegnate in un andirivieni incessante e i giornalisti muniti di caschetto e giubbotto antiproiettile completano il ritratto di una scena offuscata solo da nuvole di fumo, alimentate da roghi che servono a ostruire la visuale ai cecchini. 

Israele è però sordo alle richieste di chi vuole la fine dei massacri. Mentre l’intensità di proteste e scontri armati in Cisgiordania aumenta insieme alle denunce inascoltate contro i crimini dello Stato ebraico, l’operazione via terra dell’Idf, cominciata durante l’ultimo weekend di ottobre, prosegue circondando Gaza City senza risparmiare i civili. I bombardamenti sono incessanti e le vittime nella Striscia superano le nove migliaia.

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