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Guerra in Ucraina: ecco chi arma la Russia di Putin

La guerra in corso a Gaza rappresenta qualcosa in più di un ennesimo ciclo di scontri violenti nel conflitto senza fine tra Israele e Hamas. I combattimenti di questi giorni sono il risultato di alcune profonde trasformazioni avvenute negli ultimi anni in Medio Oriente, dove nuove alleanze stanno trasformando la politica della regione. Nonostante i recenti sforzi dell’amministrazione Biden e dei suoi alleati per normalizzare i rapporti tra Israele e l’Arabia Saudita, c’è una controforza in azione: il consolidamento dei rapporti tra Russia e Iran. La cooperazione militare tra i due Paesi ha subìto un rovesciamento radicale negli ultimi decenni, partendo dal nulla dopo la rivoluzione del 1979 fino a stringere una partnership di difesa su larga scala – sostenuta dal business delle armi – nel 2023. 

Alleanza strategica
Da un punto di vista storico e ideologico, la collaborazione tra Mosca e Teheran è piuttosto inconsueta, ma molto allettante da quello strategico. Iran e Russia sono state rivali per quasi due secoli e l’ex leader supremo della Repubblica islamica Ruhollah Khomeini disprezzava l’Unione sovietica quasi quanto gli Stati Uniti, vedendo nell’ateo comunismo un potere aggressivo e minaccioso per il suo regime rivoluzionario.

Ma oggi la Repubblica islamica ha bisogno di avere una grande potenza alle spalle e insieme alla fornitura di un ampio raggio di armamentari – seppure inferiori a quelli occidentali – l’amicizia con Mosca, che occupa un posto al Consiglio di sicurezza dell’Onu, offre all’Iran un maggiore peso diplomatico e militare. Se si aggiunge il mutuo rifiuto per la democrazia e i diritti umani, la nuova alleanza appare ancor più comprensibile. 

Le ragioni dell’interesse della Federazione russa verso Teheran sono più difficili da spiegare. Cominciano da un’ampia gamma di interessi in comune, spesso legati da un sentimento anti-occidentale, dall’avversione verso i principi democratici, e la diffidenza verso il fondamentalismo dell’Islam sciita. La relazione tra i due Paesi ha avuto inizio dopo il crollo dell’URSS, quando i rispettivi servizi d’intelligence iniziarono a cooperare per tenere d’occhio i gruppi estremisti emergenti nel Caucaso e in Asia centrale. In Medio Oriente, condividono un simile senso di timore e opportunismo, con la preoccupazione che le rivolte finiscano per rovesciare i leader anti-occidentali come Bashar al-Assad e la speranza che i disordini li consentano di indebolire i loro nemici e aumentare la propria influenza.

Questa comunanza di interessi era sufficientemente utile alla Russia per allargare i rapporti con la Repubblica islamica, dalla vendita di armi fino alla decisione del 2015 di intervenire militarmente per salvare il regime di Assad. L’anno successivo, l’Iran consentì agli aerei da guerra russi di decollare dalla base di Hamedan in Siria occidentale per colpire i centri dell’Isis. Tra il 2010 e il 2023, i due Paesi hanno condotto nove esercitazioni militari congiunte incentrate in gran parte sulla lotta al terrorismo e alla pirateria e sulle missioni di ricerca e soccorso. Ma il livello di cooperazione era limitato a questi scopi. Fu solo con l’invasione di Putin dell’Ucraina nel febbraio 2022 che i due Paesi svilupparono una nuova alleanza strategica senza precedenti, con una clamorosa inversione dei ruoli. All’improvviso era la Russia ad avere bisogno dell’Iran mai come prima.

La Russia ha compiuto progressi notevoli nei suoi sistemi di difesa aerea e nei missili ipersonici, ma i militari non sono stati in grado di sviluppare in tempo la tecnologia per i droni. Per stare al passo con la guerra moderna, Mosca si è dovuta rivolgere all’Iran, una delle poche nazioni disposte a venderle materiale militare.  Tra l’agosto e il dicembre del 2022, Teheran ha fornito centinaia di droni da ricognizione e di Shahed-136 – detti anche droni kamikaze – utilizzati dalla Russia per colpire obiettivi civili e governativi. L’Iran inviò decine di Guardie della rivoluzione in Crimea per addestrare i loro omologhi russi e alla fine dell’anno, i droni iraniani avevano già provocato la morte di centinaia di civili, bambini inclusi. Attraverso il Mar Caspio, Teheran ha inviato migliaia munizioni per i carri armati e l’artiglieria, diventando in breve tempo il principale sostenitore militare di Putin. Oggi l’alleanza strategica è tale, che la sconfitta della Russia in Ucraina rappresenterebbe un’umiliazione anche per gli Ayatollah.

 Velivoli suicidi
Lo Shahed-136, è un piccolo veicolo aereo senza equipaggio (Uav) che esplode all’impatto con il bersaglio ed è in grado di trasportare testate da 56 chilogrammi. Per la sua propensione a volare direttamente sugli obiettivi, viene chiamato drone “kamikaze” e a causa del suo rumoroso motore a propulsione, gli ucraini lo hanno rinominato “motorino volante”.  Questi droni, molto più economici da produrre rispetto ai danni che provocano, hanno colpito diversi obiettivi nel profondo dell’Ucraina. Volando bassa quota riescono a eludere i preziosi sistemi di difesa aerei di Kiev e consentono a Mosca di preservare i suoi preziosi missili ad alta precisione. Gli attacchi, spesso indirizzati verso infrastrutture civili, hanno avuto un forte impatto sugli sforzi bellici ucraini, mettendo fuori uso le reti elettriche e distruggendo enormi riserve di grano.

In un documento di quarantasette pagine, inviato ai Paesi del G7 nel mese di agosto, l’Ucraina ha chiesto sostegno per ottenere missili a lungo raggio per colpire gli impianti di produzione in Russia, Siria e Iran. Il rapporto completo, intitolato “Barrage Deaths: Report on Shahed-136/131 UAVs”, redatto dall’Istituto Centrale di Ricerca ucraino sugli armamenti e le attrezzature militari, include informazioni d’intelligence che vanno dall’inverno 2022 alla primavera 2023. Il testo fornisce l’analisi più recente dell’evoluzione delle tattiche e dei piani di produzione dei droni kamikaze russi, le planimetrie per la costruzione di una fabbrica, schemi tecnici, memorandum d’intesa e presentazioni date ai rappresentanti del ministero della Difesa russo sullo stato di avanzamento del progetto di collaborazione, con il nome in codice “Project Boat”.

Secondo il rapporto, le marcature dei componenti elettronici dei droni utilizzati in Ucraina sarebbero state deliberatamente distrutte con l’uso di laser e i droni rinominati Geranium-1 e 2 come parte di un probabile accordo per nascondere il coinvolgimento dell’Iran. Iran e Russia starebbero inoltre collaborando allo sviluppo di un nuovo motore per lo Shahed-136, per aumentarne la velocità e la gittata fino a raggiungere i 1.600 chilometri. Il rapporto ha anche rivelato la presenza di prodotti occidentali nel 90 per cento dei componenti dei droni abbattuti, tra cui Francia, Stati Uniti, Regno Unito, Germania, Giappone, Italia, Canada e Unione Europea, gli stessi del G7.

La fabbrica del conflitto
L’accordo tra Teheran e Mosca assomiglia sotto ogni aspetto a un franchise, in cui gli specialisti iraniani condividono documentazioni, componentistiche e know-how per la produzione in massa di droni fatti in casa. In un documento trapelato risalente a febbraio, prodotto dal direttore generale del progetto, sono elencati i dettagli dei costi dell’operazione per un totale di oltre 151 miliardi di rubli, oltre 2 miliardi di dollari al tasso di scambio di allora, di cui oltre la metà spetterebbe all’Iran – che avrebbe insistito per essere pagato in dollari o in oro a causa della volatilità del rublo. Il progetto prevede la creazione di una fabbrica delle dimensioni di 14 campi da calcio ed è diviso in tre fasi. La prima prevede la consegna dell’Iran dei droni smontati per essere poi assemblati nell’impianto; la seconda prevede la produzione di fusoliere presso la fabbrica che verranno poi unite ai motori e ai componenti elettronici forniti; mentre la terza, quella più ambiziosa, ipotizza la produzione di 6mila droni – con poca o nessuna assistenza iraniana – a disposizione dell’esercito russo entro il settembre 2025. 

Alcune immagini satellitari diffuse dalla Casa Bianca dimostrano i progressi nella costruzione della fabbrica dei droni kamikaze, situata nella zona economica esclusiva della Repubblica del Tatarstan, 800 chilometri a est di Mosca. La fabbrica, di proprietà della Albaluga Jsc – appartenente per il 66 per cento al governo federale e per il 34 per cento alla Repubblica islamica – non risulta nell’elenco delle aziende sanzionate dagli Usa e dai suoi alleati e consentirebbe alla Russia di soddisfare il fabbisogno cronico di velivoli da combattimento del Cremlino e aumentare le proprie capacità passando da lanci occasionali con decine di droni importati ad attacchi regolari con centinaia di droni autoprodotti nel corso del prossimo anno per colpire le infrastrutture energetiche vitali all’Ucraina,  provocando condizioni di vita infernali per la popolazione con il rapido calo delle temperature. Il 12 novembre, il presidente ucraino Volodymyr Zelensky ha nuovamente avvertito della possibilità che la Russia, come l’anno scorso, aumenti i suoi attacchi alle infrastrutture ucraine con l’arrivo dell’inverno.

La Casa Bianca ha anche pubblicato una mappa dove viene mostrata la via di rifornimento degli Uav iraniani verso le basi di lancio russe situate a nord e a est dell’Ucraina dall’inizio dell’estate. Secondo la mappa, i droni vengono spediti dal nord dell’Iran attraverso il mar Caspio per raggiungere il porto russo di Makhachkala, per poi essere trasportati via terra fino alle basi militari russe vicine alla frontiera. Ma dall’inizio delle spedizioni, la domanda era: cosa avrebbe chiesto l’Iran in cambio? Gli ultimi rapporti parlano dei jet da combattimento SU-35, elicotteri d’attacco, sistemi di difesa aerei, radar militari e dispositivi militari sensibili, per un ammontare di «miliardi di dollari», ha detto portavoce della sicurezza nazionale della Casa Bianca John Kirby. «Tali armi avanzate, se fornite, aumenterebbero le capacità militari dell’Iran su più fronti – dal confine siriano-israeliano all’Afghanistan occidentale, fino al Golfo persico – e rappresenterebbero una nuova sfida per i militari Usa e israeliani nell’eventualità di un futuro attacco alle centrali atomiche iraniane». 

“Vecchi amici”
Invertendo ancora una volta il ruolo tra fornitori e clienti, negli ultimi mesi la Russia ha iniziato a rivolgersi ad alcuni “vecchi amici” nel tentativo di rifornire gli enormi stock di armi utilizzate per la guerra in Ucraina, cercando di recuperare parti dei sistemi di difesa che aveva esportato in Paesi come Pakistan, Egitto, Bielorussia e Brasile. Lo scorso aprile una delegazione di funzionari russi in visita al Cairo ha chiesto al presidente egiziano Abdel Fatah al-Sisi di restituirgli più di cento motori degli elicotteri russi di cui Mosca aveva bisogno per il suo sforzo bellico. Questi incontri, ha scritto il Wall Street Journal, fanno parte di uno sforzo più ampio della Russia nel cercare aiuto dai suoi clienti storici, che per decenni hanno acquistato aerei, missili e sistemi di difesa aerea russi, facendo di Mosca il secondo esportatore mondiale di armi. Nel corso dell’ultimo anno, oltre a tenere colloqui con funzionari del Pakistan, della Bielorussia e del Brasile, il Cremlino è arrivato fino a Pyongyang in cerca di sostegno.

Dall’inizio di agosto, per la Cnn, la Corea del nord ha esportato oltre un milione di munizioni nel corso di oltre dieci spedizioni, sufficienti a sostenere più di due mesi di combattimenti in Ucraina. Secondo i servizi di sicurezza sudcoreani, Pyongyang starebbe sfruttando le sue fabbriche militari al massimo della loro capacità per soddisfare la richiesta di forniture belliche di Mosca, ottenendo in cambio consulenze tecniche per i lanci dei suoi missili. Come ha riferito il Consigliere nazionale della Casa Bianca Jake Sullivan «ciò avrà conseguenze per la Corea del nord e pagherà il prezzo delle sue azioni di fronte alla Comunità internazionale».

Nuovi partner
Le nuove alleanze di Mosca sono un elemento importante per comprendere sia le evoluzioni in Medio Oriente degli ultimi tre o quattro anni, sia la recente guerra di Gaza. L’Iran ha iniziato a mostrare di più i muscoli incoraggiato da una parte dal progressivo allontanamento degli Stati Uniti dalla regione sotto le amministrazioni di Obama e Trump, dall’altra grazie al sostegno della Russia a livello diplomatico e militare, come avvenuto in Siria.  La Russia a sua volta è motivata dalla sua crescente influenza regionale come forza di contro bilanciamento agli Stati Uniti. Inoltre, il Cremlino ha dovuto utilizzare una parte limitata delle sue forze armate e delle sue compagnie militari private – come il gruppo Wagner – per occupare questo ruolo nei conflitti regionali, con una spesa relativamente bassa.

È anche possibile che l’aumento del sostegno russo abbia incoraggiato l’Iran a sostenere l’attacco di Hamas contro Israele, ma non è questo il motivo principale per cui incoraggia le organizzazioni terroristiche locali e non è la causa principale per cui Hamas ha deciso di entrare in guerra. Tuttavia non è irrilevante; Teheran sa di poter essere più aggressiva con una grande potenza alle spalle. 

Mentre la Russia entra nel suo ventunesimo mese di combattimenti in Ucraina, entrambi le parti hanno un disperato bisogno di munizioni, ma la fine della guerra in Ucraina sembra ancora lontana, così come la fine delle sanzioni occidentali.

La Nato continua ad aumentare la sua spesa militare e da quando il principe Mohammad bin Salman ha sconfitto Putin nella guerra dei prezzi del petrolio del 2020, la Russia si è dovuta adeguare alla linea saudita dentro l’Opec Plus. Ma questa situazione di stallo non sembra tuttavia esaurire le risorse di Mosca e con ogni probabilità le sue nuove alleanze si rafforzeranno in futuro, vedendo nell’Occidente un nemico da combattere in comune.

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