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Perché nessuno parla più dell’Ucraina? (di G. Gambino)

C’è stato un tempo in cui l’Ucraina era la madre di tutte le battaglie. L’invasione russa ha costituito, secondo molti osservatori-servitori, il simbolo della democrazia e della libertà da difendere a ogni costo, la tutela del diritto internazionale, perché nessuno Stato potesse mai più violare la sovranità di un altro.

Fanfare varie, riarmo militare a più non posso, mondo nel caos e un costo energetico-politico e militare senza precedenti per l’Europa – vera grande sconfitta di questo conflitto – ed eccoci qua, quasi due anni dopo, a dover ricordare a voi lettori che quella guerra è di fatto già finita senza però che nessuno ve l’abbia detto o l’abbia ancora ufficialmente fermata.

Un gioco di magia dettato dai grandi interessi, null’altro: la ricerca disperata di un rinnovato ordine mondiale a primato Usa, il rafforzamento della Nato, gettare il mondo in caos-landia (ma con blocchi ben definiti).

Appurate e parzialmente ottenute queste cose, della guerra in Ucraina oggi non è più necessario che si parli, perché gli interessi affinché continui sono venuti meno.

E se è ormai chiaro a tutti, anche alla presidente del Consiglio Giorgia Meloni, colta di sorpresa da uno scherzo telefonico, che l’Ucraina non può vincere, è ugualmente evidente che la Russia non può far altro che restare immobile.

Così, dopo circa venti mesi di guerra alle porte dell’Europa, improvvisamente tutti sembrano essersi dimenticati di Kiev.

Eppure c’è stata gente, la più comune, che appena la Russia ha invaso è partita con furgoni e auto – un po’ da ovunque in Europa – alla volta del confine ucraino per fornire aiuti e vestiti agli sfollati e ai civili in fuga. Emotività comprensibile a parte, oggi appare più evidente che forse – più che gli ucraini – aiutavano se stessi nella ricerca del senso della vita in una sorta di viaggio spirituale per lasciare un impatto.

Stesso dicasi per giornalisti, commentatori, diplomatici, salottieri: fulminati dall’ammissione off the records (poi resa pubblica con lo scherzo) di Palazzo Chigi per il fallimento della controffensiva ucraina e anche dal minore coinvolgimento degli Usa nel conflitto.

Infatti, nonostante la propaganda di guerra, la mappa del fronte è la stessa da oltre un anno. Uno stallo significativo in entrambi i sensi che però non permette, a nessuno, di gridare vittoria.

Addirittura assistiamo in queste settimane al “controesodo” degli ucraini che – mai realmente accolti dall’Europa, complici le storture burocratiche che rendono impossibile integrarli – stanno gradualmente rientrando a casa loro.

È legittimo dunque chiedersi, due anni più tardi, se il più importante stravolgimento militare, storico e politico dalla Seconda guerra mondiale fosse davvero così centrale e importante per le sorti dell’Europa e dell’Occidente; per i suoi valori; per la sua “tenuta democratica”. Oppure se non fosse il gioco sporco di Usa e compagni, dopo anni di politiche espansionistiche, volto a incancrenire un’intera regione accettando finanche il costo di un conflitto armato (sulle spalle degli europei) e sacrificando la vita di decine di migliaia di ucraini.

Anche perché, se per alcuni è stato perfettamente comprensibile l’atteggiamento muscolare della Nato nei confronti della Russia in seguito all’invasione dell’Ucraina, lo risulta meno oggi quello dell’Occidente davanti alla strage che ha deciso di avallare, giorno dopo giorno, nel territorio di Gaza contro un popolo inerme e per di più senza possibilità di fuga.

Cosa insegneremo ai nostri figli domani? È questo l’Occidente che vogliamo e a cui crediamo un giorno sì e l’altro no? Siamo sicuri che l’Europa, illuminista e perciò illuminata, progressista, moderata, sia quella roba per cui muoviamo eserciti, facciamo la guerra, e poi ce ne dimentichiamo lasciando i popoli al loro inutile destino, così come dimostra la lunga serie di conflitti dimenticati sparsi per il mondo?

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