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Giuseppe Guzzetti a TPI: “Vi racconto la finanza buona”

Se Intesa Sanpaolo si è imposta come una delle più importanti banche in Europa, è anche perché i suoi azionisti di maggioranza, ovvero le fondazioni bancarie, hanno fin qui saputo individuare un management di qualità e non si sono mai intromessi nella gestione. Lo dice in questo colloquio con TPI – prima parte di un’ampia intervista al nostro giornale che pubblicheremo nelle prossime settimane – Giuseppe Guzzetti, a lungo presidente della Fondazione Cariplo, che con il suo 5,2% detiene tutt’ora il secondo pacchetto di azioni dell’istituto di credito concepito sull’asse Torino-Milano.

Guzzetti, 89 anni, comasco, già presidente della Regione Lombardia con la Democrazia Cristiana tra il 1979 e il 1987, ha retto il timone di Fondazione Cariplo per quasi mezzo secolo, dal 1997 al 2019, e per ben diciannove anni, dal 2000 al 2019, ha presieduto anche l’Acri, l’associazione delle fondazioni e delle casse di risparmio.

È sotto la sua presidenza che si è completata, nel 1997, la cessione di Cariplo al Banco Ambroveneto guidato da Giovanni Bazoli: da quell’operazione nacque Banca Intesa, che nove anni dopo si sarebbe fusa con il Gruppo Sanpaolo.

Guzzetti è stato uno dei più importanti banchieri filantropi della storia d’Italia: sotto la sua gestione la Fondazione Cariplo ha finanziato circa 30mila progetti nei campi del sociale, dell’arte, della cultura, dell’ambiente, della ricerca scientifica, per un totale di circa 3 miliardi di euro investiti a fondo perduto. Ed è proprio questo il secondo tasto su cui batte l’ex presidente in questa chiacchierata. Ovvero: è proprio grazie all’esperienza convogliata dalle fondazioni che Intesa Sanpaolo oggi è così attiva sul fronte degli stanziamenti al sociale.

Guzzetti, quale contributo ideale e culturale ha portato Cariplo in Intesa?
«Direi due contributi. Il primo: la Fondazione Cariplo, insieme ad altre quattro fondazioni (la Compagnia Sanpaolo di Torino, la Fondazione Cassa di Risparmio di Padova e Rovigo, la Cassa di Risparmio di Firenze e la Cassa di Risparmio di Bologna, ndr) in questi anni ha esercitato il proprio ruolo di azionista senza mai interferire nella gestione. Quando c’è stato da rinnovare il consiglio d’amministrazione, cioè, queste cinque fondazioni hanno sempre presentato una propria lista di maggioranza, contrapposta a quella di minoranza presentata da Assogestioni, ma, una volta che il Cda era nominato, e con esso il presidente e l’amministratore delegato, le fondazioni non hanno mai interferito con l’attività del management».

Questo atteggiamento che effetto ha avuto sulla gestione della banca?
«Ha senz’altro consentito all’amministratore delegato di poter lavorare in tranquillità. Se Intesa Sanpaolo è diventata una fra le prime banche d’Europa e Carlo Messina (a.d. dal 2013, ndr) per sei anni è stato premiato come miglior a.d. di banca del Vecchio Continente, allora significa che noi azionisti abbiamo scelto bene».

E il secondo contributo portato da Cariplo?
«Qualche settimana fa Messina ha annunciato che Intesa Sanpaolo destinerà 1,5 miliardi di euro al sociale nei prossimi cinque anni. Significa 300 milioni di euro all’anno. Lo stesso Messina ha sottolineato molto chiaramente che la sensibilità e l’attenzione della banca per la parte sociale deriva anche dai valori propri delle fondazioni. Le fondazioni hanno dato una grande spinta a qualificare l’azione sociale della banca».

E in particolare di Fondazione Cariplo?
«Quando Fondazione Cariplo ha ceduto Cariplo al Banco Ambrosiano Veneto, si è incontrata con le sensibilità del Nuovo Banco Ambrosiano, che aveva in sé una forte cultura del sociale. Quella cultura si è ancor più rafforzata ed estesa con la gestione dell’amministratore delegato Carlo Messina. Ma, andando più indietro nel tempo, ricordo che sotto la presidenza di Giordano Dell’Amore, Cariplo sostenne la ricostruzione nel secondo dopoguerra in tutta la Lombardia, finanziando la formazione professionale ma anche il sociale, con la costruzione di numerosi ospedali in tutta la regione».

Perché una grande banca che fa miliardi di profitti investe a fondo perduto nel sociale?
«Perché questo coincide con la visione dei suoi azionisti. Intesa Sanpaolo può impegnarsi nel sociale perché sa che gli azionisti che oggi rappresentano la maggioranza del suo capitale sociale non solleverebbero mai questioni, se una parte importante dei dividendi fosse destinata, come poi è stato, al sociale. Non dimentichiamoci che quegli 1,5 miliardi di euro di cui ha parlato Messina sono, di fatto, risorse sottratte agli azionisti. Ma evidentemente questi azionisti sono ben contenti se i finanziamenti elargiti dalla banca al sociale migliorano la qualità della vita delle nostre comunità».

Quali altre banche in Italia hanno una così spiccata attenzione al sociale?
«Ci sono banche che hanno costituito fondazioni dotate di capitale sociale relativamente modesto, ma nessuna raggiunge la mole di finanziamenti di Intesa Sanpaolo».

Chiudiamo con una battuta sugli ambienti della finanza italiani. Esiste ancora la distinzione tra finanza cattolica e finanza laica?
«Guardi, io questa distinzione l’ho sempre ritenuta una stupidaggine. Che importanza ha se, per esempio, Guzzetti e Bazzoli sono o non sono cattolici? Quel che conta è solo che, nel fare finanza, si abbia come obiettivo la correttezza nella gestione. Ed eventualmente anche la sensibilità al sociale. Ma quel che importa, per una banca, è solo se ben amministrata o no».

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