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Verso le elezioni europee: ora la destra vuole anche Bruxelles

Guerre, tensioni economiche ed elezioni. Il 2024 sarà un anno importante: secondo Bloomberg forse il più «tumultuoso», dal punto di vista geopolitico, degli ultimi decenni. I conflitti brutali in Ucraina e a Gaza, l’incertezza che ancora grava sulla ripresa post-pandemica e le tensioni tra Stati Uniti e Cina continueranno ad agitare gli equilibri mondiali anche nei prossimi mesi. Ma il 2024 sarà anche, e forse soprattutto, l’anno delle elezioni. Dall’India agli Stati Uniti, passando per la Russia e l’Ucraina, nei prossimi dodici mesi andranno al voto Paesi con una popolazione complessiva di 4 miliardi di persone. 

Secondo le stime dell’Economist, voteranno più persone che in qualsiasi altro anno nella storia: in totale, saranno 76 i Paesi in cui saranno chiamati alle urne tutti i cittadini. Di questi, 27 appartengono all’Unione europea. 

Dove soffia il vento
L’appuntamento è dal 6 al 9 giugno per rinnovare l’unica istituzione europea eletta direttamente dai cittadini, il Parlamento europeo. Il voto arriva in un momento di cambiamento per l’Ue. Dopo la crisi del 2011 e le soluzioni sperimentate nel periodo pandemico, con il compromesso che ha portato al Next Generation Eu, la responsabilità di tracciare una nuova rotta per il futuro ricadrà in parte sui partiti che prevarranno alle urne. Una maggioranza che potrebbe essere diversa dal passato. 

Da mesi i sondaggi registrano un fenomeno trasversale a diversi Paesi dell’Unione, quello dell’ascesa della destra radicale. Partiti che un tempo venivano considerati marginali, nati a volte dalle ceneri di formazioni post-fasciste, stanno guadagnando popolarità e in alcuni casi il potere. Nonostante alcune battute d’arresto, come quelle di Vox in Spagna e di Diritto e Giustizia in Polonia, la destra è riuscita a ottenere risultati senza precedenti. 

È il caso della vittoria a sorpresa di Geert Wilders nei Paesi Bassi e del risultato delle elezioni dell’anno scorso in Svezia, dove i Democratici svedesi sono diventati il secondo partito e per la prima volta sostengono la coalizione al governo. 

Sempre il 2022 è stato l’anno in cui per la prima volta un partito erede del Movimento Sociale Italiano è sbarcato a Palazzo Chigi. I sondaggi premiano la destra anche in Germania, dove l’Alternative für Deutschland (Afd) supera stabilmente il 20% ed è al secondo posto nei sondaggi, mentre in Francia il Rassemblement national (Rn) punta a diventare primo partito e a lanciare Marine Le Pen alla vittoria nelle presidenziali del 2027.

In Austria il Partito della Libertà ha raggiunto il 30% nei sondaggi e sta aumentando il divario sul Partito Socialdemocratico: il partito che fu di Jörg Haider si prepara a vincere per la prima volta le elezioni legislative, che si terranno anch’esse nel 2024. In Ungheria Viktor Orbàn, da tempo il leader europeo più longevo, è pronto a iniziare il 14esimo anno consecutivo alla guida del governo. 

Scenario
Al voto di giugno, la speranza della destra è di riuscire a scardinare la grande coalizione che negli ultimi anni ha dominato la politica europea: quell’alleanza tra centrodestra (Partito Popolare Europeo), centrosinistra (Socialisti e Democratici) e liberali (Renew) che, con l’appoggio di altri partiti, nel 2019 ha nominato Ursula von der Leyen alla presidenza della Commissione europea.

«L’anno prossimo per la prima volta nella storia delle istituzioni europee il centrodestra unito e determinato può liberare Bruxelles da chi la occupa abusivamente», ha detto Matteo Salvini durante il raduno organizzato a Firenze dal gruppo europeo Identità e Democrazia (Id), a cui aderisce la Lega. Ma l’ondata di consensi potrebbe non bastare a superare il “cordone sanitario” dei centristi.

Secondo l’aggregatore di sondaggi Europe Elects, il Ppe e i due gruppi della destra non avrebbero da soli i numeri per formare una maggioranza. Id guadagnerebbe ben 14 parlamentari rispetto al voto del 2019, portando la formazione che unisce la Lega al Rn di Marine Le Pen e alla tedesca Afd a 87 seggi, appena due in meno dei liberali di Renew, che sarebbe la terza forza con 89 parlamentari (19 in meno rispetto al 2019). Il Partito dei Conservatori e dei Riformisti europei (Ecr), guidato attualmente da Giorgia Meloni, sarebbe quindi il quinto gruppo con 83 seggi (+21). 

Con i 175 europarlamentari del Ppe (-7) i due gruppi di destra arriverebbero a 345 seggi, meno dei 353 necessari per una maggioranza. Anche aggregando partiti non affiliati, come l’ungherese Fidesz, le defezioni dall’ala sinistra del Ppe renderebbero la coalizione poco praticabile.

Un’alleanza tra Ppe, Socialisti e Democratici (che perderebbero 12 seggi, per un totale di 142), Verdi (52 parlamentari, 22 in meno rispetto al 2019) e Renew garantirebbe invece una solida maggioranza di 458 parlamentari. Un’altra ipotesi discussa negli scorsi mesi è quella di un’alleanza “nazional-liberale” sul modello svedese.

In questo scenario, l’Ecr di Giorgia Meloni entrerebbe a far parte di una coalizione “atlantista” con popolari e liberali, escludendo l’Id. Anche in questo caso la tenuta della coalizione sarebbe minacciata dall’ala sinistra del Ppe e di Renew, che l’anno scorso ha condannato il partito membro svedese per aver sostenuto il governo Kristersson. 

Ai leader della destra, le manovre di avvicinamento al potere hanno già fatto dimenticare molti dei vecchi cavalli di battaglia. L’impopolarità dell’uscita dall’Unione o dall’euro sembrano aver convinto personalità come Wilders o Le Pen a mettere meno l’accento sulla “Frexit” o la “Nexit”, come avvenuto anche ai loro alleati italiani. 

Per il resto, sono evidenti le divisioni su molti fronti, dalla politica fiscale all’Ucraina. Orbán, Wilders, Le Pen, l’Afd e il Partito della libertà austriaco, ad esempio, sono tutti più propensi di Meloni a trattare con Putin. La richiesta di vincoli più morbidi sui conti pubblici trovano nemici proprio all’interno della destra europea. 

Il principale argomento su cui sembrano tutti d’accordo è l’ostilità all’immigrazione. Il testimone è stato raccolto anche dai democristiani tedeschi della Cdu. La formazione più influente all’interno del Ppe ha proposto un nuovo programma in cui prende le distanze dal passato recente, in cui a dominare il centrodestra e la scena politica tedesca era la figura conciliante di Angela Merkel.

L’ascesa dell’Afd ha invece convinto il nuovo leader Friedrich Merz della necessità di non lasciare terreno alla destra radicale. Il suo programma invoca la creazione di una «cultura guida» tedesca che incorpori i valori fondamentali della Germania e comprenda il rispetto per i diritti umani e lo stato di diritto così come «la consapevolezza della patria e dell’appartenenza e il riconoscimento del diritto di Israele ad esistere». Secondo i leader della Cdu, solo chi accoglie questi principi dovrebbe diventare cittadino tedesco. 

Meloni, attualmente la leader di più alto profilo che la destra europea ha da offrire, ha però sottolineato quanto sia difficile mantenere le promesse anche sul fronte dell’immigrazione. «È il fenomeno più complesso che mi sia trovata a gestire», ha detto durante la recente manifestazione di Atreju. «So bene che i risultati non sono quelli che ci si attendevano».

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