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Così la lobby pro Israele condiziona le elezioni negli Usa

Se quest’anno l’attrattiva per le primarie presidenziali è praticamente inesistente, con Joe Biden blindato dall’establishment democratico come unico candidato e i suoi sfidanti totalmente ignorati, e Donald Trump in solitaria corsa verso la nomina repubblicana con la sola Nikki Haley rimasta a contrastarlo (sebbene da molto lontano), così non è per alcune competizioni congressuali in casa democratica.

In un momento in cui la guerra israelo-palestinese tiene banco, due ricchissimi gruppi incondizionatamente pro-Israele, già pesantemente intervenuti nei cicli elettorali del 2020 e 2022, hanno infatti pianificato di spendere almeno 100 milioni di dollari contro l’ala progressista del Partito democratico: sono l’American Israel Public Affairs Commettee (Aipac), creato negli anni Cinquanta ma divenuto effettivamente potente nel corso degli anni Ottanta, e la sua costola democratica, o tale almeno in apparenza, la Democratic Majority for Israel (Dmfi), creata dall’abile stratega dell’Aipac, Mark Mellman, nel gennaio del 2019,  per superare, come vedremo, alcune criticità del momento.

Anti-squad
«È emersa una delle principali, più aspre e costose battaglie politiche del ciclo elettorale del 2024: l’American Israel Public Affairs Committee, tra i più potenti e più ricchi influence operations (gruppi lobbistici attivi ad esempio nella creazione e diffusione di spot diffamatori) di Washington, intende fare di tutto per sbattere fuori dal Congresso la celebre “Squad” – il piccolo gruppo ad alta visibilità composto da popolari legislatori progressisti di colore, per la maggior parte donne», scriveva nel novembre scorso Slate Magazine.

Si tratta dei sette deputati eletti tra il 2018 e il 2022 sotto l’egida di Justice Democrats, un gruppo nato nel 2016, sull’onda dell’entusiasmo per la Political Revolution di Bernie Sanders, con lo scopo di reclutare nuovi candidati che corrano su piattaforme progressiste di stampo appunto sandersiano. L’appellativo Squad fu coniato in senso negativo da Donald Trump per le prime quattro Justice Democrats elette nel 2018: Alexandria Ocasio Cortez (New York), l’ormai celeberrima “Aoc” di origini portoricane; Rashida Tlaib (Michigan), musulmana, primo e unico membro del Congresso di origine palestinese con la nonna, di cui spesso parla, ed altri parenti nella Striscia di Gaza; Ilhan Omar (Minnesota), nata in Somalia e arrivata negli Stati Uniti da bambina con un indelebile bagaglio di esperienze di guerra civile e vita nei campi profughi, l’altra unica rappresentante musulmana eletta a Capital Hill e come Tlaib bersaglio di punta dell’Aipac; l’afroamericana Ayanna Pressley (Massachusetts), la sola delle quattro a non provenire dal circuito di Bernie Sanders, ma da quello di Elizabeth Warren.

La metamorfosi
L’arrivo delle quattro deputate nel gennaio del 2019 non solo ha scatenato l’ira di Trump, che inveendo contro di loro le invitava a tornare nei Paesi corrotti dai quali provenivano nonostante, a parte Omar, fossero tutte nate e cresciute negli Stati Uniti, ma ha anche avuto altre conseguenze. Innanzitutto ha suscitato un putiferio alla Camera, dove Josh Gottheimer – tra i massimi beneficiari dei soldi che l’Aipac riversa indistintamente a repubblicani e democratici, nonché primo della lista dei deputati Dem che detestano i progressisti, e ancor di più se musulmani – ha immediatamente intrapreso la sua guerra personale contro Tlaib e Omar accusandole falsamente di antisemitismo e riuscendo peraltro a rendere Ilhan Omar oggetto di un richiamo ufficiale.

Inoltre, argomento rilevante in questo contesto, l’arrivo della Squad ha segnato l’inizio di una nuova era per l’Aipac, imponendo «una radicale trasformazione relativamente alla politica israelo-palestinese e alla strategia delle primarie democratiche«, secondo quanto affermato da Logan Bayroff di J Street, un giornale pro-Israele con posizioni pacifiste, opposte a quelle del governo Netanyahu e dell’Aipac.

Precedentemente infatti la questione palestinese era pressoché ignorata anche nelle campagne elettorali dei progressisti, che si attenevano allo standard definito “PeP”, ossia «Progressive except Palestine», argomento di cui si sono occupati M.L. Hill e M. Plitnick nel libro”Except for Palestine: The Limits of Progressive Politics”, che offre varie analisi in risposta alla domanda clou: perché persone che si schierano contro il razzismo e contro politiche repressive in ambito di immigrazione, giustizia razziale, diritti Lgbtq, e che sostengono varie politiche sociali come sanità pubblica, salario minimo, cambiamento climatico, debito studentesco e via di seguito restano invece in silenzio quando si tratta di Palestina?

Candidati contro
Le nuove strategie dell’Aipac comunque non si sono fatte aspettare, tanto che nei cicli del 2020 e 2022 molti progressisti sono stati sconfitti alle primarie da candidati centristi disposti a tutto pur di farsi eleggere. Ciò nonostante alcuni nuovi rappresentanti della sinistra sono stati eletti, tra i quali altri tre Justice Democrats afroamericani che si sono aggiunti alla Squad: Cori Bush (Missouri) e Jamaal Bowman (New York) nel 2020 e Summer Lee (Pennsylvania) nel 2022.

Tutti e tre sono talmente combattivi su istanze politiche e talmente espliciti sulla condanna del presunto genocidio compiuto da Israele con la complicità del governo statunitense da essere diventati, insieme a Omar e Tlaib, i principali obiettivi dell’Aipac, che infatti è riuscito a reclutare gli sfidanti alle primarie per quattro di loro.

La ricerca è ancora in corso invece per la persona da opporre a Rashida Tlaib, dopo due tentativi andati a vuoto. Il primo ha coinvolto l’attore afroamericano Hill Harper, interprete di serie famose come “Csi New York” e “The Good Doctor”, dalla cui settima stagione si è ritirato per candidarsi al Senato per uno dei due seggi del Michigan. Harper si è sentito offrire  per telefono 20 milioni dall’imprenditore Linden Nelson, strettamente legato alle lobby filo-israeliane, per abbandonare la sua competizione e sfidare Tlaib nelle primarie per la Camera. L’attore, che corre su una piattaforma progressista, si è indignato e ha rifiutato, come ha successivamente fatto un secondo candidato per il Senato, Nasser Beydoun, al quale l’offerta dei 20 milioni è arrivata direttamente dall’Aipac.

La sua successiva dichiarazione la dice lunga sia sul modo in cui questa lobby influenza le elezioni e la politica estera americana, sia su «quanto sia facile comprare le elezioni» negli Stati Uniti, dove «il sistema di finanziamento delle campagne è corrotto e le sole persone che ne beneficiano sono i ricchi e i potenti».

Questione di soldi
Come si diceva, la vera forza dell’Aipac come gruppo di immenso potere risale agli anni Ottanta, quando venne costituita una rete capillare di sedi organizzatissime che potevano contare non solo su alcuni ricchi donatori, ma soprattutto su un movimento dal basso numerosissimo ed efficiente. Fu allora che la lobby si configurò più o meno come la National Rifle Association of America (Nra), alla quale è stato spesso assimilato sia per la ramificazione su tutto il territorio americano sia per la straordinaria influenza che entrambi i gruppi esercitano sulla politica.

Una svolta decisiva avvenne nel 2010 quando l’Aipac ma anche altri organismi quali sindacati, aziende e società di qualunque tipo – fino ad allora condizionati da leggi sui finanziamenti elettorali che consentivano una donazione massima di 5mila dollari all’anno pro-capite ai Pac (Comitati di Azione Politica) per finanziare i propri candidati – poterono avvalersi della rivoluzione apportata dalla sentenza della Corte Suprema “Citizen United vs. Federal Election Commission”.

Applicando anche alle società il principio del 1976 secondo cui «la spesa politica è una forma di libertà di parola espressa dal primo emendamento» della Costituzione Usa, tali gruppi hanno potuto cominciare a beneficiare di illimitate somme di denaro che i donatori interessati riversavano, come avviene tuttora, negli allora neo-creati Super-Pac, con un enorme incremento di ogni forma di corruzione possibile e immaginabile.

Il fatto di potersi rivolgere direttamente ai Super-Pac, eludendo quindi la componente “grassroots” del movimento, molto meno guerrafondaia dei suoi vertici, non solo permise all’Aipac di investire a dismisura nelle competizioni di suo interesse, oltre che continuare ad elargire soldi e benefit di tutti i tipi ai politici repubblicani e democratici fedeli, ma si rivelò anche fondamentale per la Dmfi, ossia la costola democratica fondata, come detto, nel gennaio 2019 in un momento piuttosto problematico per l’Aipac.

In fondo a sinistra
Se da una parte il potente gruppo lobbistico finanziato per lo più da repubblicani doveva infatti fare i conti con le aperte critiche a Israele cui la nuova leva di progressisti aveva dato voce al Congresso, dall’altra pesavano alcune posizioni, non gradite a molti democratici, che l’Aipac aveva tenuto negli ultimi anni, come ad esempio la strenua opposizione all’accordo sul nucleare voluto con l’Iran da Barack Obama nel 2015.

Anche «il cieco supporto per l’occupazione dei territori palestinesi e il rifiuto di garantire ai palestinesi qualunque tipo di diritto umano», dice l’autorevole Ryan Grim di The Intercept, uno dei massimi esperti in materia, «non erano argomenti popolari» nell’elettorato delle primarie democratiche, convinto a ragione che l’Aipac si fosse decisamente spinto troppo a destra.

Ecco dunque l’abile mossa della creazione della Democratic Majority for Israel che, pur essendo sostanzialmente una fotocopia dell’originale e «un’arma impugnata dalla fazione centrista del partito contro l’ala progressista», è riuscita a confondere le acque tra gli elettori democratici. A quel punto l’Aipac, sotto la copertura della Dmfi, ha potuto continuare i suoi traffici, compreso il dirottamento di denaro proveniente da gruppi di estrema destra nelle campagne più dispendiose.

Il caso Turner
I metodi di intervento, che spesso scavalcano anche l’unica imposizione sul finanziamento decisa dalla citata sentenza della Corte Suprema li ho visti personalmente in azione in Ohio, nei dieci giorni che ho passato a Cleveland tra l’aprile e il maggio del 2022, dove ho partecipato, anche da attivista, alla seconda campagna per le primarie democratiche nel giro di un anno della vittima più illustre dei due comitati pro-Israele, la carismatica leader afroamericana Nina Turner, ex senatrice dell’Ohio ed ex braccio destro di Bernie Sanders alle presidenziali del 2016 e del 2020.

Turner si era candidata alle primarie democratiche nell’elezione straordinaria per il seggio resosi disponibile alla Camera dopo che nel 2021 Joe Biden aveva scelto la sua detentrice, l’afroamericana Marcia Fudge, per entrare nel suo governo. La sola idea che una persona come Nina Turner – che come tutti i progressisti non accetta i Super-Pac – entrasse al Congresso e che per di più vi entrasse come sicura leader della Squad, aveva seminato il terrore tra repubblicani e democratici. Ma l’impresa era difficile. La sua vittoria era data quasi per certa vista la sua popolarità e un vantaggio che oscillava tra i 30 e i 40 punti rispetto a qualunque altro candidato a soli tre mesi dal voto.

Eppure l’intervento coordinato delle grandi corporation e soprattutto della lobby pro-Israele riuscì nell’impresa di fare eleggere, sebbene con soli 4mila voti di differenza, la sua diretta concorrente, Shontel Brown, scelta dall’establishment democratico, che nelle sue cariche municipali precedenti aveva dato prova di facile corruttibilità.

L’esempio Brown
L’anno successivo, nelle primarie del 2022, Nina ci riprovò e si ritrovò di fronte a una barriera di soldi ancor più invalicabile. Non è un caso che Shontel Brown appaia, in un articolo del britannico The Guardian del 10 gennaio scorso, come la terza beneficiaria delle donazioni che circa l’80 per cento dei membri del Congresso, tra deputati e senatori, ricevono dall’Aipac, con la cifra di 4,5 milioni di dollari ricevuti per la sua campagna del 2022.

Per la cronaca dopo avere acconsentito a un’intervista con me, me l’ha improvvisamente negata scomparendo immediatamente dalla mia vista nel momento in cui ha saputo, per avermelo fatto chiedere dal suo campaign manager immediatamente prima di parlarmi, che scrivevo per Jacobin Italia, con-sorella del più famoso Jacobin Magazine americano.

Sia nel 2021 che nel 2022 la campagna di Brown aveva personalmente richiesto l’intervento del big money e in particolare della lobby pro-Israele, sebbene la sentenza “Citizen United” imponga che non ci debbano essere rapporti diretti tra i Super-Pac e i propri candidati o le loro rispettive campagne elettorali.

Ma poiché una volta fatta la legge gli inganni per farsene beffe si trovano, Shontel Brown, contrariamente a Nina Turner, non ha avuto problemi a fare uso dell’escamotage più comune tra i democratici per sollecitare i gruppi di cui vogliono l’intervento. Si tratta di una “scatolina rossa” posta sul proprio sito che avvisa i Super-Pac, che costantemente monitorano i vari profili, di essere pronti ad accettare i  metodi sporchi e diffamatori regolarmente usati in tali casi contro gli avversari.

La “red box” contiene file con informazioni scomode o che, sebbene innocue, una volta estrapolate alcune espressioni dai contesti e manipolate a dovere, possono diventare pericolosissime armi di attacco. Inoltre la richiesta di intervento da parte di alcuni specifici Super-Pac è suggerita in modi che un comune cittadino non noterebbe, ma molto chiari tra gli addetti ai lavori. Ecco che allora, come successo a Nina Turner, possono partire costosissime campagne propagandistiche che si avvalgono di spot pubblicitari denigratori costruiti ad arte e trasmessi su tutte le radio, i le televisioni e i canali Internet locali in modo talmente martellante da rendere verità qualunque bugia.

I 4,5 milioni investiti dall’Aipac nel 2022 nella campagna di Shontel Brown, così come la cifra dell’anno prima, sono serviti proprio a tale scopo. E a tale scopo serviranno i 100 milioni di dollari del 2024 già attivi contro la Squad.

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