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Tra armi e sanità: l’Europa smetta di investire sulla paura (di Ignazio Marino)

Quasi tutti sostengono di volere la pace. Ma è un’affermazione che non si sposa con la realtà. L’homo sapiens si è sempre impegnato nella guerra. È l’unico animale che uccide e tortura senza motivazione (se mai una motivazione potesse esistere), anzi provando piacere nel farlo. Questo però non significa che la guerra o la violenza debbano essere accettate come inevitabili. Un pensiero diverso è possibile a vantaggio di tutti, dei più deboli ma anche della dignità dei più forti.

La stampa ha permesso un’informazione più capillare e semplice di quella possibile con gli antichi manoscritti, ma ha lasciato ai vincitori la possibilità di scrivere la storia. Da un paio di decadi questo è cambiato, come WikiLeaks e il coraggioso Julian Assange hanno dimostrato. Strumenti come i motori di ricerca oggi rendono incancellabili crimini e violenze. Coloro che vivono fomentando la guerra e praticando violenza verranno ricordati come criminali qualunque sia il potere di controllo che hanno avuto in vita.

Dialogo e riconciliazione
Le guerre esistono da sempre ma oggi sono diverse dal passato. Oggi la maggior parte delle vittime sono civili, in particolare donne e bambini. Guardiamo indietro per un momento. Immaginiamoci Canne dopo la vittoria di Annibale sui Romani. Ettari di terra macchiati di rosso per il sangue che ancora scorre dalle ferite degli ultimi a morire, e di carminio per il sangue già coagulato dei primi a morire. Centomila corpi, morti o agonizzanti. Proviamo a percepirne i lamenti e, nei giorni successivi l’odore dei cadaveri in putrefazione. Terribile. Ma esiste una differenza rispetto a oggi. Erano tutti soldati professionisti che si scontrarono in un luogo appositamente scelto lontano dai civili. Guardiamo cosa accade oggi in Ucraina e Medio Oriente. Migliaia di civili massacrati spesso da qualcuno distante centinaia di chilometri che controlla un drone che frantumerà corpi, ucciderà vite e distruggerà interi quartieri, togliendo tutto ai sopravvissuti, come in un videogioco.

Solo la riconciliazione e il dialogo possono condurre alla pace. Il pensiero del Cardinale Carlo Maria Martini, scritto all’inizio di questo millennio proprio a Gerusalemme, in un altro momento di violenza e tensione, dovrebbe essere stampato e appeso in ogni aula scolastica, in ogni università, in ogni luogo di culto (di ogni culto).

«Certamente l’odio che si è accumulato è grande e grava sui cuori: vi sono persone e gruppi che se ne nutrono come di un veleno che mentre tiene in vita insieme uccide. Per superare l’idolo dell’odio e della violenza è molto importante imparare a guardare al dolore dell’altro. La memoria delle sofferenze accumulate in tanti anni alimenta l’odio quando essa è memoria solo di sé stessi, quando è riferita esclusivamente a sé, al proprio gruppo, alla propria giusta causa. Se ciascun popolo guarderà solo al proprio dolore, allora prevarrà sempre la ragione del risentimento, della rappresaglia, della vendetta. Ma se la memoria del dolore sarà anche memoria della sofferenza anche dell’altro, dell’estraneo e persino del nemico, allora essa può rappresentare l’inizio di un processo di comprensione. Dare voce al dolore altrui è premessa di ogni futura politica di pace».

Il rischio di annientamento
Si avvicinano le elezioni per il Parlamento europeo in uno scenario mondiale che neanche il più sadico degli scrittori saprebbe creare. Gli Stati Uniti, la prima potenza del mondo, vedono confrontarsi per il ruolo di presidente e comandante delle forze armate due candidati che potranno completare il loro mandato da ottuagenari e che hanno già ricoperto il ruolo per cui competono. L’Asia è dominata direttamente o indirettamente da autocrati che negano l’autodeterminazione dei popoli.

L’Europa è fragile al punto da aver perso qualunque confidenza nel proprio ruolo e nella propria storia. Se ricordasse anche solo gli eventi bellici più recenti, e i novantaquattro milioni di morti della prima e seconda guerra mondiale, ripudierebbe le armi come mezzo di offesa ai popoli o di risoluzione delle controversie internazionali. Cercherebbe ogni giorno e in ogni modo il cessate il fuoco in Ucraina e un negoziato in Medio Oriente. Interverrebbe con ininterrotta energia affinché palestinesi e israeliani possano essere liberati dal terrore e siano restituiti ai valori della vita, al rispetto reciproco e ad una convivenza in due Stati come stabilito nel 1948. Centomila morti a Canne in un giorno: tutti maschi e militari. Trentamila morti nella striscia di Gaza di cui almeno dodicimila bambini. Da ottobre 2023, quasi millecinquecento tra i bimbi sino ad adesso sopravvissuti hanno perso un arto. La violenza e l’odio, come il veleno ingerito descritto dal Cardinal Martini, producono nuova violenza e nuovo odio. Non è difficile né sostenerlo né immaginarlo: cosa proverebbe ciascuno di noi davanti al corpicino di un nostro bambino morto perché sventrato dalle schegge di una bomba o che corre sanguinante verso di noi con un braccio mozzato all’altezza della spalla?

L’invio di armamenti e la partecipazione diretta o indiretta ad attività belliche non sono solidarietà agli aggrediti. Sono traiettorie che conducono alla morte, alla distruzione, alla sofferenza di vite che aspirerebbero all’obiettivo più naturale, la propria felicità e non il dolore fisico e psichico a cui ogni conflitto conduce. Non incitiamo a cercare impossibili vittorie in un conflitto infinito, che invece di condurre verso un altro mondo possibile, rende possibile la distruzione dell’unico mondo che abbiamo, con il pericolo dell’uso di armi nucleari e l’annientamento del genere umano e della natura.

La responsabilità dell’Ue
L’orrore della strage del 7 ottobre e il diritto degli israeliani a vivere in pace e in sicurezza non possono giustificare il massacro in corso di decine di migliaia di donne, bambini e civili, l’espulsione di milioni di persone dalle loro case, i territori occupati in dispregio delle delibere dell’Onu, la pulizia etnica, il regime di apartheid con la soppressione di ogni diritto sociale e civile dei palestinesi. Non importa se accettiamo di usare o meno sostantivi come genocidio. Possiamo utilizzare un sinonimo ma la realtà non possiamo mascherarla

Invece di votare per mettere a disposizione armi, l’Unione europea dovrebbe farsi mediatrice e promuovere la ricerca di una soluzione definitiva della questione palestinese chiedendo a tutti e due i popoli di accettare la dignità di due Stati distinti. E se riteniamo le armi necessarie allora che siano armi per creare pace in Europa e Medioriente: due strisce demilitarizzate e occupate da militari dei ventisette paesi europei. A quel punto la scelta sarebbe drammatica ma semplice. Avere la lucidità di cessare una guerra affidata ad altri per procura e porsi al centro della scena mondiale con la propria forza, culturale prima ancora che militare. Continuare a sparare, e coinvolgere l’Europa e la Nato, oppure fermarsi per non aprire la terza guerra mondiale. E per questo non è necessario costruire una potenza militare continentale e sovranazionale. Basterebbe una comunità di intenti, di desiderio di pace, anche mettendo a rischio la propria (apparente) estraneità al conflitto.

Invece, in quale direzione stanno conducendo l’Europa i leader europei? Mentre procurano i mezzi per uccidersi ad altri, contemporaneamente, tolgono ai propri cittadini il diritto di essere uguali, a cominciare dai beni più preziosi: la salute – del pianeta e delle persone. Si stanno di fatto smantellando i servizi sanitari nazionali. E la domanda diviene: “Armi o Salute? Vita o Morte?”.

Mentre ogni giorno qualcuno scrive o parla di Ucraina e Gaza, spesso senza neanche esserci mai stato, dimentichiamo il ruolo che l’Europa potrebbe e dovrebbe avere nel difendere la libertà delle donne in Iran, la protezione di chi scappa per le violenze in Africa, la vita di chi ha dovuto lasciare l’arcipelago di Kiribati perché sommerso dall’acqua del Pacifico e rifugiarsi nelle Fiji. Come possiamo farci vanto di Dante o Shakespeare, di Raffaello o Van Gogh, se poi i primi migranti climatici vengono accolti dalle Fiji, nel silenzio tombale dell’Europa?

Le migrazioni climatiche entro questo secolo non saranno solo il problema di un popolo che vive nel mezzo del Pacifico, come gli abitanti di Kiribati. Dovremmo essere noi europei a ricordare al popolo degli Usa che ci salvò dal nazismo, che la vita è a rischio anche sulle loro coste per i danni causati all’ambiente.

In base ai dati raccolti dai satelliti americani tra il 2007 e il 2020, Boston affonderà di almeno 10 centimetri nell’Atlantico entro il 2050. Miami entro il 2060 sarà sommersa dall’Atlantico per il sessanta per cento, a causa dei cambiamenti climatici, secondo i ricercatori della University of Miami. In altre parole, se le decisioni della geopolitica planetaria non cambieranno alcune delle città più conosciute degli Usa sono destinate a scomparire come Kiribati. L’Europa può ignorare tutto questo? 

Il diritto (negato) alla cura
Esiste anche un’altra riflessione che è collegata direttamente alle attività belliche e al dramma dei cambiamenti climatici. Sono entrambe conseguenze dirette dell’azione dell’uomo e se da un lato distolgono enormi risorse dalla salute pubblica destinandole agli armamenti, dall’altro danneggiano la salute pubblica a causa di incendi, uragani, inquinamento dell’aria e delle acque, caldo estremo, insicurezza alimentare e malattie infettive. Nell’ultimo lustro, per la prima volta dalla fine della Seconda guerra mondiale, l’aspettativa di vita dell’uomo è diminuita, dopo decenni di costante aumento. In Italia, secondo dati dell’Università di Padova, la speranza di vita per gli uomini è diminuita di 4-5 anni, passando da 81 a 76. E come hanno reagito i governi italiani negli ultimi quindici anni? Riducendo, rispetto al Pil, la spesa in salute pubblica e aumentando quella negli armamenti. Non c’è dubbio che riduzione dei posti letto in terapia intensiva, drammatiche carenze di personale sanitario e mancato rinnovamento tecnologico stiano danneggiando e forse distruggendo uno dei principi fondamentali della nostra Costituzione: l’eguaglianza nel diritto alla cura.

I cittadini italiani non sono gli unici europei che soffrono per le crescenti carenze della sanità pubblica. La questione delle liste di attesa per prestazioni importanti come una coronarografia in un grave cardiopatico o una Pet per valutare la presenza di metastasi è divenuta drammatica in tutti i paesi europei, compresa la Germania e l’Inghilterra che per decenni hanno avuto un servizio sanitario nazionale emulato da tutti gli stati che credono nella sanità pubblica. 

Un recente dossier della Caritas, dedicato al confronto tra spesa militare e spesa sanitaria non ha bisogno di commenti. Ecco un paragrafo che riassume la situazione.

«… In diciotto anni, l’Italia ha ridotto dello 0,4 per cento il finanziamento del sistema sanitario nazionale italiano». I fondi che rappresentavano il 7 per cento del Prodotto interno lordo (Pil) nel 2001, sono scesi a un importo pari al 6,6 per cento nel 2019. (Fonte: 4° Rapporto Gimbe sulla sostenibilità del Servizio Sanitario Nazionale. Fondazione GIMBE: Bologna, giugno 2019 www.rapportogimbe.it). Al contrario, la spesa militare è cresciuta costantemente. Nel 2018 è giunta a 25 miliardi di euro, pari all’1,4 per cento del Pil, segnando un aumento del 25 per cento rispetto alle ultime tre legislature. (fonte MIL€X, Osservatorio sulle spese militari italiane, www.milex.org.) E ancora: l’Esercito ha avanzato la proposta di una “legge terrestre” per nuovi blindati, elicotteri, missili. Cinque miliardi di euro in 6 anni; la stessa cifra garantirebbe 4.200 letti ospedalieri in più all’anno. Lo scorso 3 aprile l’a.d. di Fincantieri ha dichiarato di essere in trattativa con la Marina Militare per due nuovi sommergibili U-212, per un costo complessivo di 1,3 miliardi di euro: l’equivalente di 13.100 letti di terapia intensiva. (fonte Rete Italiana per il Disarmo www.disarmo.org)”.

Un fenomeno che si è ulteriormente aggravato in seguito alla pandemia da Covid-19, nonostante le promesse di maggiori investimenti in sanità che tutte le classi dirigenti hanno fatto di fronte alle immagini delle bare di Bergamo o alle dichiarazioni disperate di operatori sanitari costretti a scegliere chi collegare a un respiratore automatico e chi invece lasciar morire.

Un altro mondo possibile
Nel Novecento l’Europa ha vissuto il dramma della guerra e della distruzione delle proprie città e il dolore di milioni di lutti. Per me è incomprensibile che oggi non si comprenda che la via di uscita da un conflitto non siano le armi. E invece la maggioranza “bipartisan” vuole convincerci che lo sono. Domenica 11 febbraio 2024 negli USA è stato il giorno del “Super Bowl”, la finale del campionato di football americano. Cento milioni di americani sono rimasti incollati alla tv per seguire la partita. Uno su tre. In un giorno di distrazione di massa il Senato Usa si è riunito e ha votato con approvazione bipartisan 95 miliardi da distribuire tra Ucraina e Israele. 60,1 miliardi in armamenti per l’Ucraina, 14,1 miliardi per Israele e 10 miliardi per assistenza umanitaria alle vittime delle armi finanziate con lo stesso provvedimento. Sembra un macabro scherzo ma è la verità. È questo quello che vogliamo, è questo che l’Europa chiede al suo principale alleato? Queste guerre e questi dolori si consumano lontano dagli Usa dove verranno toccati i portafogli dei contribuenti ma nessuno perderà la casa o la famiglia per un bombardamento. È così difficile da comprendere? Pochi giorni fa Donald Trump ha dichiarato che, se eletto, non interverrà con la Nato in Europa perché si tratta di problemi europei che vanno affrontati gravando sulle tasche degli europei. È paradossale pensare che possa essere una nuova presidenza Trump a costringere l’Europa ad assumere il ruolo che dovrebbe esercitare per convinzione e non perché costretta.

Penso che un altro mondo sia possibile, basta volerlo. Per la prima volta, in quattro miliardi e mezzo di vita, la terra ospita una specie che è consapevole della propria possibile estinzione e conosce anche i rimedi. Oggi può sembrare impossibile metterli in pratica. Ma impossibile non è una parola scientificamente corretta, perché come affermò Nelson Mandela “it always seems impossible until it is done”.

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