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Elena Basile a TPI: “Per contrastare Russia e Cina stiamo abbandonando i principi basilari della nostra civiltà liberale”

Ambasciatrice, il suo nuovo libro si intitola “L’Occidente e il nemico permanente”. Sin dal titolo Lei denuncia un bisogno “patologico” di trovare un antagonista che minaccerebbe la nostra sicurezza e le nostre libertà. Che cosa intende?
«Nel saggio sono analizzati i fattori geopolitici, economici e culturali che costringono oggi gli Stati Uniti e i loro vassalli a una politica dello struzzo, profondamente reazionaria in quanto incapace di fare i conti con la nuova realtà che si sta delineando: quella del mondo multipolare».

Un mondo che ci appare sempre più rischioso: Lei parla di “affinità che spaventano” tra le guerre in Ucraina e a Gaza. A cosa si riferisce?
«Per la prima volta le guerre americane implicano un vero e concreto rischio nucleare. Durante la Guerra fredda la deterrenza funzionava e la leadership statunitense rispettava la leadership sovietica, evitava i conflitti diretti. Sarebbe stata impensabile una guerra in Europa tra truppe Nato e quelle dell’Urss».

Cos’è cambiato rispetto alla Guerra fredda?
«Le fughe in avanti di Macron ci hanno rivelato che di fatto questa ipotesi non è esclusa del tutto. È caldeggiata dalla Polonia e dai Paesi Baltici. Molti editorialisti amano indugiare sulla possibilità che Putin bleffi e che messo alle strette possa non sganciare la bomba nucleare tattica sull’Ucraina. Vorremmo forse andare a scoprire il bluff?».

Come si inserisce Gaza in questo contesto?
«In Medio Oriente, se veramente l’allargamento del conflitto porterà a un attacco all’Iran, bisogna comprendere che nel nuovo mondo esistente nel quale la Nato ha ormai contribuito alla creazione di due blocchi armati, Teheran è fortemente legata a due potenze nucleari: Russia e Cina».

Finora però solo la Francia sembra disponibile a inviare truppe in Ucraina.
«Vede, sono felice che il ministro (degli Esteri, ndr) Tajani, diversamente da Macron, parli una lingua più prudente e consapevole. Esclude che l’Italia possa inviare truppe in Ucraina. In molti siamo sollevati. C’è ancora la possibilità di porre fine all’escalation. Eppure va osservato che la posizione del presidente francese è più coerente dal punto di vista politico e anche morale di quella del nostro governo di destra guerrafondaio».

Perché?
«Non si può affermare che la Russia si deve ritirare, che l’Ucraina deve vincere e che noi sosterremo Kiev fino alla vittoria e poi non capire che per essere conseguenti con queste affermazioni bisognerebbe inviare le truppe “boots on the ground”. Inoltre se veramente, come affermano tanti politici ed editorialisti, la Russia va fermata perché altrimenti, dopo Kiev, marcerà verso Lisbona allora è immorale che i poveri ucraini combattano da soli per la nostra libertà».

Nel suo libro, Lei se la prende spesso contro la narrativa dominante “di stampo etico” sui due conflitti. Cosa comporta?
«Una caratteristica dell’amministrazione democratica Usa rispetto ai più rozzi e realisti repubblicani è il rivestimento degli interessi geopolitici di ideali etico-religiosi. Questa postura è molto più pericolosa in quanto appella a guerre sante, che per antonomasia non possono cedere a compromessi e mediazioni. Se in Ucraina combattiamo per difendere il mondo libero contro un nuovo Hitler, allora la mediazione va messa da parte».

La sua analisi è più complessa.
«Come le persone oneste e consapevoli sanno, in Ucraina gli americani hanno cominciato una guerra di erosione del potere russo per provocare una caduta di Putin. Hanno trasformato Kiev in una anti-Russia mandando al macello tanti giovani per fare avanzare i loro interessi energetici e geopolitici, affossando economicamente l’Europa e rompendo la speciale relazione russo-tedesca».

Queste sono quelle che nel suo libro chiama le “cause storiche” del conflitto, per altri invece è propaganda di guerra.
«La propaganda è sempre esistita. Nella Seconda guerra mondiale negavamo le sconfitte contro i tedeschi, era una bella propaganda. Meno bella quella sulla guerra in Vietnam, che ha convinto le mamme statunitensi a immolare i loro figli contro il pericolo comunista. Eppure persino durante la Guerra fredda c’era un pluralismo di posizioni che oggi non ci possiamo permettere».

Oggi abbiamo molti più mezzi, soprattutto digitali, che dovrebbero assicurare maggior pluralismo.
«Recentemente ho ascoltato un giornalista pronunciare una frase orribile, una perifrasi di Goebbels, che riferiva la frase alla cultura: “Quando sento parlare di mainstream metto mano alla pistola”. Secondo questo giornalista, la distinzione tra i media mainstream e le tante televisioni in rete che si arrabattano con pochi finanziamenti e nascono in protesta contro la narrativa ufficiale strombazzata da giornali e tv, non dovrebbe esistere». 

Però esistono fonti di informazione alternative.
«Non si spiega però come mai (John, ndr) Mearsheimer, analista di relazioni internazionali di fama mondiale, professore all’università di Chicago, autore di innumerevoli libri, non venga mai invitato alla Nbc o alla Cbs. Lo si trova su YouTube. Come lui tanti altri. Non è grave che un giornalista neghi un elemento caratterizzante del mondo della comunicazione odierno?».

Lei come se lo spiega?
«La verità è che rispetto al passato, la concentrazione dei media, la loro dipendenza dall’economia finanziaria e il potere degli algoritmi, hanno ucciso il bel giornalismo che avevamo, il giornalismo di inchiesta, tranne le poche eccezioni che non fanno la differenza».

Per la vicepresidente della Commissione europea Vĕra Jourová, “siamo nel bel mezzo di una guerra dell’informazione”. Cosa ne pensa?
«Sono allarmata. Testimoni di cui mi fido mi assicurano che i media occidentali in Russia sono liberi. Con una decisione inquietante e contraria ai principi della democrazia liberale e della libertà di stampa, (l’Alto rappresentante dell’Unione europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, ndr) Borrell ha cancellato le tv russe. L’Europa crea un ufficio contro la disinformazione. Il Congresso statunitense vuole mettere al bando TikTok con la scusa che rivelerebbe dati dei cittadini occidentali al governo cinese. I nostri dati sono invece al sicuro con i GAFA (Google, Apple, Facebook e Amazon, ndr)». 

Non è una minaccia concreta?
«Di fatto non è la minaccia dei dati a spaventarci ma la popolarità di un social che, con una tecnica da intrattenimento, dà spazio ai dissidenti europei e statunitensi e alle loro affermazioni contrarie alla propaganda Nato».

È la strada sbagliata?
«Stiamo abbandonando i principi basilari della nostra civiltà liberale e andando verso un paternalismo autoritario in base al quale i cittadini devono essere protetti. Non possono ascoltare versioni diverse e farsi una loro opinione. Lo Stato, i Parlamenti, che purtroppo esprimono il volere non dei cittadini ma di classi asservite alle oligarchie, devono intervenire insieme all’intelligence per difendere con la censura le libertà democratiche. Ci sarebbe da ridere se il momento non fosse tragico».

Come scrive nel suo libro, è la “fine alla globalizzazione”?
«La globalizzazione ha redistribuito il potere a vantaggio dei Paesi emergenti e del Sud globale. Gli Usa temono che possa avvantaggiare il loro rivale strategico: la Cina. Stanno quindi rinnegando il libero commercio, i liberi investimenti, il libero accesso alle materie prime per le tecnologie di punta. È la politica a decidere se possiamo avere accesso al gas russo, o se Pechino può usufruire dei semiconduttori di Taiwan. Naturalmente l’operazione non è semplice, date le interdipendenze esistenti».

Che cosa dobbiamo aspettarci da questo nuovo mondo economico?
«La de-dollarizzazione sarà lenta ma inesorabile. La confisca dei fondi russi da parte dell’Occidente è stato un passo falso. La Cina e tanti Paesi emergenti ormai in ascesa hanno capito di non poter investire nel dollaro: la sicurezza non è garantita. Internet invece ha aiutato Pechino ad avere le rendite della Silicon Valley senza passare per il dollaro».

Che effetti avrà sulle guerre in corso?
«Il sistema finanziario come sappiamo è basato sul debito impazzito e sulla biforcazione tra ricchezza produttiva e ricchezza finanziaria. Le guerre a bassa intensità – se riusciamo a mantenerle tali senza escalation verso il nucleare – sono funzionali a questo sistema che ha dimenticato la persona umana».

Su cosa si basa questo sistema?
«L’algoritmo è al centro di tutto, non gli esseri umani con i loro bisogni. Agli investimenti nei beni comuni, come sanità, istruzione, ricerca e infrastrutture, BlackRock sostituisce potenti iniezioni di liquidità nel sistema azionario della società dell’1 per cento».

Vede all’orizzonte un ordine internazionale alternativo a quello attuale?
«Nulla è automatico ma la hybris occidentale non ha limiti come la cupidigia e il nichilismo. Nonostante l’impero man mano declini, resta il nostro sentimento di superiorità, l’ego ipertrofico che ci porta alla universalizzazione dei nostri valori e alla distruzione».

Quanto ci costa la transizione?
«Come afferma Gramsci, in questo intermezzo tra un mondo che muore e l’altro che non è ancora nato, i mostri si aggirano. I bimbi uccisi, agonizzanti sotto le macerie, amputati senza antidolorifici, i bimbi affamati di Gaza li hanno già incontrati».

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