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Continente Vecchio: tutti i numeri della crisi demografica in Europa

Il Vecchio Continente è sempre più vecchio. Il 21,3% della popolazione europea ha più di 65 anni. Il numero di anziani è in costante aumento, complice il miglioramento delle condizioni di salute e benessere, e il conseguente allungamento dell’aspettativa di vita. A cui si aggiunge in parallelo il calo delle nascite. 

I dati parlano chiaro: all’inizio degli anni Duemila la quota di persone con almeno 65 anni si aggirava intorno al 16% del totale. In poco più di vent’anni questa percentuale è aumentata del 5%. 

Tendenze
Secondo le ultime rilevazioni demografiche di Eurostat, gli anziani in Europa sono più di 90 milioni. L’Italia, insieme al Portogallo, è il Paese europeo con la percentuale maggiore di popolazione over 65 (il 24%). Ben sopra, quindi, rispetto alla media del continente. Seguono Bulgaria, Finlandia e Grecia, che superano il 23% di popolazione anziana. 

Un’Europa, dunque, sempre più vecchia e in cui si fanno sempre meno figli. Ciò comporta un costante aumento dell’età media e un calo degli abitanti. Con conseguenze potenzialmente devastanti per la tenuta delle nostre società, costrette a spendere somme ingenti per rispondere ai bisogni di cura e assistenza degli anziani. Il tutto mentre sono sempre meno le persone in età lavorativa. 

L’Italia, inoltre, è il Paese più vecchio d’Europa, con un’età mediana nel 2023 di 48,4 anni, la più alta tra gli Stati dell’Unione. L’età mediana è quell’indicatore demografico che divide la popolazione di un Paese in due gruppi omogenei. Significa dunque che circa 30 milioni di italiani hanno meno di 48,4 anni, e gli altri 30 milioni ne hanno di più. Non se la passano bene neppure il Portogallo, con un’età mediana di 47 anni, e la Bulgaria, dove si raggiungono i 46,8. All’estremo opposto ci sono il Lussemburgo con 39,7, l’Irlanda con 39,1 e Cipro, che con 38,4 anni è il Paese europeo con l’età mediana più bassa. 

L’età mediana della popolazione dell’Ue è di 44,4 anni. Ma soltanto nel 2007 era di 42. Segno di un invecchiamento crescente e costante, in particolare dagli anni Ottanta in poi. Nel 1960, per rendere l’idea, l’età mediana in Italia era pari a 31,2 anni. 

Meno abitanti
Quella europea è una società non solo sempre più anziana, ma anche numericamente ridotta. Nel 2022 l’Ue aveva 447 milioni di abitanti, numero che arriverà al picco di 453 milioni nel 2025. Ma nel 2060 saremo 440 milioni, nel 2080 426 milioni e nel 2100 420 milioni. Insomma, secondo Eurostat, la popolazione europea inizierà a scendere dopo il 2030, con un calo significativo dal 2050 in poi.

Peraltro, tra i vari Paesi membri si prevedono grandi differenze. Nel 2060 Eurostat stima che la Lettonia avrà perso il 28% della popolazione, la Lituania il 23, la Grecia il 20 e Romania, Bulgaria e Croazia circa il 18%. Per contro Malta ne avrà guadagnato il 51%, il Lussemburgo il 46, l’Irlanda e la Svezia il 20%. 

Tra i grandi Paesi europei, nel 2060 l’Italia avrà perso più del 6% della sua popolazione (circa 3,6 milioni di persone), mentre la Germania sarà cresciuta dell’1,3% (1,1 milioni) e la Francia del 3,3% (2,2 milioni). 

Da qui al 2100, dunque, il Vecchio Continente potrebbe vedere la sua popolazione ridursi del 6%, con solo alcuni Stati che invertiranno il trend, in parte grazie alla migrazione. La percentuale di bambini e giovani (di età compresa tra 0 e 19 anni) nella popolazione totale dovrebbe diminuire dal 20% all’inizio del 2022 al 18% entro il 2100.

Al contrario, la percentuale di gruppi di età più avanzata (65 anni o più) nella popolazione totale dell’Unione europea dovrebbe aumentare. La quota di persone di età compresa tra 65 e 79 anni dovrebbe infatti crescere di due punti percentuali, dal 15% all’inizio del 2022 al 17% nel 2100, mentre la quota di persone di età pari o superiore a 80 anni dovrebbe più che raddoppiare, dal 6% al 15%. 

Spesa pubblica
Per garantire buoni standard di vita a una popolazione sempre più anziana servono numerosi interventi pubblici. Tra le voci di spesa più cospicue troviamo le pensioni e gli investimenti in infrastrutture di sostegno sociale e medico. 

La spesa per gli anziani oggi è pari al 10% del Pil europeo, percentuale in aumento nel corso degli ultimi anni. Anche in questo caso l’Italia è al primo posto in Europa: 13,7% in rapporto al proprio Pil. Seguono Finlandia, Austria e Francia (sopra il 13%). Ultima invece l’Irlanda (3,1%). 

Lo scenario fin qui descritto ha importanti conseguenze anche per quanto riguarda il mondo del lavoro e il sistema previdenziale. Di questo passo, infatti, i lavoratori Ue saranno sempre più vecchi e meno numerosi. 

Un aspetto importante da considerare è l’indice di dipendenza degli anziani, vale a dire il rapporto tra le persone con più di 65 anni e quelle in età lavorativa (15-64). Anche in questo ambito l’Italia ha il primato europeo, con un rapporto del 37,5%. Seguono la Finlandia (37,4%) e il Portogallo (37,2%), mentre il rapporto più basso si segnala in Lussemburgo (21,3%) e Irlanda (23,1%). Una situazione che si fa sempre più grave con il passare degli anni. 

Nel 2007 c’era solo un anziano ogni quattro persone in età lavorativa. Nel 2022 c’era un anziano ogni tre persone in età da lavoro. Ma già nel 2045 ci saranno solo due persone in età lavorativa per sostenere finanziariamente ogni anziano. Non è un caso, quindi, che i politici, sia nazionali che europei, cerchino di soddisfare nei loro programmi le esigenze degli anziani più che quelle dei giovani, visto il costante invecchiamento dell’elettorato. 

Culle vuote
L’altro aspetto chiave di questa crisi demografica è rappresentato dal fatto che si fanno sempre meno figli. Secondo Eurostat, nel 2022 nei 27 Paesi Ue sono nati circa 3,9 milioni di bambini, 210mila in meno dell’anno precedente e 540mila in meno rispetto a dieci anni prima. 

La nazione con più nascite è stata la Germania (739mila), seguita dalla Francia (727mila). In Italia nello stesso anno sono state 393mila, oltre il 30% in meno rispetto al 2008. 

Un altro indicatore utile per capire l’andamento delle nascite è il “tasso di fecondità”, ossia il numero medio di figli per donna tra i 15 e i 49 anni. Il tasso di fecondità dovrebbe essere pari a 2,1 se si volesse mantenere il numero di abitanti stabile, in assenza di immigrazione ed emigrazione. Nel 2022 a livello europeo è stato di 1,46. In cima alla classifica c’è la Francia, con un tasso di fecondità pari a 1,79, mentre all’ultimo posto c’è Malta (1,01). L’Italia si piazza terzultima (1,24).

Finora l’immigrazione sta evitando che in Europa il basso livello delle nascite faccia calare il numero complessivo degli abitanti. Ma, come abbiamo analizzato, se non ci sarà un’inversione di marcia in tempi brevi, la popolazione europea vedrà nei prossimi decenni una significativa contrazione. La politica è chiamata a dare risposte chiare: si tratta di uno dei temi fondamentali da cui le nuove istituzioni dell’Ue dovranno partire.

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