La meglio gioventù del cinema italiano

In Italia il talento non basta. Non basta nel cinema, non basta nel teatro, non basta nella cultura. Per chi prova a entrare in questi mondi da outsider, il problema spesso non è dimostrare il proprio valore, ma riuscire ad arrivare nel luogo in cui quel valore possa essere visto. Le nuove generazioni si trovano davanti a un sistema che continua a premiare appartenenze, reti consolidate e percorsi già tracciati. Non sempre si tratta di raccomandazioni in senso stretto; più spesso è una questione di accesso. Di chi conosce chi. Di chi è già dentro e di chi resta fuori. Per questo, sempre più professionisti della cultura stanno cercando una strada alternativa: creare comunità, condividere risorse, costruire reti indipendenti e guardare oltre i confini nazionali.
C’è una grossa fetta di artisti che lavora dietro le quinte di festival, gira cortometraggi con budget minimi, mette in scena spettacoli in spazi improbabili, traduce libri, inventa riviste, apre studi condivisi e continua a produrre cultura senza sapere se riuscirà mai a viverne. È una generazione che cresce ai margini dei circuiti ufficiali. Eppure, proprio da quei margini sta prendendo forma una nuova mappa di relazioni. Una rete fatta di collaborazioni, scambi e progetti comuni che attraversano città, discipline e, sempre più spesso, frontiere. Perché se le porte restano chiuse, la risposta non è aspettare: è costruire nuovi ingressi.
Un movimento ancora frammentato, ma che punta a un obiettivo preciso: trasformare l’isolamento in connessione e costruire un dialogo diretto con la scena internazionale. TPI ha incontrato alcuni dei protagonisti di questo nuovo movimento e ci siamo fatti raccontare la loro storia di tenacia, di talento e resistenza.

Grandi premi e scouting
Regista, sceneggiatore e produttore tarantino. Giacomo Abruzzese vive in Francia. I suoi cortometraggi sono stati selezionati nei più importanti festival del mondo, fra cui il Palm Spring Festival, il Clermont- Ferrant, La Biennale di Venezia. È stato invitato come artista in residenza alla Cinefondation del Festival di Cannes. Nel 2023 il suo primo lungometraggio, Disco Boy, con Franz Rogowski, in cui si raccontano i destini incrociati di due ragazzi che fuggono dalla guerra, si è aggiudicato l’Orso d’Argento per il miglior contributo artistico al Festival di Berlino.
«Mi sono appassionato al cinema grazie a quel fantastico programma di Rai Tre​, Fuori Orario, che mi ha aperto gli occhi sul cinema d’autore internazionale. A Taranto arrivavano solo le grandi produzioni americane o i cine-panetton​i. Il programma andava a tarda notte​, così lo registravo su VHS e poi al pomeriggio me lo guardavo», ci racconta Giacomo Abruzzese. «Volevo fare cinema​ ma i miei genitori mi dissero​ un categorico no​. Trovai un compromesso iscrivendomi ​a Scienze​ delle comunicazioni a Siena dove ebbi l’opportunità di fare l’ Erasmus a Parigi, e poi il Dams di Bologna. Una città che ha accresciuto la mia cultura ​cinematografica grazie alla Cineteca».
Ad un certo punto la passione è diventata una professione quando il regista ha lavorato in Palestina come fotografo e assistente. «Un produttore bolognese che aveva visto i miei corti, mi propose di andare a lavorare in Palestina per un documentario. Ho lavorato nel cinema e anche in televisione. Dopo cinque anni di corti fatti con gli amici, mi ero fatto finalmente un’esperienza sul campo. Dopo due anni la mia posizione in Palestina era diventata difficile, e non avendo possibilità di lavorare in Israele, sono tornato in Italia. Provai a frequentare qualche festival con le mie sceneggiature sotto il braccio, ma fu inutile. Capii che mi dovevo creare un curriculum più serio e frequentare una scuola di cinema», ricorda. «Scelsi Le Fresnoy-Studio des Arts Contemporains di Tourcoing, una prestigiosa scuola dove prendevano solo 20 giovani da tutto il mondo e durava due anni. È stata una lotteria! Sono stati i primi a credere in me, mi hanno dato i mezzi per realizzare un progetto che hanno presentato ai Festival, mi hanno insegnato anche ad essere un produttore esecutivo, cercare i budget e saperli gestire e questo mi è servito per l’esordio nel lungometraggio con Disco Boy».
Un lavoro lungo, certosino, che è costato a Giacomo Abruzzese, fra scrittura e ricerca di finanziamenti che sono arrivati dalla Francia, Polonia, Belgio e una piccola parte d’Italia, quasi 10 anni. «La storia interessava i partner internazionali anche se rimaneva un progetto complicato. Un film che costava 4 milioni e mezzo, che non era un film di genere, senza attori famosi. Insomma è stato complicato. Alla fine ci hanno creduto e ce l’ho fatta. Quando il film ha vinto a Berlino, c’era molta sorpresa, la gente si chiedeva: ma questo da dove è uscito? Però qualcosa ha cominciato a muoversi. Adesso sto mettendo in piedi il mio secondo film, che girerò in autunno a Milano, ambientato negli anni ’90, con un cast internazionale e una produzione per lo più italiana», aggiunge il regista tarantino. «Però c’è voluto tanto impegno, non sarei mai potuto arrivare fin qui se fossi rimasto in Italia. Vivo del mio mestiere da più di 15 anni. In Francia realizzando solo cortometraggi, ho vissuto dignitosamente del mio lavoro, e non ho dovuto fare altri mestieri, dedicandomi solo al cinema. Una cosa che cambia la vita. Per questo, sapendo quanto è difficile in Italia, mi è venuta l’idea di creare insieme ad Agostino Gambino, una società di produzione, L’Avventura, che abbia come focus lo scouting di nuovi registi e autori per inserirli in una dinamica produttiva internazionale».

Gavetta e stereotipiAttrice, sceneggiatrice, co-fondatrice del gruppo Interno 9. Diplomatasi alla Civica Scuola di Teatro Paolo Grassi, la giovane attrice milanese Giulia Agosta ha cominciato una carriera fra teatro off e cinema indipendente. Nel 2025 è stata a lungo in tournée con L’Empireo di Lucy Kirkwood e la regia di Serena Sinigallia. È nel cast di You, me and Tuscany, commedia romantica diretta da Kat Coiro, su Amazon Prime.
«Quello che vorrei sempre di più nel mio percorso di attrice è una connessione fra teatro, cinema e scrittura. Purtroppo non è affatto semplice né scontato», ci racconta Giulia Agosta. «Il sistema ha delle dinamiche molto precise. Ci vuole fortuna e se non si hanno i canali giusti, è abbastanza complicato. Me ne accorgo anche ai provini. Sembra che sia andato tutto bene però poi i casting guardano il curriculum, vedono che ho fatto soprattutto teatro, e rimangono perplessi. Perché? Perché chiudersi in un solo ruolo? La crescita di un attore arriva dall’esperienza in vari campi».
Ben diversa è la scena internazionale dove il valore aggiunto di un attore la fa proprio la preparazione teatrale. «Oggi gli esempi non sono tanti nel cinema italiano a cui ispirarsi, molti recitano sé stessi. Guardiamo ai giovani francesi Benjamin Voisin, Adele Exaechopoulos, o al grande Vincent Lindon. Sono pazzeschi. Cambiano ad ogni film. Ci credi veramente, e vengono tutti dal teatro, anzi continuano a farlo.  Come Kate Winslet, il mio idolo assoluto. Vorrei tanto che il cinema e gli attori italiani ritornino ad essere di grande ispirazione per il cinema internazionale», continua Giulia Agosta. «Per me il teatro è una vera passione. In realtà ero una pallavolista, giocavo in una squadra ed ero forte. Mio nonno era un grande amante di Shakespeare, un giorno mi regalò una collana con tutto il teatro di Shakespeare. Ho imparato quei testi a memoria e ho sentito come un’illuminazione. Ho mollato la pallavolo e ho fatto il provino per entrare al corso propedeutico della Paolo Grassi. Da subito ho capito che volevo fare l’attrice. Non so che cosa mi abbia convinto, perché non avevo mai recitato in vita mia, ma quando sono entrata in quella scuola, ho capito di essere nel posto giusto. Non ero spaventata, anche se questo è un mestiere fatto di tanti no e pochi sì. Ancora oggi non mi fa paura il vuoto dei periodi senza lavoro. La recitazione è un’arte importante dovrebbe essere insegnata nelle scuole come accade all’estero. Entrare nei panni di qualcuno di diverso da te, è un’educazione fortissima. L’attore ha una disciplina, ha uno spessore sociale, pensiamo al teatro di Dario Fo e Franca Rame».
Eppure è un ambiente che vive ancora di tanti stereotipi. «Parecchi. Io per esempio ho una voce molto particolare, sono alta e non magrissima.  Questo è anche il limite del cinema italiano. I corpi delle donne non sono rappresentati in maniera reale, nella maggior parte dei casi non ci rappresentano», spiega. «Per questo abbiamo messo in piedi Interno 9, per dialogare, per confrontarci, per guardare al cinema europeo. Vedere le differenze. Ci deve essere una rivoluzione radicale. La comunità serve a questo, a cambiare le regole, incrinare un sistema che è portato ad essere sempre lo stesso, e ad impoverirsi inevitabilmente». 

“Il cinema mi ha dato voce”Regista, sceneggiatrice e produttrice indipendente, Giulia Grandinetti studia recitazione all’Accademia di Cinecittà e si laurea in Lettere e Filosofia all’ Università Roma Tre. Nel 2019 dà il via ad una trilogia di cortometraggi: Guinea Pig, vincitore di 15 premi. Tria – del sentimento del tradire, girato in 35mm in Italia e in Grecia, e presentato nella sezione Orizzonti della Biennale di Venezia nel 2022. Majonezë, girato in Albania, in bianco e nero, vincitore del concorso di Alice nella Città nel 2024, è stato selezionato in 100 festival, vincendo 70 premi. Dal 2020 è una nomade digitale, viaggia per il mondo e lavora online come coach vocale e di recitazione.
«Da sei anni ho deciso di non avere un posto fisso, così mi sono costruita un lavoro online: faccio corsi di dizione​, fonetica e scrittura. Questo lavoro mi dà una sicurezza economica che mi consente di stare a galla​ e di avere del tempo per dedicarmi a quello che amo profondamente, la scrittura e la regia. Purtroppo in Italia sembra spesso difficile conciliare qualità del lavoro e retribuzione», esordisce Giulia Grandinetti al telefono da Marsiglia. Sono nata a Macerata e sono cresciuta a Potenza Picena, dove si parla con un accento molto forte, di cui da piccola a volte mi vergognavo. ​Tutto quello che faccio ​nasce dalle mie ferite​. Mi sono appassionata da piccola alla danza, perché non dovevo parlare, poi quando mio padre mi ha permesso di usare la sua handycam, ho cominciato a realizzare filmati che mi montavo da sola. Senza saper bene cosa facevo».
«A 18 anni sapevo che volevo fare la regista ma non avevo idea di che cosa significasse esattamente. Mi sono trasferita a Roma dove per 2 anni ho frequentato un corso di recitazione con l’idea di entrare in questo mondo e capirlo. Nel frattempo ho cominciato a scrivere e ad avere un mio punto di vista. Per molto tempo mi sono sentita non meritevole di avere un’opinione. Il cinema mi ha dato voce», ci spiega, con sincerità.
Una voce che si è fatta sentire alta in questi anni in cui i cortometraggi della regista maceratese hanno vinto premi in tutto il mondo, e per quanto riguarda Majoneze, che racconta la disobbedienza e la ribellione della giovane Elyria, è stato anche inserito nella shortlist degli Oscar.
«Sento che sto facendo quello che posso con tutte le mie forze, occupandomi anche della parte produttiva. Ultimamente ho al fianco un produttore, Riccardo Neri della Lupin Film. Stiamo lavorando da 4 anni ad un lungometraggio ambientato a Marsiglia, un coming age familiare, che risponde alla domanda: “Che cos’è l’amore?”», rivela. «Con Neri ho un rapporto sincero.  Parliamo di come si può mantenere oggi un film libero e autentico pur cercando di dialogare con le dinamiche produttive e distributive. Le collaborazioni sono importanti. Condividere la stessa visione, costruire una rete è necessario in questo momento difficile ed è anche l’unica strada possibile per riuscire a fare il cinema che si vuole e che ci piace». 

Tenacia e condivisioneAttore, drammaturgo e regista palermitano. Formatosi presso la Scuola dei mestieri diretto da Emma Dante e il Teatro Comunale di Bologna, Salvatore Cannova ha calcato i palcoscenici di teatri e festival internazionali. Artista associato alla Fondazione Solares – Teatro delle Briciole per il triennio 2025-2028. Regista d’opera, firma per il Teatro Massimo di Palermo la riscrittura de “Le 66” di Offenbach. Ha vinto il Premio Domingo Grollino e il Premio Scriptura. Fondatore della Compagnia Fenice Teatri dal 2023 è co-fondatore di IRCOPA – International Research Center and Observatory of Performing Arts progetto che sostiene la ricerca e la creazione performativa a livello internazionale.
«Fin da quando ricordo ho sempre voluto fare l’attore. Ma una volta fatta la maturità non sapevo che fare», ci racconta Salvatore Cannova. Il Teatro Biondo di Palermo aveva inaugurato la Scuola triennale dei mestieri dello Spettacolo diretta da Emma Dante. Decisi di iscrivermi e nello stesso tempo di studiare ingegneria gestionale. È stata la mia fortuna, perché non era semplicemente una scuola di recitazione. Emma ci teneva che imparassimo sia la drammaturgia che a mettere in scena quello che scrivevamo».
Ad un certo punto ha sentito il bisogno di mettere in piedi una compagnia teatrale. Una scelta particolare soprattutto prima dei trent’anni. «Mi trovavo a Bologna per frequentare un master in teatro musicale e nel frattempo facevo tanti provini, qualcuno lo vincevo, ma la maggior parte no. Mi sono detto: perché dare a terzi la responsabilità di una cosa così importante per te. Non mi volete prendere perché non vi piaccio, perché sono siciliano, perché non conosco nessuno, ma sapete che c’è, faccio tutto da solo. Così ho fondato la mia compagnia teatrale, La Fenice Teatri», ricorda. «Ho partecipato a una serie di bandi per compagnie teatrali, fino a quando il mio primo spettacolo Giacomina, ha vinto la produzione presso un piccolo teatro nella periferia di Roma. Una produzione vinta con uno spettacolo dedicato a mia nonna, una storia piccola, ma ancora molto attuale che parla di depressione, la malattia che l’ha consumata per cinquanta anni fino a quando non si è tolta la vita. Certo non fu un successo, in quattro giorni di repliche abbiamo incassato 180 euro da dividere in quattro. Però è stato un inizio. Nel frattempo, mentre lavoravo come attore con Emma Dante ho sfruttato la situazione, dal momento che giravamo nei più importanti teatri d’Italia. Prendevo il mio materiale e lo presentavo ai direttori dei teatri per farmi conoscere, e vedere se c’era la possibilità di far esibire la mia compagnia. Ho avuto la fortuna di incontrare dei direttori artistici che hanno creduto in me, come Andrée Ruth Shammah del teatro Parenti di Milano, che mi ha prodotto uno spettacolo finalista al premio Scenario, La Festa di fine anno, con cui abbiamo vinto il premio SIAE per la produzione e che a fine ’25, mi ha anche messo in scena lo spettacolo Giacomina, questa volta con il teatro pieno».
Nel caso di Salvatore Cannova, la tenacia e la condivisione sono stati fondamentali per andare avanti e crearsi delle opportunità. «Una rete di persone che sa cosa vuol dire lottare per i propri sogni, trovando le occasioni per raccontare la propria storia. Questo fa la differenza. Fare rete ci dà la possibilità di farci vedere. Di aprire più porte di quelle che riusciamo a varcare da soli, e ripeto, io sono stato fortunato perché grandi artisti mi hanno guardato e ascoltato. Succede raramente, perché la maggior parte non ti risponde. Non legge, non è neanche curioso di ascoltare», spiega. «L’accesso alla cultura, dovrebbe essere aperto a tutti, senza discriminazione di alcun genere. Magari in questi anni si sono persi capolavori, grandi talenti, a favore di cosa? Visto che abbiamo perso in originalità, credibilità e rispetto in tutto il mondo».

Share:

Facebook
Twitter
Pinterest
LinkedIn

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

On Key

Related Posts