La Coppa di Bin Salman: cosa possiamo aspettarci dal Mondiale saudita

L’Arabia Saudita già da diversi anni ha messo le mani sul calcio. E lo ha fatto nel suo stile: con una vagonata di denaro. Una serie di investimenti monstre, avallati da Mohammed Bin Salman che da tempo promuove lo sport come veicolo di crescita del Paese e ripulitura dell’immagine, che hanno sconvolto il calciomercato e, di riflesso, i campionati europei, ma non solo. E pensare che ancora non è finita. L’apice sarà toccato solo tra qualche anno. Quando? Nel 2034. Anno in cui i Mondiali si giocheranno nel paese di Bin Salman. Sì, avete capito bene. La Fifa, la federazione internazionale del calcio, nel 2024 (per l’esattezza, l’11 dicembre) ha assegnato l’organizzazione della competizione per nazionali maschili di calcio all’Arabia Saudita. Una decisione ampiamente attesa (tra i 211 Paesi votanti, solo la Norvegia si è astenuta, in polemica con il sistema di candidature), dato che l’Arabia Saudita era l’unico Paese rimasto in corsa. Una candidatura fortemente indirizzata, per non dire pilotata, dalle assegnazioni precedenti decise dal congresso della Fifa. I Mondiali del 2026, come abbiamo avuto modo di vedere nelle scorse settimane, si sono tenuti tra Canada, Stati Uniti e Messico mentre quelli del 2030 sono stati assegnati a Spagna, Portogallo e Marocco, con le prime tre partite che si giocheranno però in Argentina, Paraguay e Uruguay. Una scelta della Fifa per celebrare i cent’anni dalla prima Coppa del Mondo, giocata in Uruguay nel 1930.
Quindi, dato che le regole della Fifa stabiliscono che dopo che un Paese ha organizzato i Mondiali nessun altro Paese della stessa federazione continentale possa organizzare il torneo per le due successive edizioni, per il 2034 erano di fatto escluse le federazioni nordamericana, centroamericana e sudamericana, quella europea e quella africana. Risultato? Rimanevano solo quella asiatica e quella oceanica. Peccato però che Indonesia e Australia, gli altri Paesi inizialmente candidati, si sono ritirati. Risultato: Mondiali all’Arabia Saudita per la gioia della Fifa e del suo presidente Gianni Infantino che avevano dato alla candidatura del Paese di Bin Salman un voto di 4,2 su 5, il più alto mai registrato.

Dove e quando si giocherà
Il Paese asiatico nel suo dossier di candidatura ha presentato 15 stadi, la maggior parte di nuova costruzione. I primi render hanno lasciato a bocca aperta: impianti ultra-moderni e dal design unico. Gli impianti in cui si disputeranno le varie partite saranno: il King Salman International Stadium (nuovo), il King Fahad Sports City St. (esistente), il Prince Mohammed Bin Salman St. (nuovo), il New Murabba St. (nuovo), il Roshn St. (nuovo), il Prince Faisal Bin Fahad Sports City St. (nuovo), il South Riyadh St. (nuovo), il King Saud University St. (esistente), il King Abdullah Sports City St. (esistente), il Qiddiya Coast St. (nuovo), il Jeddah Central Development Stadium (nuovo), il King Abdullah Economic City Stadium (nuovo), l’Aramco Stadium (nuovo), il King Khalid University Stadium (esistente) e il Neom Stadium (nuovo). Quest’ultimo sarà uno stadio sospeso alimentato da energie rinnovabili e verrà costruito nel cuore di The Line, una città lineare futuristica in costruzione nella provincia di Tabuk.
Quando si giocherà? Come avvenuto nel 2022 in Qatar, è possibile – se non quasi certo – che il Mondiale si tenga nel corso del nostro inverno per ovviare al problema caldo. Una decisione che però potrebbe diventare definitiva. La Fifa infatti sta valutando seriamente di disputare sempre i Mondiali in inverno a partire dal 2034. Da quella data, quindi, l’esperimento tenuto in Qatar nel 2022 potrebbe diventare la regola. «Sembra abbastanza ovvio per i Mondiali, certi tornei non si possono giocare in estate in alcune località, quindi dovremo cambiare il calendario – le parole del Presidente Gianni Infantino -. Ne stiamo parlando, ma non solo per il Mondiale che si svolgerà in Arabia Saudita. La riflessione deve essere generale. A luglio fa molto caldo per giocare anche in alcuni Paesi europei, quindi forse dobbiamo riflettere su questo, ma dobbiamo avere la mente aperta».

Sportswashing
L’assegnazione all’Arabia Saudita dei Mondiali 2034 ha generato polemiche anche a causa di alcune criticità. Varie associazioni e organizzazioni impegnate nella tutela dei diritti umani, civili e ambientali infatti hanno scatenato un putiferio. Le preoccupazioni principali, riportate da vari media e giornali, riguardano le condizioni dei lavoratori, per la quasi totalità migranti, che dovranno costruire – e in alcuni casi hanno già iniziato a costruire – le imponenti infrastrutture previste (stadi, trasporti, hotel); le forti discriminazioni che esistono nel Paese verso le persone Lgbtqi+ e le donne, l’impatto ambientale dell’evento e soprattutto di chi lo finanzia. L’Arabia Saudita, come noto, è un regime autoritario nel quale, nonostante alcune recenti aperture e riforme più che altro di facciata, le libertà delle persone (soprattutto delle minoranze e delle donne) sono fortemente limitate e il dissenso viene represso.
Da tempo, come già evidenziato, il principe ereditario e primo ministro saudita sta provando a cambiare l’immagine del Paese attraverso lo sport. Una pratica comune a regimi autoritari sia odierni sia del passato che oggi viene definita sportswashing. E il Mondiale attira molto da questo punto di vista. Basti pensare alle recenti edizioni del 2018 in Russia e del 2022 in Qatar, entrambi Paesi con regimi autoritari.
Una maxi operazione di immagine che, secondo il quotidiano britannico The Guardian, costerà all’Arabia Saudita oltre 200 miliardi di euro. Qualche “spicciolo” considerato il potere finanziario del Paese ma soprattutto l’enorme ritorno economico e di immagine. D’altronde da anni siamo abituati a vedere i principali club dell’Arabia Saudita (che sono di proprietà del Public Investment Fund (Pif), il potente fondo sovrano dello Stato) investire miliardi e miliardi per accaparrarsi i migliori giocatori. Fondo che, contemporaneamente, ha deciso di finanziare anche tornei di altri Paesi, come la Supercoppa italiana e quella spagnola; comprare una squadra di calcio inglese come il Newcastle United; investire nella Formula 1 (dal 2021 si tiene un Gran Premio a Gedda), nel golf (dove l’Arabia Saudita è riuscita addirittura a creare un circuito alternativo a quello mondiale), nel tennis (con le Wta Finals e il Six Kings Slam) e nella boxe.

Diritti negati
In Arabia Saudita ci sono 13,4 milioni di lavoratori migranti. Si tratta di circa un terzo della popolazione del Paese e vengono principalmente da Paesi asiatici e africani poveri. Persone che spesso sono costrette ad accettare condizioni pessime e retribuzioni quasi inesistenti perché legati ai loro datori di lavoro dalla controversa “kafala”, un istituto legislativo di alcuni Paesi mediorientali che dà ai datori di lavoro il potere di decidere sul permesso di soggiorno degli impiegati.
Per i Mondiali del 2034, il problema principale quindi riguarda le condizioni dei lavoratori che parteciperanno all’organizzazione dell’evento. A far suonare l’allarme ci ha già pensato Amnesty International che nel 2024 ha pubblicato un comunicato, sottoscritto da 21 organizzazioni, dal titolo: «L’assegnazione dei Mondiali del 2034 all’Arabia Saudita mette a rischio delle vite e svela quanto siano vuoti gli impegni della Fifa sui diritti umani». Nel comunicato, il responsabile dei diritti del lavoro e dello sport di Amnesty International Steve Cockburn ha detto che, sulla base di prove evidenti, «la Fifa sa che i lavoratori saranno sfruttati e moriranno se non ci saranno riforme strutturali in Arabia Saudita, e tuttavia ha scelto di andare avanti nonostante tutto, rischiando di assumersi una pesante responsabilità per molte violazioni dei diritti umani che ci saranno».
Un report della ong Human Rights Watch ha invece evidenziato che «i lavoratori migranti stanno fronteggiando abusi diffusi in tutti i settori occupazionali e le regioni. Le autorità saudite sistematicamente non riescono a proteggerli e a porre rimedio a questi abusi». Il report, fondato sulle testimonianze di 156 lavoratori o familiari di persone che lavorano in Arabia Saudita in vari settori, dà per certo che ci saranno gravi violazioni dei diritti dei lavoratori nell’organizzazione di quella che l’Arabia nelle comunicazioni ufficiali ha definito «la più grande Coppa del Mondo di sempre».
Insomma, il rischio concreto è che si ripeti quanto già avvenuto in Qatar dove, secondo quanto riportato dal Guardian, a causa dell’organizzazione dei Mondiali di calcio sono morti oltre 6mila migranti, la maggior parte dei quali durante la costruzione degli stadi. Nonostante le testimonianze e gli avvertimenti di media e ong, nel suo report di valutazione della candidatura la Fifa ha valutato come «medio» il rischio che i diritti umani non vengano rispettati.
Altro problema di notevole importanza è quello dei diritti di diverse minoranze che in Arabia Saudita sono negati. Ad esempio, la libera espressione della sessualità delle persone omosessuali e trans nel Paese di Bin Salman è illegale, e può essere addirittura punita con la morte. Sui diritti delle donne, negli ultimi anni, ci sono stati alcuni piccoli progressi, ma nella cultura e nelle leggi del Paese rimane un forte orientamento patriarcale e maschilista.

Greenwashing
C’è poi il tema ambientale. Molto spesso questi grandi eventi hanno un impatto ambientale considerevole, principalmente perché vengono costruite molte nuove infrastrutture (spesso “cattedrali nel deserto”) e perché arrivano e si muovono milioni di persone, la maggior parte delle quali in aereo. Per i Mondiali del 2034 però c’è in più il fatto che il grosso dei soldi che l’Arabia Saudita investirà nell’organizzazione arrivano dal petrolio, uno dei principali combustibili fossili responsabili della crisi climatica.
L’Arabia Saudita è il secondo Paese produttore di petrolio al mondo (dopo gli Stati Uniti) e soprattutto basa buona parte della sua economia sul petrolio, che è responsabile di circa il 42 per cento del Pil e del 90 per cento dei guadagni delle esportazioni. La Fifa però ha indicato come «basso» il rischio per l’ambiente posto dalla candidatura dell’Arabia Saudita, una scelta definita «ridicola» dall’organizzazione Fossil Free Football, che si occupa di sostenibilità ambientale nel calcio, che poi – tramite il suo fondatore, Frank Huisingh, ha rilanciato sostenendo che i Mondiali del 2034 «saranno estremamente inquinanti, con la costruzione di 11 nuovi stadi e moltissimi viaggi aerei. Ma soprattutto daranno un megafono a un Paese che cerca disperatamente di usare il calcio per rallentare la transizione dai combustibili fossili e vendere quanto più petrolio possibile il più a lungo possibile». E la Fifa? Dopo l’avvenuta assegnazione della Coppa del Mondo 2034 all’Arabia Saudita, il Presidente Gianni Infantino ha detto che alla Fifa sono consapevoli delle criticità e che sono sicuri che il Paese ospitante se ne occuperà. Vedremo.

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