La metamorfosi della strategia della Resistenza dell’Iran in Medio Oriente

Avrebbe dovuto annientare definitivamente la rete di alleanze che l’Iran aveva tessuto nella regione. Invece la guerra lanciata da Stati Uniti e Israele potrebbe finire per dare nuova vita all’Asse della resistenza.
La sopravvivenza dei movimenti legati a Teheran, fortemente indeboliti dalla reazione israeliana agli attacchi del 7 ottobre 2023, veniva messa in dubbio da molti esperti prima ancora dell’assalto lanciato il 28 febbraio scorso. Dopo aver inferto duri colpi a Hamas e Hezbollah, Israele e Stati Uniti si preparavano a dare il colpo di grazia al sistema di alleanze che fa capo alla Repubblica Islamica tentando di decapitarne direttamente i vertici dello Stato iraniano. Ma la reazione dell’Iran ha spiazzato la coalizione e i Paesi partner nella regione del Golfo.
Avvalendosi di un arsenale di migliaia di missili balistici e di droni, l’Iran è riuscito a fermare il passaggio delle navi nello Stretto di Hormuz dimostrando di poter rallentare drasticamente il traffico in uno dei principali snodi commerciali al mondo, in cui prima della guerra transitava un quinto del petrolio prodotto in tutto il mondo, senza che la prima potenza al mondo possa impedirlo. Ha anche dimostrato di avere la capacità di colpire gli altri Paesi del Golfo e le forze statunitensi nella regione, con un’intensità che sembra aver spiazzato Washington, come ammesso dallo stesso Donald Trump, che nei primi giorni giorni del conflitto aveva detto che gli Usa erano «rimasti sorpresi».
La reazione iraniana è stata sufficiente a fermare temporaneamente gli attacchi ma non è bastata a spingere gli Stati Uniti a trovare una soluzione duratura al conflitto, a cui si è accompagnato l’inasprimento del blocco contro la Repubblica Islamica. Si profila quindi uno scontro duraturo, che alternerà fasi a diversa intensità, in cui l’Iran dovrà trovare le risorse per impedire l’accerchiamento mentre la situazione economica del Paese si aggrava.
Una possibilità è che Trump voglia tentare di superare lo scoglio delle elezioni di medio termine, continuando nel frattempo a strangolare l’economia iraniana «senza cercare un accordo diplomatico né permettere che la situazione degeneri in una guerra su vasta scala», come sostiene l’analista Trita Parsi. Uno scenario che potrebbe spingere Teheran stessa a rompere gli indugi prima dell’appuntamento delle midterm. In questo contesto, l’Asse della Resistenza potrebbe continuare a svolgere un ruolo nella strategia iraniana, anche se diverso rispetto al passato.
Secondo diversi esperti, la guerra ha visto un cambiamento nella dottrina iraniana: la «difesa avanzata» assicurata dai gruppi dell’Asse della Resistenza è stata superata a favore di una deterrenza non più decentrata e affidata ai propri «proxy», ma imposta direttamente dalle forze iraniane, in cui «missili a lungo raggio, droni a buon mercato e l’influenza sullo Stretto di Hormuz sono diventati i nuovi pilastri della strategia di difesa». Lo ha dichiarato ad al-Jazeera Negar Mortazavi, ricercatrice presso il Center for International Policy, secondo la quale gli alleati nella regione continueranno comunque a rivestire un ruolo «cruciale» nella strategia iraniana, consentendo all’Iran di aprire nuovi fronti, facendo affidamento su armi «asimmetriche». 

Come sta il Partito di Dio
Un ruolo di primo piano lo svolge Hezbollah in Libano, come dimostra l’importanza data da Teheran nel memorandum siglato a giugno alla condizione che Israele cessasse gli attacchi al Sud del Libano, motivati dalla presenza della milizia sciita.
L’uccisione del leader Hassan Nasrallah e la successiva caduta del governo di Bashar al-Assad in Siria nel dicembre 2024 sembrava aver inferto un duro colpo all’Asse e a Hezbollah in particolare, a cui il governo libanese chiedeva il disarmo. Invece la ripresa dei combattimenti ha dimostrato che il «Partito di Dio» libanese è ancora in grado di tenere testa alle forze israeliane.
In seguito agli attacchi del 28 febbraio, Hezbollah è entrato nel conflitto lanciando razzi e droni verso il territorio israeliano, bersagliato anche dall’Iran. Una sorpresa per le autorità di Tel Aviv, che ritenevano di affrontare un avversario maggiormente indebolito.
Dopo l’uccisione, a settembre 2024, di Nasrallah e gli attacchi ai dispositivi elettronici, in cui sono rimaste ferite migliaia di persone, Israele era tornata a invadere il Libano meridionale, ottenendo dal governo di Beirut che il movimento sciita consegnasse gradualmente le proprie armi in cambio della fine delle operazioni militari in territorio libanese. Nonostante l’opposizione del braccio politico di Hezbollah, il tentativo di disarmare il gruppo era apparentemente andato avanti: a ottobre 2025 gli Stati Uniti avevano dichiarato che l’esercito libanese aveva rimosso quasi 10mila razzi e circa 400 missili dal sud del Paese nel corso dell’anno precedente, mentre a gennaio l’esercito libanese aveva affermato di aver completato la prima fase di bonifica nell’area compresa tra il Litani e il confine israeliano.
Gli attacchi del 28 febbraio hanno cambiato lo scenario: nel giro di pochi giorni Hezbollah ha risposto al fuoco di Israele dimostrando di disporre ancora di un arsenale considerevole. L’offensiva israeliana, finora costata la vita a più di 4mila persone, ha devastato ancora una volta il Libano meridionale, invaso per la seconda in meno di due anni. Ma non è riuscita a fiaccare Hezbollah, spiazzando le autorità israeliane. «Ci siamo sbagliati su Hezbollah: non pensavamo che avrebbero sparato a queste distanze», ha detto un alto funzionario israeliano all’emittente Channel 13 a inizio marzo, in reazione agli attacchi contro le regioni settentrionale di Israele. «Gli israeliani sono rimasti sorpresi. Gli americani sono rimasti sorpresi. E il mondo intero è rimasto sorpreso dalle capacità della resistenza», ha commentato invece a maggio Hajj Youssef al-Zein, portavoce di Hezbollah. 

Nel Mar Rosso
Assieme a Hezbollah e all’Iran, hanno lanciato attacchi contro Israele anche le milizie irachene e le forze del movimento Houthi. Quest’ultimo gruppo, che controlla la capitale e le aree più popolose dello Yemen, ha già resistito agli attacchi lanciati dagli Stati Uniti dal 2024 per liberare il passaggio del Mar Rosso, chiuso dalle stesse forze Houthi per chiedere la fine del genocidio nella Striscia di Gaza. Questo dopo aver resistito per anni agli attacchi della coalizione guidata dall’Arabia Saudita, intervenuta nella guerra civile yemenita.
Con i loro attacchi a sostegno di Gaza gli Houthi sono riusciti a dimostrare di poter rallentare il traffico marittimo nel Mar Rosso, facendo lievitare i costi dei trasporti in tutto il mondo. Uno scenario temibile, se accompagnato al blocco iraniano dello Stretto di Hormuz, con la possibile chiusura delle rotte alternative usate dall’Arabia Saudita per aggirare la presenza iraniana nel Golfo Persico.
A luglio gli Houthi hanno alzato il livello dello scontro, proclamando un blocco navale contro l’Arabia Saudita nel Mar Rosso, in risposta a quello che viene definito un assedio saudita nei loro confronti. Un’accusa respinta da Riad, che si è vista costretta cambiare le rotte su cui viene trasportato il proprio greggio, che, secondo quanto riporta Bloomberg, adesso deve transitare per il canale di Suez e, per arrivare in Asia, circumnavigare l’Africa.
Ad agosto il gruppo a maggioranza sciita ha continuato ad alzare la pressione sull’Arabia Saudita, mettendo subito alla prova l’accordo di mutua difesa con Turchia e Pakistan. Due giorni dopo la firma dell’intesa, in base alla quale un attacco contro qualsiasi dei tre Paesi sarebbe considerato un attacco contro tutti, gli Houthi hanno rivendicato una serie di attacchi contro la raffineria di Jizan del colosso petrolifero Saudi Aramco, dove vengono lavorati 400mila barili di petrolio al giorno, alcuni impianti petroliferi a Yanbu, principale terminale per le esportazioni sulla costa occidentale, e altri attacchi con missili e droni contro Mocha, una città portuale controllata dal governo yemenita con sede ad Aden, situata vicino allo snodo strategico di Bab el-Mandeb, lo stretto che collega il Mar Rosso meridionale con il Golfo di Aden e l’Oceano Indiano. 

Piano ibrido
Mentre con l’aiuto dei proxy l’Iran dimostra di avere il potere di influenzare alcuni dei principali snodi commerciali al mondo, mettendo pressione sui suoi avversari, l’obiettivo della Repubblica Islamica sembra essere anche quello di espellere gli Stati Uniti dalla regione, colpendo direttamente gli obiettivi statunitensi. Secondo quanto riportava un’inchiesta della Cnn lo scorso maggio, gli attacchi iraniani hanno arrecato «danni senza precedenti» alle basi statunitensi nella regione, rendendo molte di esse «praticamente inutilizzabili».
I raid iraniani hanno danneggiato almeno 16 basi in 8 Paesi diversi, che rappresentano «la maggior parte» delle basi statunitensi nella regione. Attacchi rapidi e mirati che hanno colpito obiettivi che costano decine, a volte centinaia di milioni di dollari. Come velivoli spia o sistemi radar tanto difficili da sostituire, quanto essenziali per la difesa aerea. A esporre le basi statunitensi, una volta considerate inviolabili è la disponibilità di immagini ad alta risoluzione, come quelle fornite da un satellite spia cinese acquisito da Teheran nel 2024.
È la prima volta che gli Stati Uniti affrontano un avversario che dispone di immagini satellitari quasi tanto dettagliate quanto quelle di cui dispongono essi stessi. Questo ha consentito di colpire per due volte la base al-Udeid in Qatar, arrecando danni significativi alla più grande in Medio Oriente. Oltre a esporre le fragilità degli Stati Uniti e a rendere meno sostenibile la loro presenza in Medio Oriente, l’Iran punta anche sulla reazione dei Paesi che ospitano le basi, che possono essere considerate sempre più un rischio.
A luglio centinaia di personalità giordane hanno firmato una lettera aperta chiedendo il ritiro delle forze statunitensi dal Paese, in cui sono presenti 4mila soldati statunitensi. «Sosteniamo che la loro presenza esponga la Giordania a rischi per la sicurezza, politici ed economici che non servono alcun interesse nazionale e aumentano la probabilità che il nostro Paese venga trascinato in un conflitto regionale di cui non fa parte», afferma la lettera. Ma, come sostengono molti esperti, gli attacchi diretti agli obiettivi statunitensi non sono l’unica arma adottata dall’Iran, che non sembra poter fare a meno dei suoi alleati per riuscire a sopravvivere al conflitto, e imporsi come potenza militare anche al di là del teatro regionale.
«I fronti e gli strumenti sono integrati in un’unica piattaforma. Il fronte libanese fa parte del fronte iraniano, il programma missilistico supporta il programma regionale e la negoziazione è parte integrante degli strumenti bellici», ha affermato Mahdi Mohammadi, consigliere del presidente del Parlamento Mohammad Bagher Ghalibaf, a sua volta capo negoziatore della Repubblica Islamica. Secondo Mohammadi, «l’Iran adotta una strategia ibrida nella guerra in corso. Non stiamo combattendo su un unico fronte e utilizzando un unico strumento».

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