Questa stagione autunnale si è aperta con una mostra eccezionale. Palazzo Bonaparte, a Roma, ospita fino al 14 febbraio settanta opere di Wassily Kandinskij, padre indiscusso dell’astrattismo e protagonista assoluto dell’arte del Novecento. Le opere provengono dal Centre Pompidou di Parigi e sono giunte al museo grazie al lascito di Nina Kandinskij, la seconda moglie dell’artista, che dopo la sua morte si è dedicata alla conservazione e alla valorizzazione della sua eredità artistica.
Artista e intellettuale di straordinaria finezza e rara perspicacia, Kandinskij ha rivoluzionato il modo stesso di concepire l’arte, portando la pittura oltre la rappresentazione del mondo visibile e trasformandola in un linguaggio capace di dare forma al mondo interiore.
Il richiamo di Monaco
Nato a Mosca nel 1866, studia giurisprudenza ed economia con l’idea di abbracciare la carriera accademica. Nel dicembre del 1896 decide di dedicarsi alla pittura e si trasferisce a Monaco di Baviera, la città che «risplende» come la definì Thomas Mann, frequentatore insieme a Frank Wedekind del celebre quartiere Schwabing, ritrovo di scrittori, poeti e filosofi. Al volgere del secolo, Monaco è infatti un luogo in pieno fermento che offre teatri, sale da concerto, caffè, mostre, musei, riviste d’arte, un’accademia, innumerevoli atelier privati e, infine, un’università con docenti di fama. È qui che è nato lo Jugendstil (art nouveau), un movimento antiaccademico che abbandona l’oggetto per animare le superfici attraverso un dinamismo fatto di linee ondulate e campiture colorate.
È qui che Kandinskij vuole vivere, vuole sperimentare incontri, vuole incrociare idee e destini. Il piccolo olio su cartone raffigurante una veduta di Schwabing in inverno del 1901 è uno dei suoi primi lavori.
L’illuminazione e l’ignoto
Ma facciamo un passo indietro. Kandinskij decide di dedicarsi all’arte, e di spostarsi in Germania, a seguito di due esperienze che lo segnarono profondamente e si rivelarono decisive per la svolta del suo percorso artistico e intellettuale. Poco prima di lasciare la Russia, aveva visitato a Mosca una mostra sugli impressionisti francesi, dove ebbe modo di conoscere la serie di “Les Meules (Covoni)” di Claude Monet, dipinta tra il 1890 e il 1891 e caratterizzata da forme che si dissolvono nel colore. Sempre a Mosca, al teatro Bol’šoj, ascoltò il “Lohengrin” di Richard Wagner, convincendosi che il colore, così come la musica, può evocare emozioni, ricordi, immagini interiori.
A Monaco Kandinskij si iscrive alla scuola privata del pittore sloveno Anton Ažbe, realizzando intanto i suoi primi studi di paesaggi dal vero “en plein air”. Conclusa nel 1901 la sua formazione accademica, fonda Phalanx, un’associazione di artisti, e nel 1902 avvia una scuola d’arte, aperta alle donne, che gli farà conoscere l’artista Gabriele Münter, allieva e in seguito sua compagna. Poco dopo la coppia intraprende un lungo viaggio attraverso l’Europa e la Tunisia che durerà fino al 1908. Di questo periodo sono in mostra, tra gli altri, del 1904 “Erinnerung an Venedig 3” e “Kanal in Holland, Tunis, Strasse” del 1905, e “Park von Saint-Cloud, dunkle Allee”, realizzato nel 1906 durante il lungo soggiorno parigino dove la coppia entra in contatto con le novità di Henri Matisse, Pablo Picasso, Georges Braque, Raoul Dufy e Paul Gauguin.
Murnau e lo spirituale
Rientrati in Germania, Kandinskij e Gabriele Münter vivono tra Monaco e Murnau, una piccola cittadina ai piedi delle Alpi bavaresi, dalla luce calda e diffusa: un luogo perfetto per la contemplazione e per la ricerca di un nuovo linguaggio pittorico. È qui che, nel 1909, Kandinskij realizza l’iconica “Improvisation III”, un’opera nella quale la progressiva disgregazione dell’oggetto preannuncia l’astrazione che verrà. Ne “Lo spirituale nell’arte”, iniziato a scrivere a Murnau nel 1910, Kandinskij definisce le Improvvisazioni come «espressioni, principalmente inconsapevoli, per lo più sorte in modo improvviso, di eventi di carattere interiore, e quindi impressioni della “natura interiore”», tanto che tra il 1909 e il 1914 realizza trentacinque dipinti riconducibili a questa categoria. Ma “Improvisation III” segna un ulteriore passo nel progressivo distacco dal mondo reale, a favore di una libertà espressiva nella quale forme e colori acquistano un’autonomia sempre maggiore. Il cromatismo intenso, alimentato anche dalla scoperta della pittura di Matisse durante il soggiorno parigino del 1906 e reso ancora più vibrante dalla violenza delle pennellate, testimonia l’evoluzione di Kandinskij verso un’arte sempre più svincolata dalla rappresentazione.
È proprio da questa ricerca, fondata sull’autonomia espressiva del colore e sulla capacità della pittura di evocare una realtà interiore, che nel 1911 nascerà “Der Blaue Reiter”, il Cavaliere Azzurro, il movimento fondato da Kandinskij insieme a Franz Marc, con la partecipazione di Gabriele Münter e di altri artisti della scena monacense.
Il talento oscurato di Gabriele
Si va in mostra per vedere Kandinskij e si scopre Gabriele Münter, perché, come scriveva l’artista in una lettera del 1926, «spesso ci si dimentica che una donna può avere un talento autentico e naturale, che può essere una persona creativa. Una donna da sola – anche nella mia situazione – non può mai farsi valere per conto proprio. Altri, delle “autorità”, devono prenderne le difese».
Le parole di Münter restituiscono con straordinaria lucidità la condizione delle artiste nel primo Novecento e anticipano una questione che avrebbe attraversato a lungo la storiografia dell’arte: quella della loro visibilità e della loro autonomia. Anche Münter non è sfuggita a questo processo: l’interesse per la sua opera è arrivato tardivamente e solo progressivamente la sua produzione è stata riconosciuta come un “corpus” autonomo, liberandola dalla posizione subordinata che per decenni l’aveva relegata soprattutto al ruolo di «compagna di Kandinskij». Eppure, Münter non fu semplicemente la compagna di un grande artista: fu una pittrice originale, protagonista della ricerca espressionista tedesca e parte integrante di quella straordinaria stagione di rinnovamento che avrebbe condotto la pittura verso nuovi territori. Ebbe un ruolo fondamentale sotto il regime nazista, nascondendo al sicuro nella sua casa di Murnau numerose opere di «arte degenerata», quelle degli artisti del Blaue Reiter, che salvò così dalla distruzione.
La dissonanza come armonia
La mostra dedica uno spazio particolare agli anni compresi tra il 1911 e il 1914, cruciali per la progressiva emancipazione della pittura dalla rappresentazione del reale. Tra le opere esposte vi è “L’Arco nero” (“Schwarzer Bogen”) del 1912, testimonianza di un linguaggio artistico ormai radicalmente nuovo, nel quale forme, colori e segni acquistano una forza espressiva autonoma. È una ricerca che si sviluppa anche nel dialogo con la musica e con le teorie sull’atonalità del compositore austriaco Arnold Schönberg, con il quale Kandinskij entra in contatto a Monaco. In una lettera del 22 agosto 1912, riferendosi alla composizione pittorica, Kandinskij scrive al musicista che essa «si può ottenere, e persino meglio, sul principio della dissonanza». Come nella musica, anche nella pittura la dissonanza diventa così non un errore da correggere, ma una possibilità espressiva: l’armonia può nascere dall’accostamento di elementi apparentemente inconciliabili.
Dalla Guerra al Bauhaus
Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale nel 1914, Kandinskij è costretto a tornare velocemente a Mosca perché era considerato un pericoloso agente nemico. Travolto dai venti della Rivoluzione del 1917, Kandinskij rallenta la sua produzione pittorica. Viene nominato membro di diversi comitati rivoluzionari incaricati di promuovere l’educazione artistica e gestire l’amministrazione dei musei. È del 1917 “Akhyrka. Nina et Tatiana dans la véranda”, dipinto nel quale ritorna al naturalismo e nel quale è raffigurata la giovane sposa, Nina Andreevskaya nella tenuta a nord-est di Mosca.
Alla fine del 1921 accetta l’invito di Walter Gropius di unirsi al Bauhaus e riparte per la Germania. Fin da subito si sente a proprio agio in questa scuola rivoluzionaria, fondata sui principi della sintesi delle arti e della transdisciplinarità. Inizia forse la fase più produttiva di tutta la vita di Kandinskij: ben 289 acquerelli e 259 dipinti vedono la luce tra il 1925 e il 1933. Gli inizi di questo periodo sono segnati dalla stesura di “Punto e linea nel piano”, il suo secondo grande trattato teorico, pubblicato nel 1926, che trova eloquente applicazione in “Akzent in Rosa”, che apre una nuova fase all’insegna del cerchio. Dono di compleanno per la moglie Nina, la tela è composta da una miriade di forme circolari e quadrate che sembrano levitare su uno sfondo nebuloso. Questi effetti cromatici così delicati, resi possibili dall’uso dell’aerografo, tecnica moderna allora molto diffusa negli studi del Bauhaus, conferiscono alla superficie un’atmosfera cosmica, da cui si stagliano questi satelliti dai contorni netti.
Costretto a lasciare la Germania nazionalsocialista, nel dicembre 1933 Kandinskij decide di trasferirsi temporaneamente con la moglie Nina a Neuilly, alle porte di Parigi. Ci rimarrà fino alla fine dei suoi giorni, nel 1944.

La leggerezza finale
Con Bleu du ciel del 1940, in netto contrasto con il contesto esterno, quanto mai mortifero, il pittore crea una tela all’apparenza di sorprendente leggerezza. Lo sfondo etereo che le conferisce il titolo costituisce il terreno di gioco di un mondo fantasmagorico fatto di forme grafiche e variegate, un bestiario favoloso che si dispiega liberamente in questo spazio fluttuante. Queste ennesime fantasie traggono nutrimento dal suo interesse, nato negli anni Trenta, per il macrocosmo, le forme biomorfiche, cellule, “animalcula” e altre amebe, di cui colleziona le immagini scientifiche e che ama osservare sulle spiagge della Normandia. In questo senso, la parentela con l’universo delle “Costellazioni” (1940-1941) di Joan Miró, al quale Kandinskij, suo grande ammiratore, aveva fatto visita poco prima nel suo rifugio di Varengeville-sur-Mer, non lascia spazio a dubbi.
Il balletto aereo di “Bleu du ciel”, nella sua gioiosità, colpisce per lo slancio vitale in un contesto di guerra. Un piccolo universo sospeso nel cielo, a ricordarci che anche nei momenti più bui l’arte può continuare a farci immaginare un mondo diverso.




