Il puzzle insanguinato della Cisgiordania: così le colonie di Israele spezzano i Territori palestinesi

Nella notte tra il 28 e il 29 settembre la famiglia Tubasi ha tentato di rientrare nella casa a Jalud, in Cisgiordania. Costretta ad andarsene in estate dopo settimane di intimidazioni e violenze dei coloni israeliani, aveva ottenuto a settembre una sentenza della Corte suprema israeliana che ordinava alle autorità di garantirne il ritorno in sicurezza. Era scortata dall’esercito e dalla polizia. Ma non è bastato.
Più di cento coloni israeliani, secondo una nota dell’Idf, hanno bloccato le strade, dato fuoco a copertoni, auto e abitazioni e lanciato pietre contro le forze di sicurezza, ferendo tre agenti. La scorta ha dovuto interrompere l’operazione e portare la famiglia altrove. Tre persone sono state fermate. Il presidente Isaac Herzog ha definito l’assalto «una macchia morale»; il primo ministro Benjamin Netanyahu ha parlato invece di un «pugno di facinorosi».
Jalud non è solo l’ennesimo episodio di violenza in Cisgiordania. Mostra come funziona, sul terreno, l’espansione degli insediamenti: prima le minacce e l’accesso negato a case e campi; poi avamposti, recinzioni e strade; infine infrastrutture, fondi e riconoscimenti politici. Il risultato è una presenza israeliana sempre più stabile e uno spazio palestinese sempre più difficile da abitare.

La tragedia in cifre
I numeri delle Nazioni Unite danno la misura del fenomeno. Al 14 settembre, secondo l’Ufficio Onu per il coordinamento degli affari umanitari (Unocha), erano già oltre 1.600 gli attacchi dei coloni israeliani che avevano provocato feriti palestinesi, danni alle proprietà o entrambi: 6,7 al giorno, contro i cinque al giorno del 2025. Le comunità palestinesi colpite sono state 275, quasi quante le 279 dell’intero anno precedente, il dato annuo più alto da quando Unocha ha iniziato a registrarli, nel 2006.
Dietro gli attacchi ci sono pozzi e reti idriche danneggiati, raccolti e ulivi distrutti, bestiame rubato o ucciso. Ferite materiali e dell’anima. Ma soprattutto c’è la perdita dell’accesso alla terra. Dall’inizio dell’anno più di 2.600 palestinesi sono stati sfollati nel contesto delle violenze dei coloni e delle restrizioni di accesso ad esse collegate. È circa il 60 per cento dei più di 4.300 palestinesi sfollati in Cisgiordania nel 2026, fra demolizioni, sgomberi e attacchi. Per Unocha, violenze dei coloni e restrizioni associate sono oggi la prima causa di sfollamento nel territorio.
Il governo israeliano invoca la sicurezza per giustificare politiche che cambiano in modo permanente la geografia del territorio occupato. Nello stesso trimestre, l’Onu ha documentato 630 attacchi di coloni: 11 palestinesi uccisi, 430 feriti e 343 persone sfollate in 17 comunità. Il coordinatore Onu per il processo di pace segnala che le aggressioni avvengono spesso alla presenza delle forze israeliane e che, nonostante alcuni procedimenti, «la grande maggioranza» dei responsabili non è stata chiamata a risponderne. A marzo, l’Ufficio dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Diritti Umani (Ohchr) aveva definito la violenza dei coloni «coordinata, strategica e in larga parte incontrastata», accusando le autorità israeliane di svolgere un ruolo centrale nel dirigerla, praticarla o consentirla. È una valutazione dell’Ohchr, non una sentenza, ma rende difficile liquidare tutto come l’iniziativa di una minoranza di estremisti.

Confini labili
La distinzione giuridica è importante. Gli insediamenti ufficialmente riconosciuti da Israele sono considerati illegali dal diritto internazionale; gli avamposti non autorizzati lo sono anche secondo il diritto israeliano. Nella pratica, però, il confine fra le due categorie può diventare mobile: un avamposto riceve una strada, acqua, elettricità o protezione; poi può essere regolarizzato come quartiere di una colonia esistente o riconosciuto come insediamento autonomo. È così che un fatto compiuto locale entra nella mappa.
L’altra metà della storia è nei bilanci. Il 14 luglio il gabinetto di sicurezza israeliano ha stanziato 1,3 miliardi di shekel, circa 430 milioni di dollari, per strutture abitative temporanee in decine di nuovi insediamenti della Cisgiordania. Altri 1,075 miliardi di shekel erano previsti per le strade di accesso. Nel dicembre 2025 il governo aveva già destinato fino a 2,75 miliardi di shekel in cinque anni allo sviluppo di insediamenti e infrastrutture in Cisgiordania. In un territorio già spezzato da checkpoint e divieti di movimento, una strada classificata come intervento di sicurezza non è mai solo una voce tecnica: può collegare un avamposto, rendere più rapidi gli spostamenti dei coloni e più difficili quelli dei palestinesi.

Il simbolo della posta in gioco
Israele contesta la lettura internazionale che considera illegali gli insediamenti. Per le Nazioni Unite, la Corte internazionale di giustizia e la maggioranza degli Stati, invece, il trasferimento di popolazione civile israeliana nel territorio occupato viola il diritto internazionale. Il 20 agosto Italia, Francia, Germania, Regno Unito e altri sette Paesi hanno definito «inaccettabili» i bandi per il progetto E1.
E1 è il simbolo della posta in gioco, più ancora che un progetto edilizio. L’area si trova fra Gerusalemme Est e l’insediamento di Ma’ale Adumim: costruirvi rafforzerebbe il collegamento israeliano fra i due e rischierebbe di spezzare la continuità palestinese fra Ramallah, Gerusalemme Est e Betlemme. Le 3.401 abitazioni messe a bando indicano la scala dell’intervento; la sua portata politica è la frammentazione della Cisgiordania. Il 27 settembre Gali Baharav-Miara, procuratrice generale e consulente legale del governo israeliano, ha rinviato di un mese la scadenza del primo bando, per evitare che fosse usato nella campagna per le legislative del 27 ottobre. Non è un dietrofront: un secondo bando per 2.167 unità resta in calendario.
Fra il 13 giugno e il 18 settembre, secondo l’Onu, le autorità israeliane hanno promosso o approvato circa 4.570 unità abitative nell’Area C e 3.515 a Gerusalemme Est. Il 27 settembre ministri fra cui Bezalel Smotrich hanno inaugurato Makeda e Karmei Yehudah, due nuovi insediamenti a ovest di Hebron. L’attuale governo ha approvato o regolarizzato retroattivamente più di cento insediamenti e avamposti. Non tutti sono già costruiti o abitati, ma la direzione politica è esplicita: Smotrich parla di «rivoluzione degli insediamenti» e dell’obiettivo di «sradicare» l’idea di uno Stato palestinese.
Jalud mostra come la politica degli insediamenti inizi molto prima dei cantieri e delle cerimonie ufficiali. Una famiglia non riesce a rientrare; un avamposto resta; poi arrivano strada, acqua, elettricità e protezione. Se i campi diventano inaccessibili e le denunce restano senza esito, quella famiglia finisce per andarsene. È così, prima ancora che nei bandi per E1, che la Cisgiordania viene frammentata sul terreno.

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