«Il problema casa in Italia parte a monte: ci sono problemi di lavoro e reddito. Questo comporta la minore possibilità di acquisto e le conseguenze si hanno anche sugli affitti perché ci sono più persone che fanno pressione su quel mercato». A dirlo è il presidente di Confedilizia, l’avvocato Giorgio Spaziani Testa, che a TPI fa il punto della situazione sull’emergenza casa nel nostro Paese.
Presidente, secondo i dati Istat, in Italia ci sono circa 9,6 milioni di abitazioni classificate come «non occupate» o non abitate da residenti (circa una casa su quattro sul totale nazionale). Non tutte sono vuote e disponibili. Resta però una contraddizione, vista la difficoltà di tantissime persone a trovare casa…
«Parto dicendo che, per merito nostro, viene ormai chiarito da tutti che quei 9,6 milioni sono case “non abitate da residenti”, specifica che – fino a qualche tempo fa – i commentatori perdevano perché l’Istat comunicava male… In quel mega-dato di 9,6 milioni ci sono le seconde case, quelle locate a persone non residenti, contratti transitori, contratti a studenti universitari, affitti brevi e locazioni turistiche… Poi, certo, altre sono effettivamente vuote. Ma anche lì la distinzione va fatta sul luogo in cui si trovano perché moltissime (e parlo di milioni) si trovano in aree che sono prive di qualsiasi appetibilità da parte di chiunque. Se si tolgono tutte queste situazioni, il paradosso diventa molto meno tale. Non è vero che nelle città in cui c’è grande domanda ci siano case vuote. Ci possono essere delle case vuote, ma non sono fenomeni diffusi… Spesso ci sono nel patrimonio pubblico e lì bisogna chiedersi davvero cosa fare».
E le case vuote dei privati?
«Ovviamente ci sono anche case che faticano ad essere messe sul mercato nel senso che ci sono timori da parte dei proprietari. Però non è un numero spropositato. Anche perché le case vuote costano… Si pensi alle tasse: ad esempio l’Imu e l’Irpef che si paga se hai una casa in più, rispetto a quella di residenza, nello stesso Comune. E comunque spesso vengono tenute vuote solo per pochi mesi perché magari si ha la prospettiva di metterle a disposizione di un figlio o di se stessi per un cambio di vita».
All’affitto gli italiani destinano in media il 20,2% del loro reddito, che sale al 31,1% sotto la soglia di povertà e schizza nelle grandi città. Cosa si può fare per migliorare il quadro?
«Il problema dell’affitto va sezionato e distinto a seconda delle zone. Ci sono aree del Paese – come i grandi e medi centri – nelle quali il problema si pone maggiormente. Ci sono a monte problemi di lavoro e reddito. Questo comporta la minore possibilità di acquisto. Vista la predisposizione – che in Italia permane – ad abitare in una casa di proprietà, negli ultimi anni ci sono meno persone che riescono ad acquistare. Questa situazione ha delle conseguenze anche sugli affitti perché ci sono più persone che fanno pressione su quel mercato».
A complicare il quadro è anche l’enorme presenza dei famosi B&B?
«Questa equazione noi la contestiamo sempre perché i numeri in Italia al momento non sono tali da spingerci a dire che i famosi affitti brevi siano così determinanti sugli aumenti dei canoni. Certo, può esserci qualche effetto in qualche zona centralissima, ma sfido chiunque a pensare che nei centri storici delle città di cui si parla di più ci sia la prospettiva futura di far tornare famiglie medie che da quei luoghi hanno iniziato ad andare via ben prima che nascesse il “fenomeno affitti brevi”. La invito a vedere i dati sulla popolazione della città vecchia di Venezia: negli ultimi cinquant’anni c’è un calo continuo dei residenti che non ha avuto picchi particolari quando sono nate le piattaforme e quindi si è reso più facile l’affitto breve…».
Cosa bisogna fare per migliorare l’accesso all’abitazione in Italia?
«Secondo noi di Confedilizia bisogna fare una cosa molto semplice: allargare l’offerta. Per le fasce più deboli dare più disponibilità di case popolari. Prima ancora di farne delle nuove, mettendo a disposizione quelle che scandalosamente sono rimaste vuote perché bisognose di ristrutturazione. Le 60mila del Piano Casa sono una prima risposta e spero diventeranno molte di più».
Altre risposte?
«La maggior parte delle case in affitto in Italia è di proprietà di famiglie e piccoli risparmiatori (80%). Diamo maggiore fiducia a questi proprietari nell’affitto lungo. Come? Convincendo con i fatti i proprietari che, quando il contratto finisce o l’inquilino entra in difficoltà nel pagamento del canone, se si chiude il rapporto, la casa torna con velocità nella loro disposizione non facendogli perdere soldi e tempo con procedure di sfratto che non finiscono mai. C’è un disegno di legge, al quale abbiamo collaborato anche noi, che punta a velocizzare le procedure. Non per fare un’ondata di sfratti, ma per prevenirli e spingere i proprietari a mettere più case in affitto e di conseguenza calmierare i canoni. Poi si possono fare maggiori incentivi fiscali. C’è la proposta di una parte della maggioranza di dimezzare la cedolare secca per i contratti a canone concordato dal 10 al 5%. Si potrebbe togliere l’Imu a chi fa quei contratti. Ma anche rimettere un po’ di risorse per un sistema (funzionante) di contributi agli inquilini. Infine ci sono quei meccanismi presenti nel Piano Casa, che deve partire, di coinvolgimento dei privati: farsi aiutare per recuperare tanti immobili pubblici che sono abbandonati, anche in aree centrali delle nostre città, che possono dare risposta abitativa senza consumare nuovo suolo».
Cosa ne pensa del Piano Casa del Governo Meloni?
«Il nostro giudizio è abbastanza positivo. Risorse insufficienti? Si possono integrare e spero che già con la prossima Legge di Bilancio ce le mettano. Per quanto riguarda la parte del coinvolgimento dei privati, sì, ci sono anche risorse pubbliche, ma l’idea è quella di smuovere quelle private con l’obbligo di fare il 70% di case in affitto e vendita a canoni sociali e il 30% liberi. Si dice che non è ben tarato questo sistema? Lo si tari meglio, ma l’idea è giusta».
Tutto però è fermo. Si arriverà a dama?
«Ci si riuscirà se si faranno le correzioni delle cose che accennavo prima. Certo, c’è la burocrazia che allunga un po’ i tempi. Per avere risposte immediate, servono maggiori garanzie per i proprietari, incentivi fiscali e aiuti agli inquilini. Così l’offerta si amplia non dicono subito, ma quasi…».
Un’ultima domanda: in Spagna ci sono molte proteste per la crisi abitativa. La situazione spagnola è paragonabile alla nostra?
«Io credo che un paragone non debba essere fatto perché ci sono tante differenze. Qui da noi ci sono difficoltà abitative, ma non c’è quel livello di tensione. Sicuramente le soluzioni ai problemi sia lì in Spagna sia qui in Italia non sono quelle proposte dal Governo Sánchez. Dire: “Blocco gli sfratti, allungo i contratti per legge e faccio un contratto a tempo indeterminato di locazione che può disdire solo l’inquilino” significa allontanare i proprietari dal mercato degli affitti. Serve l’esatto opposto».




