I blocchi dei tir nel Sud, i problemi di approvvigionamento in alcuni supermercati, i trattori davanti a Montecitorio. Nel giro di due settimane il caro-carburanti ha riportato al centro una crisi che attraversa trasporti e agricoltura. Il fermo degli autotrasportatori, partito da Sicilia e Calabria e arrivato anche in Campania e Puglia, ha reso evidente quanto dipendano dalle consegne quotidiane pompe di benzina, negozi e aziende agricole. Dietro le strade bloccate non c’era soltanto il prezzo del gasolio: c’erano contratti che non assorbono gli aumenti, imprese senza liquidità e raccolti che rischiavano di non raggiungere i mercati. Lo scorso 23 ottobre, Carlo Alberto Buttarelli, presidente di Federdistribuzione, ha dichiarato che nelle regioni coinvolte dai blocchi i danni potevano già essere «decine di milioni di euro». I punti vendita avevano attinto alle scorte dei centri distributivi e, spiegava, per tornare alla normalità sarebbero serviti almeno cinque-sette giorni. Non è stata una crisi alimentare nazionale e non tutti gli scaffali si sono svuotati. Ma prima i prodotti freschi, poi anche parte di quelli confezionati, hanno mostrato quanto sia corta la strada che separa un piazzale dall’acquisto quotidiano.
Il caro-carburanti
La protesta dei Tir non è nata da un solo rincaro. Nell’ultima rilevazione settimanale disponibile del Ministero dell’Ambiente, relativa al 12-18 ottobre, il gasolio self-service era a 2,244 euro al litro e la benzina a 2,016. Il prezzo era sceso rispetto al picco di fine settembre, quando il gasolio aveva superato 2,35 euro, ma non abbastanza da riportare le piccole imprese dell’autotrasporto dentro i margini su cui avevano costruito preventivi e contratti. Per un vettore il problema non è soltanto fare il pieno più caro: è lavorare per settimane a una tariffa fissata prima dell’aumento e anticipare liquidità che non ha. Il Governo ha risposto con un decreto che stanzia 105,2 milioni per il credito d’imposta sul gasolio dell’autotrasporto, introduce criteri trimestrali sull’incidenza del carburante nei contratti oltre i trenta giorni e consente di sospendere alcuni canoni di leasing fino al 31 marzo 2027. Dal 28 ottobre al 7 novembre è tornato anche uno sconto di quattro centesimi sull’accisa, pari a 4,9 centesimi con l’Iva. Sono misure che possono alleggerire l’emergenza. Il test, però, sarà un altro: se gli aiuti arriveranno in tempo e se i contratti impediranno che il prossimo rialzo venga scaricato, ancora una volta, su chi trasporta.
Campi e camion
L’agricoltura sta dentro questa storia, ma non come una semplice appendice degli autotrasportatori. Per chi coltiva, il gasolio è un costo di produzione insieme a fertilizzanti, energia, irrigazione, raccolta e manodopera. E quando i camion non passano, il danno raddoppia: i costi continuano a correre mentre la merce deperibile non raggiunge i mercati. Fabrizio Marzano, presidente di Confagricoltura Campania, ha spiegato che gli agricoltori sono «al fianco dei trasportatori», ma non possono ignorare le conseguenze per le aziende. Il rischio, ha avvertito, è vedere ortofrutta e altri prodotti restare nei campi o nei magazzini, mentre i supermercati faticano a riceverli.
È il paradosso della filiera: si può buttare cibo mentre sugli scaffali manca. Ma la mobilitazione agricola non dipende soltanto dai blocchi. Il 27 ottobre oltre cento agricoltori di Puglia e Calabria hanno protestato davanti a Montecitorio; il giorno seguente sono partiti cortei di trattori da Casal di Principe verso Caserta e da Battipaglia verso Salerno. Chiedono interventi su debiti e costi di produzione, ma anche clausole di salvaguardia contro le importazioni che ritengono esposte al dumping. Nelle stesse piazze convivono crisi diverse: il prezzo basso di alcune derrate, l’olio fermo nei magazzini, l’aumento dei costi di semina, la siccità. Per questo la protesta può cambiare forma e continuare anche quando le strade vengono riaperte.
Il Paese di mezzo
Non esiste una piattaforma unica sottoscritta da camionisti, agricoltori, studenti, inquilini e pazienti. Il 30 ottobre ha però reso visibile una cornice comune, promossa dallo sciopero generale: carovita, salari, casa, servizi pubblici e opposizione al riarmo. Esiste comunque un margine che si restringe per tutti in modi diversi. È una delle Italie “di mezzo” che il sociologo Aldo Bonomi ha raccontato: mondi lontani tra loro, spesso senza rappresentanza comune, esposti però allo stesso rischio di scivolare indietro dopo una spesa imprevista. La casa è il luogo in cui quel margine diventa un conto mensile. Nel 2025, secondo l’Istat, 999 mila famiglie in povertà assoluta vivevano in affitto. L’incidenza della povertà era del 20,9 per cento fra chi paga un canone e del 4,5 per cento fra chi vive in una casa di proprietà. Il dato non dice che tutti gli inquilini siano poveri né che povertà e sfratti coincidano. Dice che l’affitto concentra la fragilità economica, soprattutto per chi non ha una rete patrimoniale.
«La casa ruota intorno a tutti gli altri problemi», ci dice Stefano Chiappelli, segretario generale del SUNIA. Un affitto che assorbe una parte crescente del reddito pesa sulla spesa, sui trasporti, sulle cure e sulla scelta stessa di restare in una città. Per i giovani il legame è immediato: «Non c’è casa, se non c’è un diritto alla casa non c’è nemmeno un diritto allo studio». Chiappelli avverte che «il ceto medio non è più il ceto medio di prima del Covid»: alla precarietà del lavoro, sostiene, si aggiunge l’incertezza sulla sostenibilità dei canoni. Il SUNIA, con SICET, CGIL e associazioni, ha annunciato iniziative per l’11 novembre in solidarietà con lo sciopero della casa di Madrid e chiede il ritiro del disegno di legge sugli sfratti indicato da Chiappelli all’esame del Senato. Per il sindacato degli inquilini, accelerare le procedure senza aumentare l’offerta pubblica non risolve il problema di chi non ha un alloggio alternativo. Sullo sfondo ci sono oltre 61 mila abitazioni di edilizia residenziale pubblica non assegnate perché da recuperare, secondo il censimento Federcasa-Nomisma. Non sono case disponibili domani mattina, ma raccontano quanto tempo richieda la risposta pubblica. Gli studenti partono dallo stesso nodo. I cortei di ottobre hanno legato diritto allo studio, edilizia scolastica, organici e trasporti; la Rete degli Studenti Medi ha convocato uno sciopero per il 20 novembre. La spesa pubblica italiana per l’istruzione era nel 2024 il 4 per cento del prodotto interno lordo, contro il 4,8 per cento della media europea. Il confronto non basta a spiegare cosa accade in una classe, ma chiarisce il contesto: una scuola con servizi fragili e una stanza in affitto troppo cara finiscono per rendere più difficile frequentare e studiare.
Sanità negata
Nella sanità la stessa perdita di margine prende la forma dell’attesa. A settembre, a Parma, una madre ha cercato per il figlio di cinque anni una visita allergologica con priorità differibile, da garantire entro trenta giorni. Il caso, trasmesso in forma anonima da Cittadinanzattiva, racconta che le liste erano chiuse; l’alternativa era una visita intramoenia entro una settimana, per 200 euro. È una vicenda singola, non una statistica nazionale. Ma dice con chiarezza quando la cura smette di essere soltanto un diritto e diventa una scelta di bilancio familiare. I dati dell’AGENAS registrano un miglioramento: nei primi nove mesi del 2026 il rispetto dei tempi è salito al 78,6 per cento per le prime visite e all’85 per cento per gli esami monitorati. Restano però fuori soglia il 17,2 per cento delle visite e l’11,4 per cento degli esami. E il monitoraggio copre oggi 14 prime visite e 22 accertamenti. Nel Rapporto civico sulla salute, Cittadinanzattiva segnala inoltre difficoltà di accesso alle prestazioni pubbliche in quasi una segnalazione su due fra le oltre 14 mila ricevute nel 2025. «La tutela esiste, ma richiede una grande forza d’animo», spiega a The Post Internazionale Valeria Fava, coordinatrice nazionale delle Politiche della salute di Cittadinanzattiva e del Tribunale per i diritti del malato. Per far rispettare i tempi servono informazioni, telefonate, una richiesta al centro unico di prenotazione e spesso una segnalazione formale. «Fra aspettare mesi e spendere pochi euro in più sotto casa, molte persone scelgono la seconda strada», osserva Fava. Chi non può pagare, rinvia. E «rimandare la salute è grave», perché il rinvio può trasformarsi in aggravamento, invalidità e maggiori costi per il servizio sanitario.
Il filo che resta
Il 30 ottobre, lo sciopero generale promosso da USB, affiancato da una proclamazione di USI-CIT per scuola e sanità pubblica, ha coinvolto anche la sanità privata e portato in piazza lavoratori, studenti, agricoltori, autotrasportatori e movimenti per la casa. Nella stessa giornata, una mobilitazione internazionale dei portuali ha contestato il transito di armi, il riarmo e l’uso militare delle infrastrutture. In Italia hanno aderito USB e Orsa Porti, insieme a sindacati di Francia, Grecia, Paesi Baschi, Turchia e Marocco. Le vertenze non sono diventate una sola, ma il 30 ottobre le ha collocate in una cornice comune: carovita, salari, casa, servizi pubblici e opposizione al riarmo. La logistica è diventata così un terreno di conflitto: non solo perché decide se una merce arriva al supermercato, ma perché rende visibili scelte economiche e politiche che spesso restano lontane dalla vita quotidiana. Il filo che tiene insieme queste proteste non è una piattaforma unica né un’ideologia comune. È la difficoltà a sopportare un costo in più, un servizio che arriva tardi, un reddito che non protegge più come prima. Le strade riaperte dopo il fermo dei Tir hanno chiuso l’emergenza logistica, non la questione che l’ha prodotta. Se i sostegni resteranno provvisori e le risposte pubbliche lente, la protesta continuerà a riapparire in luoghi diversi: ai caselli, davanti ai palazzi istituzionali, nelle scuole, negli ospedali e nei porti.



