La questione è nell’aria da ormai quasi un decennio ed è più di una semplice fantasia passeggera di media e osservatori: infatti dagli attacchi del 13 novembre a Parigi, passando per la terribile stagione dell’Isis, fino alla guerra in Ucraina e oggi a quella scatenata da Hamas, la diplomazia non svolge più la funzione di un tempo. Quella di prevenire, evitare che accadano stragi e guerre, informare, in alcuni casi mediare e ottenere un compromesso cruciale per la sicurezza nazionale.
Questa nobile arte è in crisi in larga parte perché non esistono più leader credibili. O, almeno, che restino tali per più di una manciata di voti e qualche mese. Con loro, i leader credibili e di potere, sono anche progressivamente venute meno le missioni della diplomazia. Da sempre impegnate in nome e per conto di questi leader. Privi di un’idea da seguire, di una politica da perseguire, di un disegno da mettere in pratica.
Se pensiamo a quanto accaduto in Israele, lo shock è significativo dal momento che l’intelligence, a detta di molti rappresentanti governativi e persino diplomatici, ha erroneamente sottostimato la minaccia palestinese, fallendo nel comprendere i tempi e le modalità di un attacco di simile portata. Una catastrofe dal punto di vista umanitario per le vittime e i feriti; un dramma per la percezione e l’immagine di un Paese che ha incentrato quasi tutto sulla sicurezza.
Il che, tra l’altro, è persino peggio se si pensa al fatto che Israele vanta da decenni uno tra i più temibili servizi segreti al mondo, all’avanguardia nella tecnologia e ben addestrato a convivere in un perenne teatro di guerra de facto, in tensione e allerta costanti.
Eppure, non c’è dubbio, hanno fallito – questa volta come altre volte per la verità. E insieme a loro, da circa un decennio appunto, stanno venendo meno quelle che erano le certezze più solide sugli apparati di sicurezza occidentali.
Si potrebbe pensare che il venir meno della fiducia nei confronti dei governi e delle loro azioni ha fatto sì che anche le diplomazie si allontanassero da quella cooperazione ritenuta da sempre un bene assoluto.
In Israele un anno di politiche turbolente e la democratura che si è andata instaurando ha portato alla denuncia da parte di diversi esponenti governativi di un sistema rotto e corrotto alla radice.
Ma la ferita prodotta con questi recenti attacchi, senz’altro inattesa per dimensioni, lacera nel profondo un popolo alla disperata ricerca di stabilità; così come quella inflitta da Hamas genera instabilità e terrore, se non morte, nella popolazione palestinese all’interno della Striscia di Gaza.
A conti fatti, i focolai di guerra accesi nel mondo crescono sempre più e laddove la diplomazia un tempo riusciva, oggi rimane un grande vuoto fatto solo di missili e violenza.
Ci auguriamo, perciò, che questa ultima aggressione non porti a un’escalation ancora maggiore e che la diplomazia torni a svolgere, dietro le quinte, la sua naturale missione.
Le guerre in Ucraina e Israele dimostrano che la diplomazia non sa più svolgere la sua missione (di G. Gambino)
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La questione è nell’aria da ormai quasi un decennio ed è più di una semplice fantasia passeggera di media e osservatori: infatti dagli attacchi del 13 novembre a Parigi, passando per la terribile stagione dell’Isis, fino alla guerra in Ucraina e oggi a quella scatenata da Hamas, la diplomazia non svolge più la funzione di un tempo. Quella di prevenire, evitare che accadano stragi e guerre, informare, in alcuni casi mediare e ottenere un compromesso cruciale per la sicurezza nazionale.
Questa nobile arte è in crisi in larga parte perché non esistono più leader credibili. O, almeno, che restino tali per più di una manciata di voti e qualche mese. Con loro, i leader credibili e di potere, sono anche progressivamente venute meno le missioni della diplomazia. Da sempre impegnate in nome e per conto di questi leader. Privi di un’idea da seguire, di una politica da perseguire, di un disegno da mettere in pratica.
Se pensiamo a quanto accaduto in Israele, lo shock è significativo dal momento che l’intelligence, a detta di molti rappresentanti governativi e persino diplomatici, ha erroneamente sottostimato la minaccia palestinese, fallendo nel comprendere i tempi e le modalità di un attacco di simile portata. Una catastrofe dal punto di vista umanitario per le vittime e i feriti; un dramma per la percezione e l’immagine di un Paese che ha incentrato quasi tutto sulla sicurezza.
Il che, tra l’altro, è persino peggio se si pensa al fatto che Israele vanta da decenni uno tra i più temibili servizi segreti al mondo, all’avanguardia nella tecnologia e ben addestrato a convivere in un perenne teatro di guerra de facto, in tensione e allerta costanti.
Eppure, non c’è dubbio, hanno fallito – questa volta come altre volte per la verità. E insieme a loro, da circa un decennio appunto, stanno venendo meno quelle che erano le certezze più solide sugli apparati di sicurezza occidentali.
Si potrebbe pensare che il venir meno della fiducia nei confronti dei governi e delle loro azioni ha fatto sì che anche le diplomazie si allontanassero da quella cooperazione ritenuta da sempre un bene assoluto.
In Israele un anno di politiche turbolente e la democratura che si è andata instaurando ha portato alla denuncia da parte di diversi esponenti governativi di un sistema rotto e corrotto alla radice.
Ma la ferita prodotta con questi recenti attacchi, senz’altro inattesa per dimensioni, lacera nel profondo un popolo alla disperata ricerca di stabilità; così come quella inflitta da Hamas genera instabilità e terrore, se non morte, nella popolazione palestinese all’interno della Striscia di Gaza.
A conti fatti, i focolai di guerra accesi nel mondo crescono sempre più e laddove la diplomazia un tempo riusciva, oggi rimane un grande vuoto fatto solo di missili e violenza.
Ci auguriamo, perciò, che questa ultima aggressione non porti a un’escalation ancora maggiore e che la diplomazia torni a svolgere, dietro le quinte, la sua naturale missione.
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