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Il Medio Oriente non sarà mai più lo stesso dopo gli attacchi di Hamas contro Israele (di S. Mentana)

«È il giorno peggiore nella storia di Israele». Con queste parole il portavoce dell’esercito israeliano, Jonathan Conricus, ha descritto l’attacco compiuto da Hamas contro numerosi insediamenti nel sud di Israele. Quello che è avvenuto, in effetti, con l’irruzione di un numero imprecisato – al momento le stime parlano di mille uomini – di miliziani del gruppo terrorista con base a Gaza oltre le protezioni messe in piedi da Israele attorno alla Striscia, cui è seguita l’uccisione e la presa in ostaggio indiscriminata di uomini, donne, anziani e bambini, è qualcosa che, in questi termini, non aveva precedenti nella storia del Paese e che spalanca la strada a numerosi scenari.

Quella cui abbiamo assistito è senz’altro l’operazione più imponente mai messa in piedi da Hamas, organizzazione estremista riconosciuta da ampi settori della comunità internazionale come gruppo terrorista che controlla la striscia di Gaza dal 2007. E per questa ragione era difficile immaginare che gli attenti servizi di sicurezza israeliani, ritenuti tra i più efficienti al mondo e in continuo stato di allerta, si facessero cogliere di sorpresa da un’operazione che sicuramente non è stata preparata in mezza giornata.

È incredibile pensare che il Mossad, lo Shin Bet, così come le forze speciali israeliane, le stesse che hanno compiuto operazioni ai limiti dell’incredibile come quella che nel 1976 portò alla liberazione di oltre 100 ostaggi all’aeroporto ugandese di Entebbe, distante oltre quattromila chilometri da Israele, si siano stavolta fatti sorprendere da un’ondata di furgoni e ruspe lungo uno dei confini più sorvegliati al mondo. Su cosa sia successo e quali eventuali responsabilità abbiano gli apparati di sicurezza israeliani sicuramente ci sarà molto di cui discutere, ma intanto che le forze dell’IDF stanno riprendendo il controllo dei villaggi colpiti dalle incursioni di Hamas e che Israele continua giorno dopo giorno a contare i morti, i feriti e i dispersi in un macabro calcolo in continuo aggiornamento (al 9 ottobre se ne contano rispettivamente circa 800, 2.400 e cento), ci sono molte questioni che meritano di essere affrontate.

Perché adesso?
Di fronte a operazioni di questa portata, una domanda che è sempre bene farsi è come mai sia stata messa in piedi proprio adesso. Si tratta semplicemente del momento in cui Hamas si è sentita pronta a mettere in campo l’azione dal punto di vista militare e logistico o ci sono anche altri elementi?

Molti osservatori hanno notato come tale attacco sia avvenuto in un momento in cui i rapporti tra Israele e Arabia Saudita si stavano facendo sempre più distesi, con la voce sempre più pressante di un clamoroso accordo che avrebbe portato a prendere relazioni ufficiali tra i due Paesi col clamoroso riconoscimento dello stato ebraico da parte di Riad sulla scia degli accordi di Abramo. Accordi che, oltre a superare anni di diffidenza tra Israele e il mondo arabo, stavano portando a un isolamento dell’Iran nello scacchiere mediorientale e a un indebolimento della causa palestinese che negli anni si è retta in parte anche sul non riconoscimento di Israele da parte di quasi tutto il mondo islamico. Chiaramente un’azione come quella compiuta da Hamas è qualcosa che rischia di infiammare notevolmente le relazioni tra i diversi Paesi dell’area.

Se da un lato gli Emirati Arabi Uniti, Paese che ha preso parte nel 2020 agli accordi di Abramo e ha normalizzato le relazioni con Israele, ha condannato l’operazione di Hamas ritenendo responsabile il gruppo terrorista, mostrando quindi la tenuta dell’accordo, diversa è stata la formula utilizzata dall’Arabia Saudita che ha ritenuto le politiche israeliane responsabili dell’azione. È ancora tuttavia presto per capire se quella di Riad sia stata una posizione in ottemperanza all’attuale rapporto diplomatico ufficiale tra i due Paesi o effettivamente gli attacchi di Hamas stanno raffreddando qualsiasi avvicinamento.

Se il graduale riconoscimento dello stato d’Israele da parte di alcuni Paesi arabi ha isolato la causa palestinese, quello dell’Arabia Saudita, il cui sovrano detiene anche il titolo di “Custode delle due Sacre Moschee” e nel cui territorio ricade la città della Mecca, farebbe sentire le organizzazioni palestinesi ancora più abbandonate e isolerebbe ulteriormente l’Iran, nemico comune di Israele e Riad.

Per quanto Teheran abbia smentito ogni forma di sostegno all’azione di Hamas, l’Iran è stato il Paese a mostrare più di chiunque altro il proprio sostegno all’azione compiuta dal gruppo terrorista. Un fatto che fa temere i rischi di allargamento del conflitto per diverse ragioni.

Rischio contagio
Un timore manifestato da molti fin dalle prime ore dell’attacco di Hamas dalla striscia di Gaza è stato quello che si aprisse un secondo fronte al nord, al confine con il Libano, dove è attivo il gruppo paramilitare sciita Hezbollah, strettamente legato all’Iran e arrivato in più occasioni allo scontro con Israele. Per quanto si siano registrati alcuni scontri isolati, al momento nessuna azione di ampia portata si è verificata in questa zona.

L’altra questione è che di fronte alla gravità e all’ampia portata dell’attacco di Hamas, Israele rischia di ritrovarsi la possibilità di rispondere in maniera particolarmente dura senza che dalla comunità internazionale arrivino richieste di de-escalation, ma questo potrebbe avere controindicazioni. Intanto, quello che molti prospettano a questo punto, visto l’alto numero di vittime israeliane e di ostaggi in mano ad Hamas, è un intervento via terra nella striscia di Gaza che faccia seguito ai pesanti bombardamenti sulla città palestinese di questi giorni. E un intervento terrestre, come sappiamo, rischia di portare con sé un numero alto di morti e feriti, ma non è questa l’unica questione a riguardo di cui tenere conto.

L’altra, infatti, è rappresentata dall’alto numero di ostaggi in mano ad Hamas. Chiaramente il gruppo terrorista sta verosimilmente ragionando di usarli come strumento di negoziazione, come già avvenuto in passato. Ma gli accordi per la loro liberazione in passato sono talvolta arrivati dopo trattative particolarmente lunghe e un costo molto alto per Israele: pensiamo solo che nel 2011 per ottenere la liberazione del militare Gilad Shalit dopo cinque anni di prigionia, vennero liberati un migliaio di detenuti palestinesi dalle carceri israeliane. Prezzi e tempi impensabili oggi che gli ostaggi in mano ad Hamas sono oltre cento, e l’opzione di un intervento militare per liberarli – con tutti i rischi che si porta dietro – è qualcosa di concreto.

L’altra questione fondamentale è che non tutti gli ostaggi sono cittadini israeliani. Il segretario di Stato americano Antony Blinken ha notato come, dalle attuali informazioni in costante aggiornamento, ci potrebbero essere anche cittadini statunitensi tra gli ostaggi. E questo potrebbe portare Washington a cercare una risposta più celere possibile per risolvere la soluzione, memore anche della crisi degli ostaggi in Iran del 1979 che tra le altre cose fece crollare la popolarità dell’allora presidente Jimmy Carter.

Ma non è tutto. C’è anche la questione Iran: se infatti dovesse risultare un coinvolgimento più o meno diretto di Teheran nell’azione di Hamas, non sorprenderebbe se Israele, che nella sua storia non ha mai risparmiato azioni anche molto oltre i propri confini per tutelare il proprio interesse nazionale, colpisse obiettivi legati all’Iran. E proprio Teheran ha fatto sapere che, se dovesse essere colpito, attacchi contro Israele arriverebbero da Siria, Libano, Yemen e Iraq: i luoghi dove sono attivi alcuni dei principali gruppi sostenuti dall’Iran. Anche in questa guerra, più soggetti vengono coinvolti e più i rischi di allargamento aumentano, in un contesto di deterioramento della sicurezza globale sempre più alto.

Sicurezza globale in crisi

È passato poco più di un anno e mezzo da quando la Russia ha lanciato la sua “operazione militare speciale” in Ucraina. Un gesto che ha dato una spallata a un ordine mondiale che già di per sé sembrava molto fragile. Non è un caso che da quel momento abbiamo assistito, tra le altre cose, a un’intensificazione dei colpi di stato e dell’insicurezza in Africa, a una nuova offensiva dell’Azerbaigian in Nagorno Karabakh contro la repubblica autoproclamata a maggioranza armena dell’Artsakh, così come a un aumento delle tensioni nei Balcani al confine tra Serbia e Kosovo. E solo pochi giorni fa abbiamo assistito alla più grande operazione mai messa in campo da Hamas contro Israele che rischia di avere conseguenze esplosive, oltre al dramma della violenza portata avanti dal gruppo terrorista nell’azione.

Sembra quasi che la diplomazia a livello globale sia ormai tenuta come opzione secondaria in favore della soluzione della forza, in un contesto di sicurezza globale che già da tempo era in deterioramento tra aumento del terrorismo internazionale, pandemia, aumento di situazioni di instabilità, crisi climatiche e migratorie. Tutte situazioni che hanno indebolito le istituzioni, in modo particolare quelle internazionali, con il risultato che, quando l’ordine globale non funziona e non riesce a raggiungere l’equilibrio, rischia di prevalere la soluzione dell’uso della forza.

In questo contesto abbiamo assistito a tutte queste nuove crisi fino al terribile attacco di Hamas su larga scala che rischia, a sua volta, di aumentare l’instabilità non solo a livello regionale. Papa Francesco disse ben nove anni fa, mentre era in corso la guerra civile siriana, iniziava la guerra nel Donbass e l’Isis prendeva piede in Medio Oriente, che era in corso una terza guerra mondiale a pezzi. Dall’invasione russa dell’Ucraina all’aggressione di Hamas nel sud di Israele vediamo che la situazione non sembra essere migliorata.

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