Che un attacco degli Stati Uniti all’Iran non fosse più una questione di «se», ma di «quando», era diventato chiaro agli occhi di molti. Lo era per il risultato totalmente infruttuoso dei colloqui tra i due Paesi a Ginevra, così come per la mobilitazione statunitense di mezzi militari messa in campo in tutto il Medio Oriente, seconda solo alla guerra in Iraq del 2003. Ma la ragione di fondo che ha portato all’intervento contro Teheran è forse un’altra: il 7 ottobre 2023 non abbiamo assistito semplicemente al massacro compiuto da Hamas nel sud di Israele e la conseguenza di questo episodio non è stata esclusivamente la guerra di Gaza e la drammatica situazione umanitaria che essa ha causato. A poco più di un anno e mezzo dall’inizio della guerra in Ucraina che nel 2022 ha dato la più grande spallata recente all’ordine globale, quel 7 ottobre una seconda spallata è arrivata nel luogo storicamente più sensibile del mondo.
Quando l’ordine e la diplomazia non garantiscono la pace, i Paesi ricorrono alle armi: i vari vasi di Pandora del Medio Oriente si sono aperti e ognuno si è sentito libero di regolare i propri conti aperti.
Il dramma umanitario di Gaza ha chiaramente catalizzato l’attenzione, ma tutto quello che è successo in questi due anni e mezzo nella regione mediorientale è la conseguenza della fine di ogni flebile equilibrio in quell’area. Ne è conseguenza la fine del regime di Assad in Siria, ne è conseguenza l’uccisione del leader di Hezbollah Hassan Nasrallah, ne sono conseguenza i tentativi di blocco del Mar Rosso da parte degli Houthi, gli scambi di colpi diretti tra Israele e Iran e gli attacchi al programma nucleare di Teheran.
Non è dunque iniziata solo una «guerra a Gaza», ma una guerra di tutto il Medio Oriente di cui l’attacco di Stati Uniti e Israele all’Iran è solo il capitolo più recente.
Come tutto è iniziato
Veniamo ai fatti, perché se era prevedibile che la guerra potesse avere luogo, meno lo sarebbero state le dinamiche, soprattutto dopo la sorprendente azione militare statunitense in Venezuela che ha portato alla cattura del presidente Nicolás Maduro.
La mattina del 28 febbraio, a un orario insolito per l’inizio di una guerra come le 10 del mattino locali, un attacco mirato ha colpito Teheran ed è uscita la notizia che Israele aveva dato inizio alle ostilità. Se gli Stati Uniti si stavano preparando al conflitto in modo palese, meno chiaro era se, ed eventualmente in che forma, Israele vi avrebbe preso parte. Poco dopo, il presidente statunitense Donald Trump in persona ha chiarito che gli Usa e lo Stato ebraico, insieme, avevano lanciato l’attacco. Poi si è saputo che erano stati colpiti siti missilistici e strutture legate al programma nucleare iraniano. Fino alla sera, quando è arrivata la notizia che il raid mirato della mattina aveva ucciso la Guida Suprema Ali Khamenei e una serie di figure di spicco del regime iraniano.
Perché proprio adesso
Di fronte all’inizio di una guerra è sempre il caso di chiedersi perché si sia verificata proprio in quel momento. Del crollo di ogni equilibrio successivo al 7 ottobre si è già detto, ma in Iran nel frattempo sono successe altre cose, a partire dalle proteste di massa dello scorso gennaio, in cui il regime di Teheran ha messo in campo una sanguinosa macchina repressiva, che ha causato un numero di vittime calcolate in migliaia da diversi osservatori. Proteste che hanno suscitato l’indignazione globale e che, diversamente da altre recenti ondate che hanno attraversato il Paese, sembravano avere un carattere a tratti insurrezionale.
La guerra dei dodici giorni dello scorso giugno, in cui Israele e gli Stati Uniti hanno colpito i siti nucleari iraniani, ha mostrato agli occhi di molti cittadini la vulnerabilità del regime degli ayatollah al di là della propaganda, e forse questo ha contribuito a proteste tanto vigorose.
In questa situazione, nella totale indignazione globale, Trump aveva dichiarato che l’aiuto a chi stava protestando sarebbe arrivato, al punto che alcuni immaginavano un attacco imminente, posticipato tuttavia dai colloqui in cui, senza troppe speranze, si è cercato di trovare un accordo con la Repubblica islamica su nucleare, missili balistici e altre questioni. Accordo che, come abbiamo visto, non è arrivato.
Gli obiettivi dell’offensiva
In questo contesto, però, c’è ora da chiedersi quali siano gli obiettivi di Israele e Stati Uniti in questa guerra. Il regime iraniano sicuramente non è nel suo momento di miglior salute, e non solo per l’uccisione di Khamenei, come dimostra la sanguinosa repressione che ha messo in campo contro le proteste. Parlare di «regime change», tuttavia, non è così semplice: l’Iran è un Paese di 90 milioni di abitanti, a maggioranza islamica sciita e di etnia iraniana ma con molte minoranze, dagli arabi ai curdi fino agli azeri.
Al momento non sono emerse figure di leader alternativi nelle proteste, mentre l’erede dello scià, suo figlio e omonimo Reza Pahlavi, che dal 1979 vive negli Stati Uniti da esule, è popolare tra gli iraniani che vivono in giro per il mondo ma molto meno tra quelli in patria.
Difficile immaginare, dunque, come possa essere un futuro Iran post-ayatollah senza entrare nel campo delle speculazioni.
Più chiari sono invece gli obiettivi di natura militare, che Israele in primis ha sempre dichiarato apertamente. Stop al programma nucleare, stop al programma di missili balistici e stop al sostegno verso il cosiddetto «Asse della Resistenza», quella serie di gruppi armati sparsi in tutto il Medio Oriente, da Hezbollah agli Houthi passando per Hamas e le milizie sciite irachene sostenuti da Teheran. Se sono stati loro, negli anni, a scontrarsi in varie forme con Israele e con gli Usa per conto degli ayatollah, uno dei cambi di paradigma post-7 Ottobre è stato proprio questo, ovvero che lo scontro si è fatto diretto e, negli obiettivi israelo-americani, in questo caso ambisce a essere decisivo.
La reazione di Teheran
L’Iran, dal canto suo, ha incassato duri colpi sia alla sua catena di comando che alle sue strutture militari, ma non si è limitato a rispondere con lanci di missili contro Israele e le basi statunitensi nella regione (preventivamente evacuate nei giorni precedenti) come lo scorso giugno, ma ha colpito anche obiettivi di altri Paesi della regione. Droni e missili iraniani hanno infatti colpito negli Emirati Arabi Uniti, in Bahrein, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita e Giordania.
Il primo marzo, il Regno Unito ha fatto sapere che un drone di Teheran ha colpito la sua base di Akrotiri, a Cipro. Una base di un Paese Nato che non ha preso parte all’attacco e situata in un Paese dell’Unione europea: senza dover essere allarmisti a tutti i costi, questo dato fa capire come la guerra vada ben oltre i suoi contendenti diretti e ci riguardi ben più da vicino.
Ma perché Teheran sta colpendo indiscriminatamente? Qual è il suo obiettivo? Perché colpire obiettivi civili di Paesi non direttamente coinvolti nel conflitto?
Anche qui le risposte sono nel campo delle speculazioni, ma allargare il conflitto significa coinvolgere sempre più Paesi, ampliare il fronte, cercare di guadagnare tempo per provare a rendere la campagna sempre più complessa da sostenere per Stati Uniti e Israele ed eventualmente portarli a impantanarsi, tenendo il Golfo Persico e il suo petrolio in una condizione di impraticabilità che porti a serie conseguenze sul mercato energetico globale. Al costo, però, di aumentare anche il numero di nemici.
Ma questo rischio di ampliamento del teatro bellico fa aumentare le possibilità che una scintilla nel posto sbagliato possa trasformarsi in esplosione.
Incognita cinese
C’è poi una spada di Damocle chiamata Cina. Pechino, come Mosca, è da tempo partner di Teheran, ma, mentre l’operazione militare statunitense si faceva sempre più concreta, nessuno dei due Paesi ha compiuto passi decisivi per impedirla.
Pechino – che è tra i principali importatori di petrolio iraniano e che vede nell’Iran un passaggio economico e strategico fondamentale verso il Medio Oriente – ha recentemente dichiarato di sostenere Teheran nella salvaguardia della sua sovranità, sicurezza e integrità territoriale. Solo una frase di circostanza o potrebbe tradursi in qualcosa di più concreto, soprattutto se la guerra dovesse dilungarsi e portasse gli Stati Uniti a stare più lontani da teatri cari alla Cina, quali l’area indo-pacifica?
Siamo anche qui nel terreno delle speculazioni, chiaramente. Ma questo deve renderci chiara una cosa: l’ordine globale successivo alla Guerra Fredda, un ordine nato incompleto, non esiste più e uno nuovo non si è ancora formato. La guerra in Ucraina è stato il primo scossone a questo ordine fragilissimo, il 7 Ottobre è stato il secondo, e l’attuale situazione, esplosiva su tutti i fronti, ne è la conseguenza. Ed è molto più delicata di quanto si possa pensare.




