La ripartenza dei progressisti (di G. Gambino)

Ci sono momenti, nella storia politica, in cui più crisi convergono contemporaneamente e il quadro che ne emerge è talvolta più nitido della somma delle singole vicende. Potremmo essere proprio in uno di questi. Il presidente Usa Donald Trump ha imposto dazi commerciali e alimentato guerre economico-finanziarie provocando, in pochi giorni, il più grave crollo borsistico dalla pandemia e una crisi di fiducia senza precedenti tra gli alleati storici.
Il premier ungherese Viktor Orbán, a lungo individuato come modello dai movimenti sovranisti europei, si trova per la prima volta in quindici anni di fronte a un’opposizione credibile che erode il suo consenso dall’interno del sistema che lui stesso ha costruito. Benjamin Netanyahu è formalmente ricercato dalla Corte penale internazionale, ostaggio di una coalizione che lo vincola a una guerra su larga scala sempre più impopolare. In Italia Giorgia Meloni ha dovuto misurarsi con il risultato di un referendum sulla giustizia che ha mostrato, più di ogni altro aspetto, la non piena fiducia degli italiani nella mission del Governo, respingendo la campagna mediatica su un quesito che, in via cautelativa, hanno ritenuto non congruo ai principi della Costituzione. Il momento difficile della premier è stato ulteriormente aggravato dalle parole durissime pronunciate nei suoi confronti dal presidente Trump, alleato sin lì portato in palmo di mano.
Sarebbe un errore, però, leggere questi segnali come la prova inconfutabile del declino definitivo del populismo nazionalista. In Francia, Marine Le Pen resta stabilmente la forza politica più votata del Paese. In Germania, Alternative für Deutschland supera il 20% dei consensi. Il malessere sociale che alimenta queste forze è reale, radicato, e non si dissolve con un ciclo elettorale sfavorevole. La domanda politica che intercettano non scomparirà da sola.
Il punto, allora, è chi oggi sia in grado di offrire risposte diverse e più credibili a quella stessa domanda. La risposta potrebbe essere più vicina di quanto pensiamo, poiché è già al governo, con risultati misurabili e riconosciuti dai principali organismi economici internazionali. La Spagna di Pedro Sánchez registra nel 2024 una crescita del Pil del 3,1%, la più alta tra le grandi economie dell’Ue. Il salario minimo è aumentato del 54% in sette anni senza generare effetti negativi sull’occupazione. La riforma del lavoro ha diminuito il tasso di precarietà contrattuale. Il Fondo Monetario Internazionale, l’Ocse e la Commissione europea hanno lodato questo percorso come caso di studio di politica economica efficace.
È a partire da questa evidenza che le forze progressiste e socialiste europee dovrebbero costruire la propria proposta politica comune. Se la sinistra in Italia pensa di cantar vittoria dinanzi a questo potenziale periodo crepuscolare sbaglia di grosso. Perché dare seguito a primarie nazionali, inseguire una fantasmagorica figura di federatore del Campo largo in grado ricucire le divisioni interne a un’opposizione frammentata? La sfida è europea. Per cui la risposta dovrà necessariamente essere europea.
Pedro Sánchez ha una postura riconoscibile, una storia di governo alle spalle e un modello verificabile. Costruire intorno a questa esperienza una coalizione progressista continentale, capace di tradurre quelle ricette su scala europea, di parlare ai cittadini in termini concreti di salari, abitazioni, lavoro stabile e transizione energetica, è la strada più logica che le sinistre del Vecchio continente abbiano dinanzi a loro. A centinaia di milioni di cittadini europei che cercano protezione economica e sociale, e che oggi non la trovano, la sinistra progressista può offrire qualcosa di unico: la speranza, credibile, realizzabile, fondata su ciò che già sta dando i suoi frutti. Sarebbe il più grande dei risultati per una sinistra che ha troppo a lungo smarrito la sua identità. 

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