Dazi amari (parte II): che fine hanno fatto le tariffe doganali imposte negli Usa da Donald Trump

Semplice battuta d’arresto o punto di non ritorno? La decisione del 20 febbraio segna la prima volta, da quando Donald Trump è tornata alla Casa bianca, che la Corte suprema ha affossato una delle misure simbolo dell’amministrazione repubblicana. Una novità per una presidenza che finora sembrava poter agire libera dai vincoli e dai contrappesi posti dal Congresso e dai tribunali. Con una libertà di manovra inedita negli ultimi decenni, che le aveva consentito di allargare a dismisura i poteri della presidenza, grazie al sostegno pressoché incondizionato dei repubblicani.
Dopo aver avallato parte delle misure radicali di Trump, consentendo all’amministrazione di espellere centinaia di migliaia di migranti a cui era stata accordata protezione, di smantellare il dipartimento dell’Istruzione e di allontanare i soldati transgender dall’esercito, e aver rinviato altre decisioni ai prossimi mesi, la Corte suprema ha deciso per la prima volta di porre un freno a una parte significativa dell’agenda trumpiana. Colpendo uno dei capisaldi della politica economica di questa amministrazione, con cui Trump aveva potuto imporre dazi su tutto il mondo, con l’obiettivo di rimodellare l’ordine commerciale internazionale.
Con una maggioranza di 6 giudici a 3, che include tre giudici conservatori, la Corte ha stabilito così che l’International Emergency Economic Powers Act (IEEPA) del 1977 non concede alla presidenza il potere di imporre dazi su quasi tutti i Paesi con cui gli Stati Uniti hanno rapporti commerciali. O per dirla con le parole del presidente della Corte, il conservatore John G. Roberts Jr., Trump non può più «imporre dazi sulle importazioni da qualsiasi Paese, di qualsiasi prodotto, in qualsiasi momento e per qualsiasi periodo di tempo».
La reazione di Trump non si è fatta attendere. In una conferenza stampa indetta il giorno stesso ha detto di «vergognarsi profondamente» di alcuni membri della Corte «per non aver avuto il coraggio di fare ciò che è giusto per il nostro Paese», scagliandosi in particolare contro i due giudici, da lui stesso nominati, che si sono schierati contro la sua amministrazione, definiti un «imbarazzo per le loro famiglie».

Contromisure
Contestualmente ha annunciato la reintroduzione una tassa globale sulle importazioni a un’aliquota del 10 per cento, poi aumentata al 15. Per farlo ha fatto ricorso a una legge del 1974 che autorizza restrizioni temporanee sulle importazioni per far fronte a «problemi fondamentali nei pagamenti internazionali». I poteri in questo caso sono delegati dal Congresso e non derivano dalla semplice proclamazione di un’emergenza nazionale, ma hanno un limite di 150 giorni, trascorsi i quali servirà una nuova autorizzazione. Ma anche questo iter, che sembra offrire maggiori garanzie sotto il profilo della legalità, con poteri delegati espressamente al capo dell’esecutivo, non è privo di criticità.
Le prime obiezioni arrivano, sorprendentemente, dalla sua stessa amministrazione. Durante il procedimento che ha portato alla decisione della Corte suprema del 20 febbraio, i legali del dipartimento di Giustizia avevano infatti argomentato che le norme contenute nella cosiddetta “Sezione 122” della legge del 1974 non si potevano applicare al problema che Trump si poneva di affrontare, ossia quello dei deficit commerciali, da considerarsi «concettualmente distinti dai deficit della bilancia dei pagamenti». La stessa posizione è stata adottata paradossalmente dagli esperti più critici nei confronti dei dazi, che mettono l’accento sulla distinzione tra il deficit negli scambi di merci, già obiettivo dei dazi dello scorso anno, rispetto ai «problemi nei pagamenti», che gli Stati Uniti invece non avrebbero. La pensa così Gita Gopinath, ex vice direttrice generale del Fondo monetario internazionale, la quale su X ha sottolineato che gli Stati Uniti «possono finanziare i propri deficit commerciali» e di conseguenza «non hanno un problema di “pagamenti”».
In un articolo pubblicato sul New York Times, Lev Menand professore associato di diritto presso la Columbia Law School, e Joel Michaels, ricercatore presso la Columbia Law School, sostengono che «anche questi nuovi dazi sono illegali», in quanto sfrutterebbero una disposizione finora «mai utilizzata» che scatta come contromisura a squilibri finanziari e «non commerciali», che invece sono regolati da altre parti della legge del 1974.
Nonostante il rischio di una nuova bocciatura, l’intenzione dell’amministrazione di tirare dritto è chiara. Il nuovo regime comprenderà, oltre ai nuovi dazi, imposte legate a ragioni di sicurezza nazionale e altri tributi per contrastare la “concorrenza sleale” di specifici Paesi. Una volta in vigore, secondo il segretario al Tesoro, Scott Bessent, le nuove misure genereranno gli stessi proventi del regime precedente, che l’anno scorso hanno portato nelle casse federali più di 180 miliardi di dollari. Una somma di tutto rispetto, ma troppo esigua per eliminare un deficit di bilancio da quasi 1.800 miliardi di dollari, come invece sembra promettere Trump.
La battuta d’arresto non ha infatti fiaccato il presidente statunitense, il quale ha assicurato che i nuovi dazi finiranno per «sostituire grossomodo» le imposte sul reddito e ha garantito che le nuove misure sono state «pienamente approvate e testate», anche se si basano su poteri a cui nessun presidente ha fatto ricorso finora. Anche sul tema dei risarcimenti dei dazi ormai decaduti Trump si è mostrato combattivo, avvertendo chi intende farne richiesta che rischierà di rimanere in tribunale per più di cinque anni, nonostante il dipartimento di Giustizia avesse assicurato in tribunale che i fondi sarebbero stati messi a disposizione. 

Clima di incertezza
La prospettiva di una lunga battaglia legale potrebbe spingere molti importatori a cedere i propri crediti a hedge fund in cambio di liquidità immediata, seguendo uno schema che, secondo il Washington Post, è già stato collaudato da alcuni investitori nei mesi precedenti la sentenza. Questi fondi potrebbero diventare necessari dal momento che le richieste di risarcimento non saranno dirette solo alle autorità federali, che hanno incamerato 134 miliardi di dollari in dazi illegittimi. Anche i clienti potranno infatti chiedere a loro volta rimborsi dai loro fornitori, propagando l’effetto della decisione lungo tutta l’economia.
Anche all’estero i partner commerciali degli Stati Uniti stanno cercando di capire quali saranno gli effetti dell’annullamento dei vecchi dazi, che penalizzavano alcuni Paesi più di altri. Quello finora ha beneficiato maggiormente della decisione è il Brasile, punito l’anno scorso con dazi fino al 50 per cento. Con i nuovi dazi l’aliquota media è scesa di 21 punti, secondo le stime di Bloomberg, attestandosi per il momento al 12,2 per cento. Anche l’India dovrebbe riuscire a ottenere sconti significativi scendendo, per il momento, dal 20,2 al 14,1 per cento. Non è però chiaro quali Paesi riusciranno a mantenere un trattamento più favorevole. Un’incertezza che non è dettata solo dalle nuove trattative che saranno intavolate dalle diplomazie, ma dalla tenuta stessa del nuovo regime di dazi. La legge prevede infatti un limite di 150 giorni prima di richiedere una nuova autorizzazione dal Congresso, che dovrà essere approvata in una finestra stretta prima delle midterm.
Una possibilità tutt’altro che scontata, dal momento che la maggior parte degli statunitensi, stando ai sondaggi, non vede di buon occhio i dazi, incolpati per l’aumento del costo della vita, e ha accolto con favore la sentenza della Corte suprema. Il rischio per Trump è che in vista delle elezioni di medio termine, che tipicamente premiano il partito all’opposizione, alcuni repubblicani provino a distanziarsi da un’amministrazione che si ostina ad adottare misure impopolari.

Un’arma spuntataQueste tensioni potrebbero ostacolare gli sforzi dell’amministrazione Trump per convincere gli altri Paesi a onorare gli impegni già presi negli accordi commerciali. Molti dei quali finiranno per chiedere altre esenzioni, come sostiene Cory Alpert, ricercatore dell’Università di Melbourne che ha lavorato alla Casa bianca durante l’amministrazione Biden. Tra questi, in un articolo sullo Straits Times, cita il caso dell’Australia che spera di sfruttare l’accordo raggiunto l’anno scorso sulle materie prime critiche. Ma il problema per Trump supera la gestione dei rapporti bilaterali. La sentenza della Corte suprema lo ha infatti privato della sua «arma preferita», a poco più di un mese da un incontro cruciale con Xi Jinping, annunciato per fine marzo a Pechino. Dato che imporre dazi per ragioni di sicurezza nazionale può comportare tempi più lunghi rispetto a quelli a cui ci ha abituato Trump, il presidente statunitense può sperare di ritrovare la credibilità perduta facendo leva su uno dei tratti che più sembra distinguere la sua azione politica, quello dell’imprevedibilità. Ad esempio mostrando i muscoli nel suo emisfero o nell’Indo-Pacifico, con l’uso di operazioni lampo (almeno nelle speranze della Casa bianca) per ottenere vantaggi immediati e spiazzare gli avversari.
Tra gli altri strumenti a disposizione dell’amministrazione per rilanciare la sua politica commerciale viene ricordato il famigerato Smoot–Hawley Tariff Act del 1930, che consente di elevare dazi fino al 50 per cento o di imporre divieti totali di importazione, ma non viene applicato dagli anni ’30. Una scelta considerata estrema, vista anche l’associazione con il provvedimento che molti economisti considerano responsabile per l’aggravamento della Grande depressione.
La sensazione, a otto mesi dalle elezioni di midterm, è che la seconda presidenza Trump stia per entrare in una fase critica. Il presidente della Camera dei rappresentanti, e terza carica degli Stati Uniti, Mike Johnson non ha usato mezzi termini. «Se perdessimo le elezioni di medio termine, Dio non voglia, sarebbe la fine effettiva della presidenza Trump», ha detto Johnson appena dopo il discorso sullo stato dell’Unione, in cui Trump ha annunciato una serie di nuove misure, che vanno da un programma per favorire l’apertura di conti pensionistici ad altre meno convenzionali, come il raggiungimento del pareggio di bilancio tramite la lotta alla corruzione e la già citata sostituzione delle imposte con i dazi.
Con l’avvicinarsi delle elezioni, in cui si rinnova tutta la Camera dei rappresentanti e un terzo dei seggi del Senato, il tycoon sarà costretto a trattare con fazioni che hanno priorità diverse dalla sua base che si riconosce nello slogan Make America Great Again e, soprattutto, temono che misure impopolari imposte dall’amministrazione possano costare il seggio a più di qualche deputato e senatore. I prossimi mesi diranno se il 20 febbraio ha segnato un reale spartiacque nella seconda presidenza Trump. Di certo il magnate non pensa che la decisione possa fermarlo. «Non avete ancora visto niente», ha detto nel discorso sullo stato dell’Unione. «Faremo ancora e ancora meglio. Questa è l’età dell’oro dell’America».

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