Le testimonianze raccolte da TPI dall’Iran: “La libertà non si può rimandare. Ma non può arrivare da un missile”

Il cielo è lo stesso, le urla no. I 1.355 chilometri che separano Minab da Teheran cambiano il significato di tutto. Nel sud dell’Iran, nella provincia di Hormozgan, la guerra ha il suono della terra scavata a mani nude. Tra le macerie della scuola elementare femminile Shajareh Tayyebeh, distrutta da un missile, i genitori cercano ancora i corpi delle figlie: Reza Zanjbar aveva cinque anni; Atana Ahmadzadeh nove; Parsa Mokhtari Nasab dieci; Hana Dehghani sette. Centocinquanta bambine sono morte lì, a seicento metri da una base dei Guardiani della Rivoluzione che – stando alle ultime ricostruzioni militari – era il vero obiettivo. Il dolore ha un timbro animale: un ululato continuo che si mescola alla polvere. Nella capitale, lo stesso giorno, il 28 febbraio, il suono è un altro. Sirene, vetri infranti, ma anche applausi dai tetti, clacson che non smettono di suonare, cori festosi intonati dai balconi, strilli di gioia. Come quelli di Navid e Afsaneh che hanno trascorso tutta la notte a brindare sulla terrazza del condominio gridando «Il tiranno è morto, vai all’inferno!».
Poche ore prima, l’attacco congiunto di Stati Uniti e Israele ha ucciso Ali Khamenei, Guida suprema per quasi quattro decenni (ha preso il testimone dal fondatore della Repubblica islamica dell’Iran, Ruhollah Khomeini, il 4 giugno 1989). «Le guerre fanno schifo, lo sappiamo», ci dice Zahra, 27 anni, dottoranda in Ingegneria. «Ma i dittatori sanguinari di più. Ci stava soffocando, massacrando e ha giustiziato i nostri amici: ci concediamo quarantotto ore per gioire. Poi si vedrà».

Le tre anime del Paese
Teheran sotto le bombe ha cambiato respiro, ritmo, fisionomia. Oggi non è una piazza, sono almeno tre. C’è quella che ha festeggiato, contraddistinta dai giovani sui tetti, i fuochi e i canti improvvisati nella notte: la piazza degli attivisti, di chi il regime lo combatte sulla propria pelle ormai da anni. C’è quella che piange  e che si ritrova davanti alle moschee, dove uomini con la barba tinta d’henné e donne vestite di nero pregano per quello che chiamano un martire (“dolce come lo sciroppo”, ripetono citando le parole con cui Khamenei descriveva il martirio). E poi c’è la terza piazza: la più invisibile e allo stesso tempo la più grande, perché include entrambe le altre due. La piazza della paura.
Tutti sanno bene che la morte dell’ex leader non ha smantellato il sistema che lo sosteneva. I Pasdaran sono ancora lì, armati, e il potere si è mosso in fretta. Prima il nome del religioso Alireza Arafi come guida ad interim, poi l’annuncio della televisione di Stato: il nuovo leader supremo è Mojtaba Khamenei, figlio del defunto ayatollah, scelto dall’Assemblea degli esperti. Una successione che somiglia a una dinastia. «Quando un sistema che si dice religioso trasmette il potere come un’eredità», osserva Maryam, laureata in legge, «il messaggio è semplice: non conta la volontà delle persone, conta solo la sopravvivenza del clan, del sistema».
Da tre anni la generazione che è scesa in piazza contro la Repubblica islamica vive con una domanda sospesa: il regime cadrà mai? E cosa verrà dopo? Ora che la soglia simbolica del dodicesimo giorno di guerra è superata, quel “dopo” inizia ad incutere sempre più timore: «Qui ci usano tutti. Ci usa il regime, trattandoci come scudi umani, e ci usano americani e israeliani per i rispettivi interessi. Noi siamo nel mezzo, ma senza che nessuno ci abbia mai chiesto nulla o aiutato davvero», riesce a dire Shabnam prima che la sua voce venga inghiottita nel silenzio delle comunicazioni che isola il Paese.
Molti dei ragazzi che oggi osservano la guerra dai balconi sono gli stessi che gridavano “Donna, vita, libertà” nelle strade dopo la morte di Mahsa Amini. Hanno conosciuto arresti, manganelli, processi lampo. Tanti amici non sono più tornati. Navid era tra loro. «Pensavamo che il cambiamento sarebbe arrivato dalle piazze, non dalle bombe», confessa a TPI. «Quando abbiamo iniziato a protestare volevamo libertà elementari. Non immaginavamo di ritrovarci dentro un’altra guerra. E dico un’altra guerra oltre a quella contro il regime, perché all’America e a Israele non interessa salvarci: interessa sottometterci in un altro modo. Se si accordano, se trovano un’intesa economica, per noi sarà la fine».
Le proteste degli ultimi anni hanno eroso la legittimità del sistema, ma non lo hanno abbattuto. Il potere ha resistito perché è costruito proprio per questo: una rete di apparati religiosi, militari e giudiziari che si sostengono a vicenda e che temono sopra ogni cosa il vuoto, al punto da creare una filiera di comando che definisce i quattro gradi successivi al più alto in carica. «La Repubblica islamica non è solo un uomo», insiste Golnar, attivista. «È una struttura». Per questo la morte di Khamenei non basta.

Il dibattito sul futuroTra gli oppositori, però, la discussione sul “dopo” si è intensificata. E non c’è una voce sola: ci sono diverse ipotesi, che mischiano la speranza all’imprevedibilità di ciò che sta accadendo. Il primo scenario auspicato è quello di una transizione negoziata: un referendum sotto supervisione internazionale e con la presenza dell’Onu che permetta agli iraniani di scegliere il sistema politico. «Prima devono liberare i prigionieri politici», insiste Golnar. «Solo allora si può costruire apertamente un’opposizione rappresentativa con dei leader di riferimento». Il secondo scenario è quello di una riconciliazione nazionale guidata da figure moderate dentro e fuori il sistema. Nomi come l’ex candidato riformista Mir-Hossein Mousavi o l’ex presidente Hassan Rouhani vengono citati come possibili mediatori, così come c’è chi auspica il ritorno in patria di Reza Pahlavi, il figlio dello Shah: «Ma sulla sua figura c’è una grande divisione tra noi oppositori del regime teocratico. Il timore più grande è che ci svenda agli Usa», spiega Farzad, medico di 32 anni di casa a Tabriz. «C’è invece chi pensa che sia molto diverso dal padre e crede alla sua promessa di un ritorno basato sul mandato popolare: ha annunciato un referendum per scegliere tra repubblica e monarchia. Chi crede in lui, accoglie queste bombe come una preghiera esaudita, ma bisogna sempre tenere presente che noi qui siamo al buio: non abbiamo informazioni, non riusciamo a comunicare, quindi la nostra visione della situazione è parziale». Poi c’è il terzo scenario, quello che molti temono: il vuoto di potere. «Se i funzionari del regime continuano a pensare che la caduta del sistema significhi vendetta e sconfitta o, peggio, azzeramento dei valori religiosi non abbandoneranno mai il potere», avverte Esan, un militare dell’esercito nazionale che da anni aiuta gli attivisti come può, in segreto. «Combatteranno a costo di uccidere tutti. Non è un caso se la repressione non si ferma e se a noi hanno ritirato le armi da tempo, così da scongiurare un colpo di Stato».

Rimasti al buio
Parlare in questi giorni è già una forma di rischio. Internet è quasi completamente oscurato. I canali satellitari vengono disturbati. Chi riesce a connettersi, spesso lo fa attraverso reti clandestine che funzionano per pochi minuti: con una connettività che arriva solo all’1%, alcuni si affidano ai dispositivi Starlink, ma possederli e utilizzarli in Iran è vietato e può portare all’arresto. Questo oscurantismo sta lasciando i civili in un blackout perenne che significa nessun accesso a informazioni vitali sulla sicurezza oltre all’impossibilità di comunicare con i familiari. «Qui nessuno sa davvero cosa succede nel resto del Paese», conferma un funzionario del Ministero che – per ragioni di sicurezza – chiameremo Hamad. Del suo gruppo ristretto di amici e parenti, una ventina di persone, fuori dal carcere sono rimasti solo in quattro: «Siamo isolati. E quando parliamo con qualcuno all’estero sappiamo che potrebbe costarci caro, come sta costando caro alle famiglie degli iraniani della diaspora. Perché noi siamo isolati e controllati, ma anche la stampa estera è costantemente monitorata, quasi in modo ossessivo. Come lo sono le piazze in Europa: hanno occhi e spie ovunque e le liste delle famiglie da andare a prendere e da mettere a tacere continuano ad arrivare». Lui, Hamad, è nella white list: la vpn (sempre più costosa), anche se con parsimonia, la può utilizzare. Eppure anche la sua voce si sente a scatti. «Molti pensano che la morte di Khamenei cambi tutto. Io non ne sono così sicuro. Il sistema è ancora lì. E quando un regime ha paura diventa più violento: i primi a rischiare sono proprio i prigionieri politici. Finché i sostenitori del regime continueranno a pensare che la volontà è annientare il fronte religioso, reagiranno solo con la forza». Per molti, il problema è proprio questo: in Iran non esiste ancora un fronte politico capace di rassicurare tutte le parti in causa. Alcune correnti dell’opposizione, come i monarchici, promettono vendette che spaventano molto i funzionari dello Stato. E senza garanzie, nessuno diserta. «Molti dentro il sistema sarebbero pronti a cambiare», confessa Hamad, «ma per farlo devono essere certi che, se tradiscono il regime, non finiranno poi davanti al plotone di esecuzione dei monarchici».

Da un’emergenza all’altra
È una paura che si sente ovunque. Nelle università chiuse. Nei quartieri semideserti. Negli ospedali già pieni di feriti. Di notte Teheran non dorme. Le esplosioni arrivano a ondate, facendo tremare vetri e pareti. Il sonno è diventato una serie di pause brevi tra due esplosioni. Anche perché «non esistono sistemi di allarme per i missili in arrivo». E non esistono rifugi. «Le milizie girano dappertutto in motocicletta: hanno sparato anche contro gruppi che festeggiavano la morte di Khamenei, basij e pasdaran continuano a effettuare molti arresti. Siccome le caserme e i luoghi sensibili vengono presi di mira e bombardati, le riunioni degli apparati governativi e militari vengono spesso organizzate nelle scuole, nelle università e nelle moschee», aggiunge Esan. Anche dal Kurdistan iraniano arrivano testimonianze simili: scuole trasformate in basi, stadi usati per raduni militari, quartieri residenziali convertiti in zone logistiche. «È una strategia antica: rendere la popolazione parte dello scudo».
Quando vengono colpite raffinerie o depositi di carburante, le città respirano veleno: fumo nero, odore acre di combustione incompleta, particolato che resta sospeso per ore. L’aria diventa irrespirabile: chiunque esca deve proteggersi la bocca con sciarpe improvvisate o fazzoletti. Chi soffre di asma o altre malattie respiratorie lotta per respirare. «Sono uscita di casa per andare a comprare del cibo», racconta Mariam, «ma sono rientrata di corsa dopo pochi minuti: non riuscivo a respirare, i miei occhi erano irritati, la gola bruciava, ho tossito per tutto il giorno». Chi ha bisogno di aiuto non può chiamare. Le ambulanze faticano a muoversi tra le strade semideserte e il fumo denso. Così gli ospedali – già pieni di feriti di guerra che, secondo la Mezzaluna Rossa iraniana, superano i diecimila – devono affrontare anche l’emergenza dell’aria tossica.

Solidarietà è resistenza
Eppure la società iraniana continua a muoversi sottotraccia. L’economia è a pezzi, molti conti correnti sono stati congelati per punire la disobbedienza civile. Ma nei mercati compaiono cartelli improvvisati: “In tempo di guerra il cibo è gratis per chi ne ha bisogno”. La solidarietà diventa una forma di resistenza. Shaala racconta di amici che cercano di organizzare gruppi di osservazione per capire dove cadono i missili e dove l’aria è più respirabile. «Non possiamo fare affidamento su nulla», si limita a constatare, «solo su di noi». La sua voce trema, ma è chiara nella determinazione: l’esperienza delle proteste passate ha insegnato loro a non aspettare aiuti dall’esterno. Eppure la vita continua, nel modo più frammentato e fragile possibile. Alcuni uomini improvvisano piccoli fuochi per cucinare, mentre le famiglie cercano di salvare ciò che resta delle loro case. In alcuni quartieri, giovani distribuiscono mascherine e acqua, controllano che gli anziani abbiano cibo. Il senso di comunità è una difesa, un antidoto alla paura che altrimenti diventa paralizzante.
Ma c’è un’altra inquietudine che circola tra gli attivisti: «La nostra paura più grande è un accordo», dice Sahar. Un accordo tra Washington e Teheran. «Le potenze parlano di stabilità, sicurezza, petrolio. E alla fine chi resta sotto questo regime siamo sempre noi: se loro troveranno un’intesa, per noi la repressione sarà ancora più dura».

Il cielo sopra l’Iran
Intanto la guerra continua, si intensifica, si allarga. Da Shiraz a Isfahan, da Kermanshah a Bandar Abbas, l’Iran vive sotto le bombe. Per le strade le pattuglie di basij e pasdaran presidiano. I quartieri popolari sono isolati. I cittadini vivono tra paura e solitudine, sapendo che ogni movimento può essere monitorato, ma anche che stando fermi si possa essere facili bersagli.
In prigione, a Evin e in altri istituti, la tensione cresce. I detenuti politici vengono trasferiti di notte, i contatti con le famiglie sono limitati e nessuno sa se sopravviveranno agli eventi dei giorni successivi.
Per molti iraniani la domanda non è più soltanto chi governerà il Paese. È se la società che negli ultimi anni ha riempito le piazze – quella che gridava “Donna, vita, libertà” – riuscirà ancora a farsi sentire tra il rumore delle esplosioni e quello della propaganda. «Abbiamo sfidato questo regime per anni», ricorda Sepideh, docente di letteratura a Teheran. «Molti di noi sono finiti in prigione. Altrettanti sono morti. Non abbiamo fatto tutto questo per consegnare il nostro futuro a una guerra o a un accordo tra governi».
Poi abbassa la voce. «La libertà non può arrivare da un missile. Ma non può neanche essere rimandata per sempre». A mille chilometri di distanza, nel sud del Paese, i genitori continuano a scavare tra le macerie della scuola distrutta. Il cielo sopra l’Iran è lo stesso. Le urla, invece, raccontano due Paesi diversi: uno che piange i suoi morti e uno che prova ancora, nonostante tutto, a immaginare un futuro senza paura.

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