La piazza è dedicata al 12 ottobre 1492, la data della scoperta dell’America da parte di Cristoforo Colombo, quell’America che ha appena ospitato i Mondiali di calcio, per la prima volta distribuiti tra tre Paesi. Ed è proprio ai Mondiali di calcio, più che alle Americhe, che questa piazza di Roma è legata, dal momento che la struttura che oggi ospita la sede di Eataly è uno dei lasciti di Italia ’90 alla città.
Che i Mondiali di calcio siano un grande spettacolo sportivo è fuor di dubbio, così come non si discute sul fatto che siano uno degli eventi più grandi della nostra epoca, che richiede infrastrutture e investimenti che si spera possano lasciare un segno positivo alle città e ai Paesi che li ospitano. Purtroppo, però, i timori di sperperi e problemi sono sempre dietro l’angolo: per noi italiani, in questo senso, il ricordo di Italia ’90 e delle difficoltà di gestione delle nuove grandi strutture è ancora vivo. L’edificio che oggi ospita Eataly, infatti, era nato per essere l’Air Terminal, pensato per portare nel centro di Roma i tifosi che arrivavano all’aeroporto di Fiumicino, ma poi, a Mondiali finiti, rimase per anni in stato di abbandono.
Le difficoltà a riutilizzare gli stadi, rinnovati ma talvolta trasformatisi in vere e proprie cattedrali nel deserto, hanno alimentato negli anni un certo scetticismo verso i grandi eventi.
Italia ’90, pur restando il Mondiale delle «Notti magiche» e un pezzo importante dell’immaginario collettivo italiano, è stato anche un esempio dei rischi di una pianificazione incompleta. Ma non sempre è andata così. E proprio ora che si è concluso il Mondiale più grande di sempre, con 48 nazionali coinvolte, molte più partite e ben tre Paesi organizzatori – Stati Uniti, Canada e Messico – ci si interroga su quale sarà il suo lascito e cosa hanno rappresentato le vecchie edizioni per i Paesi organizzatori.
La Coppa del 2006
Per quanto la maggior parte degli appassionati di calcio sia concentrata soprattutto sulle partite, un Mondiale non è solo un evento sportivo: richiede strutture, una logistica efficace, infrastrutture in grado di spostare migliaia di tifosi nelle città coinvolte. Un’organizzazione dai costi particolarmente elevati: proprio per questo, per chi se ne fa carico, non basta che vi siano goal e partite spettacolari e tifosi entusiasti, e non basta nemmeno che tutto funzioni a meraviglia durante il torneo. Conta anche ciò che arriva dopo: quello che resterà in eredità alle città e ai Paesi che in quelle settimane sono stati al centro dell’attenzione globale, che spesso rimane solo negli occhi di chi in quelle città ci vive e a torneo finito perde l’attenzione del mondo. Un lascito che non sempre ha avuto lo stesso segno.
Il Mondiale del 2006 per noi italiani è uno straordinario ricordo calcistico. Forse per la Germania non è lo stesso sul piano sportivo, ma dal punto di vista dell’organizzazione può ancora sorridere: è vero, parliamo di un Paese che aveva già ottime infrastrutture sportive e logistiche, ma ha saputo investire nei settori giusti: non puntò a una corsa alla costruzione di nuovi impianti, dando invece priorità al rinnovamento di quelli già esistenti e ampiamente utilizzati, accompagnando il tutto con interventi sulla mobilità.
Ma il lascito tedesco andò oltre le opere materiali, offrendo un importante contributo al modo di organizzare i grandi eventi sportivi. Per permettere ai tifosi di spostarsi più facilmente tra le città coinvolte, infatti, organizzò dei sistemi di biglietti integrati per il trasporto pubblico, in modo da evitare di utilizzare l’automobile e, complice una rete già efficiente, superare uno dei classici problemi organizzativi dei Mondiali: spostarsi tra le diverse sedi dell’evento, talvolta distanti centinaia di chilometri.
Seppe poi pensare fuori dagli schemi, immaginando luoghi di festa per i tifosi anche fuori dagli stadi: nacquero così le «fan zone», spazi con maxischermi, musica e attività dedicati ai tifosi, oggi regolarmente replicati nei più importanti eventi sportivi.
2010 e 2014
Se la Germania ha saputo essere un esempio virtuoso e innovativo, le due edizioni successive sono ricordate con più freddezza per quello che hanno lasciato.
Nel 2010 il Sudafrica divenne il primo Paese africano a ospitare i Mondiali: da una nazione segnata da forti disuguaglianze, ma in una fase di crescita e trasformazione, che non a caso andava ad ospitare un evento di calibro globale. Molti stadi furono costruiti o rinnovati, con spese ingenti, ma in molti casi ebbero vita difficile dopo il mese dei Mondiali: troppo grandi per la realtà locale, senza club con un seguito sufficiente per riempirli o prenderli in gestione. In altre parole, il Sudafrica si è trovato con impianti grandi, non facili da riutilizzare e con alte spese di gestione pensati soprattutto per il Mondiale ma senza una valida pianificazione sul futuro.
Tuttavia, al fianco di questo aspetto problematico, il Mondiale ha portato alla realizzazione del Gautrain, il sistema ferroviario veloce tra Johannesburg e Pretoria che rappresenta la più riuscita tra le infrastrutture realizzate per il torneo.
Il problema degli stadi difficili da riutilizzare si ripropose anche nel 2014 in Brasile, altro Paese che puntava a mostrarsi come grande realtà emergente (nel 2016 avrebbe ospitato anche le Olimpiadi) unendo questa aspettativa alla storica passione calcistica. Purtroppo diversi stadi che ebbero un forte rinnovamento non trovarono una facile gestione dopo i Mondiali: uno tra tutti la Arena da Amazonia, nella remota città di Manaus, teatro della prima partita dell’Italia nel torneo (e ad oggi anche dell’ultimo goal azzurro a un Mondiale, siglato 12 anni fa da Mario Balotelli), costata quasi 300 milioni di dollari ma con poche occasioni di pieno utilizzo. Per quanto diverse strutture furono migliorate, molti progetti per l’ammodernamento delle città e delle strade vennero ridimensionati.
2018, 2022 e… 2026
Nel 2018 la Russia puntò a offrire una forte e moderna immagine internazionale, con rinnovamento delle infrastrutture e degli stadi, su alcuni dei quali non mancarono i problemi nel riutilizzo (come la Mordovia Arena di Saransk, 40mila posti per una città di 300mila abitanti). Tuttavia, è più difficile valutare pienamente il lascito del Mondiale per via dell’isolamento internazionale in cui si trova la Russia dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022.
Il Qatar, che ha ospitato i Mondiali nel 2022, è un caso controverso e particolare. In primis per le sue dimensioni estremamente ridotte (è grande quanto l’Abruzzo) che ne fanno un unicum per ospitare un torneo di 32 squadre. Ma soprattutto perché il risultato non può non tenere presente delle condizioni di lavoro degli operai e delle numerose morti sul lavoro impegnate nelle costruzioni non solo legate all’evento, di cui è ancora difficile stabilire un numero preciso, avvenute negli anni precedenti all’evento.
Oltre a nuovi impianti, insieme a essi venne dato un forte impulso alla realizzazione della nuova città di Lusail, ai margini di Doha, e venne realizzato il primo grande stadio temporaneo della storia dei Mondiali, smontato dopo l’evento: lo stadio 974. Molti però si interrogano sul futuro che avranno molti di questi impianti nei prossimi anni.
Sarà il tempo a raccontare anche il lascito del Mondiale appena concluso, il primo disputato in un formato così ampio da essere distribuito su tre Paesi. Una formula che potrebbe indicare una possibile direzione futura per questi eventi sempre più grandi, distribuendo tra più territori l’investimento e l’impatto organizzativo. I prossimi anni ci racconteranno quale sarà la vera eredità del Mondiale 2026.




