Il ghiacciaio non guarda i confini (di Olivia Ninotti)

Il 26 agosto, due giorni prima che l’articolo di Massimo Recalcati uscisse su La Repubblica, un pezzo del ghiacciaio del Langtang-Lirung, al confine tra Nepal e Tibet, si è staccato di colpo: nessuno se lo aspettava, e la colata di roccia e ghiaccio che ne è seguita è stata così violenta da essere scambiata, sui sismografi, per un terremoto. Nei giorni successivi il conto dei morti ha continuato a salire, insieme a quello, più angosciante, dei dispersi: sono quasi milletrecento i morti accertati e oltre cinquemila i dispersi tra Nepal e Tibet. Terrò questa immagine per la fine: è il punto più scomodo che manca all’articolo di Recalcati, ma prima gli va reso ciò che gli spetta.
Recalcati ha ragione su una cosa importante: deridere chi chiede sicurezza, trattarlo da ignorante politico da rieducare, è un errore che regala il tema a chi la paura sa maneggiarla meglio. Ha ragione anche nella chiusura del pezzo, dove dice che un mondo blindato, senza sorpresa e senza alterità, non sarebbe un mondo sicuro ma un mondo morto. Due affermazioni lucide: su questo l’articolo non merita repliche, solo applausi.
Il problema comincia dove la paura dello straniero smette di essere descritta e diventa “naturalizzata”, presentata come un dato psichico elementare che la politica può solo incanalare, non trasformare.

Plasmare la paura
Freud e Canetti vengono chiamati in causa un po’ oltre le loro intenzioni. Lo scudo protettivo dagli stimoli di Freud descrive come l’apparato psichico si difenda da un eccesso di eccitazione esterna, specie davanti a un trauma: è un’economia interna dell’energia psichica, non una legge sui confini di uno stato. E quando Canetti osserva il disagio del contatto con lo sconosciuto, lo fa per capire la psicologia delle masse in anni segnati dal totalitarismo, non per certificare la chiusura come destino. Trasformare due descrizioni cliniche in un’antropologia universale della chiusura è un passo lungo. Anche come metafora, e non come legge, l’operazione non è neutra: orienta l’intuizione a favore della chiusura.
C’è anche una piccola ironia nella scelta di Ulisse. Recalcati lo affianca a Canetti quasi in soccorso — «non esiste solo il fascino irresistibile di Ulisse» — come se l’apertura fosse il polo più debole rispetto alla chiusura, definita «attitudine fondamentale» della psiche. Ma il poema da cui prende quel simbolo racconta un’altra gerarchia: l’Odissea è costruita attorno alla «xenía», l’ospitalità sacra protetta da Zeus, norma solida quanto il timore del nemico. E anche il timore del nemico, in quella stessa cultura, aveva bisogno di riti e oracoli per essere gestito; nessuno dei due orientamenti cammina da solo, senza istituzioni. Marcel Mauss ricordava che lo scambio con chi viene da fuori — il dono, non l’espulsione — tiene in piedi le società arcaiche. La chiusura non è più naturale dell’apertura, sono due repertori ugualmente antichi. Decidono le condizioni, non la pulsione; per esempio da sempre guerra e condizioni climatiche sfavorevoli chiudono.
È qui che la psicologia sociale complica la tesi di fondo. L’esperimento dei coniugi Sherif al Robbers Cave State Park in Oklahoma (1954-61) mostrò che «l’ostilità tra gruppi nasce dalla competizione per risorse scarse e si scioglie quando i gruppi devono cooperare per un obiettivo comune». La meta-analisi che Thomas Pettigrew e Linda Tropp pubblicarono nel 2006, oltre cinquecento studi su un quarto di milione di persone, ha confermato l’ipotesi di Allport: «il contatto intergruppale, in condizioni ottimali, riduce sistematicamente pregiudizio e tensioni sociali». Il meccanismo non è solo cognitivo: è l’ansia dell’incontro, non il pregiudizio dichiarato, a diminuire per prima. Il margine di manovra, per la politica, è più ampio di quanto un dato immutabile lascerebbe credere.

Il volto dell’Altro
C’è poi la “terror management theory” di Greenberg, Pyszczynski e Solomon del 1986: mostra come conformismo e paura siano inducibili. La consapevolezza della morte, spesso rimossa dal pensiero cosciente, genera un’ansia esistenziale gestita tramite autostima e trascendenza simbolica. Quando la morte diventa saliente, il pensiero si irrigidisce e aderisce più alle norme del gruppo; persino l’altruismo, in questa cornice, è letto come ricerca di accettazione sociale, non gesto disinteressato.
La paura non è una proprietà interna che la politica “incontra” già formata, è un affetto che circola e si attacca a certi corpi — il migrante, lo straniero — attraverso pratiche discorsive precise, storicamente ricostruibili. La riflessione giusta, allora, è rispetto a chi oggi quella paura la fabbrica, verso chi, e a vantaggio di chi.
C’è poi un dissenso più filosofico, che parte dalla radice. Per Recalcati l’Altro è anche, e in parte necessariamente, una minaccia potenziale da cui il confine ci ripara. Ma non è l’unico modo di pensarlo: il volto dell’altro non porta pericolo, porta l’etica stessa, scriveva Lévinas, e la responsabilità verso di lui viene prima di noi. Ogni ospitalità reale ha regole, documenti, soglie, ed è questo a tradirla sempre un po’. Lo straniero che ci inquieta non è solo oltre il confine, è dentro di noi, è la parte di noi stessi che proiettiamo su di lui.

La vera minaccia
Torniamo ora al ghiacciaio. È il punto che l’articolo di Recalcati non tocca, e rende l’intero impianto del confine più stretto della realtà che dovrebbe contenere. Il guscio freudiano, la frontiera, il muro presuppongono una minaccia che viene da fuori e che un dentro ben difeso può tenere fuori. La crisi climatica non ha questa forma: non ha nazionalità da respingere, non attraversa un valico sorvegliabile, e sfugge alla logica amico/nemico su cui si regge ogni discorso sul confine. I ghiacciai himalayani hanno perso massa il 65% più in fretta nel decennio appena chiuso, e lo Yala, in Nepal, ne ha perso oltre un terzo tra il 1974 e il 2021: eventi come questo sempre più probabili, anche se il singolo crollo resta imprevedibile.
I rischi della modernità industriale — nucleare, clima — sono democratici nella distribuzione; per questo Beck parlava di una «cosmopolitizzazione forzata del rischio», una scala di pericolo che nessuna frontiera nazionale può contenere. Rafforzare i confini significa attrezzarsi contro il tipo sbagliato di minaccia, mentre quella che ha appena ucciso centinaia di persone in una valle himalayana avrebbe richiesto l’esatto opposto: allerta precoce condivisa, cooperazione scientifica, dati satellitari in comune.
Davanti a minacce esistenziali diffuse, la “terror management theory” prevede che la reazione tipica sia rafforzare i confini simbolici del gruppo e spostare il terrore su un bersaglio gestibile, lo straniero, anche quando il pericolo vero non c’entra nulla con lui. Un disastro come quello nepalese rischia di alimentare altra chiusura, altro sospetto verso il migrante: la stessa dinamica che Recalcati descrive con comprensione diventa qui patologica, protegge da un nemico immaginario e lascia scoperti dal nemico reale. È in fondo la stessa domanda di sicurezza che Recalcati difende, messa alla prova da una minaccia che non parla la lingua dell’amico e del nemico. Forse la vera civiltà non comincia solo quando impariamo a non trasformare la paura in aggressività verso chi ci sta accanto, come scrive giustamente Recalcati; comincia anche quando impariamo che un ghiacciaio non chiede documenti a nessuno, e che nessun muro, per quanto alto, lo avrebbe fermato.

Share:

Facebook
Twitter
Pinterest
LinkedIn

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

On Key

Related Posts