La National Italian American Foundation (NIAF) ha scelto la Lombardia come Regione d’Onore per il 2026. Al di là del valore simbolico del tributo, cosa significa concretamente questa scelta per la missione di NIAF e per il modo in cui quest’anno la Fondazione vuole raccontare la storia dell’Italia in America?
«La Lombardia è stata scelta prima di tutto per manifestare il sostegno e il riconoscimento di NIAF verso le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina. Abbiamo sponsorizzato una missione del nostro Board, di grande successo, in occasione della cerimonia di apertura a Milano, dove siamo stati ricevuti sia dal Presidente della Regione Lombardia, Attilio Fontana, sia dal Sindaco di Milano, Giuseppe Sala. In quanto principale organizzazione italoamericana, era importante per NIAF essere presente a queste Olimpiadi, che hanno mostrato l’Italia al mondo intero. Volevamo inoltre valorizzare la Lombardia perché rappresenta il motore economico di un’Italia leader mondiale in moltissimi settori. È in gran parte grazie alla Lombardia se l’Italia, nell’ultimo anno, è diventata la quarta nazione esportatrice al mondo. Vogliamo raccontare che l’Italia è molto più di cibo, moda, arredamento e Ferrari, e la Lombardia è la regione che meglio ci permette di raccontare l’Italia come potenza manifatturiera in ambiti diversi come la robotica e il farmaceutico. Non a caso, la Lombardia si colloca ogni anno tra le regioni più ricche e produttive d’Europa».
Dal punto di vista della comunità italoamericana, come descriverebbe lo stato attuale delle relazioni tra Italia e Stati Uniti? Dove la vede più solida, e dove invece ha più bisogno di essere rafforzata?
«Contrariamente a quanto una parte dei media e della politica vorrebbe far credere, oggi lo stato delle relazioni tra Italia e Stati Uniti è solido e forte. I quasi 20 milioni di americani di origine italiana agiscono come efficaci ambasciatori dell’Italia, e in gran parte grazie al loro esempio le esportazioni italiane verso gli Stati Uniti continuano a crescere. È importante notare che crescono nonostante un differenziale di costo rispetto ai prodotti nazionali, perché c’è un riconoscimento della qualità dei prodotti italiani. Il numero di turisti americani che visitano l’Italia e dei giovani che studiano nel Paese è ai massimi storici. Siamo inoltre fortunati ad avere una Italian American Congressional Delegation che lavora a stretto contatto con NIAF per garantire che le questioni rilevanti per le relazioni Italia-Usa ricevano la giusta attenzione.
Quanto a ciò che va rafforzato, per come la vedo io, l’Italia non è ancora percepita come parte del livello più alto degli alleati europei dell’America, sebbene lo meriterebbe pienamente, a causa di percezioni persistenti — alcune alimentate dagli stessi italiani — secondo cui l’Italia si accontenterebbe di essere una potenza europea di livello intermedio, con una sfera di influenza limitata. Guardate la Germania, guardate il Giappone: entrambi i Paesi si stanno oggi riaffermando in termini di “hard power” in modo costruttivo, guadagnandosi il rispetto e l’ammirazione degli Stati Uniti, e in particolare di questa amministrazione che, come ben sapete, apprezza il concetto di condivisione degli oneri (“burden sharing”). Il mio suggerimento, a livello di governo, sarebbe innanzitutto che l’Italia proiettasse un rinnovato senso di fiducia nel proprio ruolo di attore di primo piano non solo in Europa, ma nel Mediterraneo, in Medio Oriente e oltre. Inoltre, l’Italia deve sostenere questo ruolo con risorse di “hard power” crescenti, e promuoverlo negli Stati Uniti con una campagna di comunicazione capace di cambiare la percezione dei media — e di conseguenza quella del governo — riguardo alle capacità dell’Italia e al suo valore come alleato degli Stati Uniti e come forza positiva nel mondo».
NIAF ha trascorso oltre cinquant’anni a costruire ponti tra i due Paesi. Come si è evoluto il ruolo della Fondazione, e cosa significa in concreto «costruire ponti» per una nuova generazione di italoamericani che può sentirsi più distante dalle proprie radici?
«Il ruolo della Fondazione è cambiato considerevolmente rispetto alle sue origini, quando era pensata in gran parte per contrastare la discriminazione contro gli italoamericani, ancora molto diffusa all’epoca. Oggi ci siamo evoluti in un’organizzazione impegnata a celebrare e promuovere i traguardi e i valori della cultura italiana in America, rafforzando al contempo i legami tra Stati Uniti e Italia. Nel 2026 non è mai stato così di moda, così popolare, essere di origini italiane. Alla NIAF crediamo di aver contribuito a rendere desiderabile, per il grande pubblico americano, tutto ciò che è italiano. In molti sensi le nuove generazioni si sentono più vicine alle proprie radici rispetto alle precedenti, perché c’è oggi una maggiore attenzione e un maggiore apprezzamento per la cultura italiana in America. Uno dei miei obiettivi come Presidente di NIAF è permettere agli italoamericani di vivere pienamente la ricchezza della loro cultura, attraverso borse di studio e finanziamenti per progetti che promuovono l’arte, la musica, la scultura, la moda, la lingua, la storia e naturalmente la cucina italiana».
Si parla spesso di una generazione più giovane di italoamericani meno legata alle proprie radici. Come sta lavorando NIAF per mantenere viva questa connessione, e cosa la rende ottimista sul futuro della comunità?
«Sono estremamente ottimista sul futuro della nostra comunità perché, come dicevo, non è mai stato così di moda essere di origini italiane. I giovani “italoamericani frazionali” — spesso solo per un quarto o un ottavo di origine italiana — scelgono comunque di definirsi etnicamente italiani, per la forza attrattiva della nostra cultura. Gli italiani eccellono in tutto ciò che rende la vita degna di essere vissuta, e credo che i giovani americani, in generale, ne abbiano oggi una consapevolezza maggiore rispetto alle generazioni precedenti. A giudicare dal numero di candidature che riceviamo per i nostri programmi rivolti ai giovani — come il Voyage of Discovery intitolato all’Ambasciatore Peter F. Secchia e i programmi DiLella Fellow — non c’è certo carenza di giovani italoamericani che vogliono entrare in contatto diretto con le proprie radici in Italia. Più vicino a casa, anche il nostro programma NIAF on Campus e la nostra Young Professionals Network sono in piena crescita, ed è un ulteriore segnale positivo che mi rende fiducioso sul futuro della nostra comunità. Può darsi che non ci si riunisca più tutti attorno a un tavolo per il pranzo della domenica, ma i giovani italoamericani manifestano l’amore per le proprie radici in molti altri modi, altrettanto autentici e rilevanti per la loro generazione».
Le aziende, le istituzioni e la cultura italiane hanno una presenza crescente negli Stati Uniti. Dove vede le maggiori opportunità per l’Italia di rafforzare la propria presenza — nel business, nella cultura, nel soft power?
«Il soft power italiano è giustamente famoso. Si può dire che il Paese, in molti sensi, abbia conquistato il mondo senza mai sparare un colpo. Ma se gli americani desiderano acquistare prodotti italiani e vivere uno stile di vita italiano, restano ancora in gran parte restii — con l’eccezione degli italoamericani — a investire in Italia con la stessa intensità con cui investono in altri Paesi europei. Questo accade perché l’Italia è percepita, negli Stati Uniti, come un Paese dalla burocrazia gonfiata, una giustizia lenta e politicizzata e, in generale, un atteggiamento poco favorevole al mondo del business. Basti pensare che l’Italia ha oltre 160mila norme giuridiche in vigore, contro le sole 5.500 della Germania, per farsi un’idea del perché i capitali americani tendano a evitare l’Italia. Un’ulteriore ragione è la propensione tutta italiana a essere tra i più severi critici di se stessi al mondo, raccontando liberamente agli americani come “non funzioni nulla” in Italia e quanto il Paese sia terribile. Perché gli americani dovrebbero voler investire in un Paese di cui gli stessi cittadini parlano così male? A mio avviso, per rilanciare gli investimenti diretti americani in Italia, il governo italiano deve continuare a spingere con determinazione per una minore burocrazia, una giustizia più efficiente e meno politicizzata, una semplificazione del sistema normativo, il ripristino dell’educazione civica nelle scuole e un più forte senso di patriottismo e apprezzamento per tutto ciò che l’Italia ha dato al mondo».
Il suo percorso l’ha portata alla presidenza di NIAF, e il suo italiano — come ho avuto il piacere di ascoltare a Roma — è notevole. Qual è il suo rapporto personale con l’Italia, e cosa significa per lei rappresentare questa eredità?
«Mi sento davvero fortunato a essere italoamericano, perché credo fermamente in una sorta di eccezionalità italoamericana, che nasce dalla nostra capacità di fondere senza sforzo le migliori caratteristiche dell’essere italiani con le migliori caratteristiche dell’essere americani: per me, è una combinazione di qualità imbattibile. Siamo capaci di apprezzare l’approccio intrinsecamente italiano alla vita, alla cultura, alla famiglia e all’umanità, e allo stesso tempo di valorizzare le virtù americane del senso di responsabilità civica, della forte etica del lavoro e di un patriottismo fiero. Ho scelto di diventare cittadino italiano, con la doppia cittadinanza, quasi tre decenni fa, perché amo l’Italia e sono orgoglioso del contributo ineguagliato che gli italiani hanno dato al mondo».
Guardando oltre il Gala, qual è la sua ambizione per NIAF nei prossimi anni e quale vorrebbe che fosse l’eredità di quest’anno particolare, il 2026?
«La mia ambizione per NIAF è che continui a crescere in valore e prestigio su entrambe le sponde dell’Atlantico, e che continuiamo a offrire benefici agli italiani e agli italoamericani in termini di conoscenza, orgoglio e benessere. Voglio che gli italoamericani possano apprezzare fino in fondo la ricchezza della loro eredità e della loro cultura ancestrale. Proprio come la Presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha dichiarato di voler guidare una “rivoluzione dell’orgoglio” tra gli italiani, io sono impegnato a guidare una rivoluzione dell’orgoglio tra gli italoamericani. Per questo, come Presidente di NIAF, ho aumentato la nostra spesa in finanziamenti legati alla cultura e ho firmato accordi con alcune tra le più prestigiose istituzioni italiane, come l’Istituto Dante Alighieri, il Premio Paganini e la Mille Miglia. Inoltre, puntiamo a essere uno dei principali think tank americani dedicati all’importanza delle relazioni tra Italia e Stati Uniti, e a trasmettere questa importanza al mondo: per questo abbiamo costruito partnership con The European House – Ambrosetti, il Centro Studi Americani, l’Aspen Institute Italia, il Council for the United States and Italy, Italy Untold, la Fondazione Compagnia di San Paolo e naturalmente il Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni Unite (Ecosoc). Infine, vorrei che NIAF assumesse un ruolo guida nella creazione di una American League of European Ethnic Organizations, capace di far collaborare più gruppi etnici europei per il raggiungimento di obiettivi comuni».




