Non sono molti i Paesi che possono vantare buone relazioni al contempo con Stati Uniti, Cina e Iran. Il Pakistan è uno di questi. Nell’ultimo anno il capo delle forze armate Asim Munir, l’uomo più potente di Islamabad, è stato ricevuto con i massimi onori a Washington, Pechino e Teheran. È «il mio feldmaresciallo preferito», ha detto di lui il presidente americano Donald Trump. Anche il leader cinese Xi Jinping lo ha elogiato, sottolineando il suo «ruolo costruttivo» nel tentare di porre fine alla guerra nel Golfo, mentre il ministro degli Esteri iraniano Abbas Araghchi è stato immortalato mentre lo abbracciava calorosamente al suo sbarco a Teheran, lo scorso aprile, dove il militare era volato per provare appunto ad allacciare un negoziato tra Repubblica Islamica e Casa Bianca.
La mediazione che ha portato al memorandum of understanding tra Stati Uniti e Iran ha suggellato il ritorno del Pakistan come protagonista sulla scena diplomatica globale. Una centralità confermata anche dal patto di mutua difesa siglato il mese scorso a La Mecca con Arabia Saudita e Turchia.
Tuttavia, dietro questa ritrovata credibilità internazionale, c’è un Paese ancora fragile, lacerato sul fronte interno da violenze etniche e religiose e da disuguaglianze ataviche che paiono insuperabili.
Tradizione e opportunismo
«È dalla metà degli anni Sessanta che il Pakistan porta avanti una politica di diversificazione delle alleanze. Oggi, in un contesto segnato dalla crisi dell’ordine liberale internazionale, quei legami ramificati, continuati nel tempo, vengono sfruttati appieno», spiega a TPI la professoressa Elisa Giunchi, ordinaria di Storia e geopolitica del Medio Oriente all’Università Statale di Milano e autrice di “Pakistan: una storia politica e religiosa”, uscito lo scorso marzo per Carocci Editore.
Oltre mezzo secolo fa il presidente pakistano Yahya Khan fu tra i registi delle trattative che condussero alla storica visita in Cina del presidente statunitense Richard Nixon. Nel 1988 la diplomazia di Islamabad lavorò efficacemente per arrivare alla firma degli Accordi di Ginevra, che spianarono la strada al ritiro dell’Unione Sovietica dall’Afghanistan. Più di recente, nel 2020, è stato il ministro degli Esteri Shah Mahmood Qureshi, affiancato dai vertici militari e dagli apparati d’intelligence dell’Isi, a facilitare i contatti tra Stati Uniti e Talebani, propedeutici al successivo ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan.
Oggi, in una fase di riassetto degli equilibri internazionali, specialmente in Medio Oriente, quelle consolidate relazioni trasversali rappresentano un vantaggio competitivo. «In un mondo policentrico – continua Giunchi – il Pakistan è diventato un attore di mediazione indispensabile. E questo ruolo che Islamabad si è ritagliato ha fatto dimenticare alla diplomazia internazionale le accuse degli ultimi anni: di sostenere gruppi jihadisti, di fomentare l’instabilità regionale, per non dire dei conflitti con l’India e con l’Afghanistan, quest’ultimo ancora in corso».
Allineamento
Nella nuova alleanza con Arabia Saudita e Turchia, sancita lo scorso 7 agosto a La Mecca, il Pakistan, unico Stato musulmano dotato di bomba atomica, rappresenta il socio armato fino ai denti chiamato a spaventare i nemici esterni (primo fra tutti Israele).
L’accordo contiene una clausola analoga a quella prevista dall’articolo 5 del Trattato Nato, in base alla quale qualunque aggressione armata a uno dei Paesi membri viene considerata un attacco diretto contro tutti. Gli analisti, però, dubitano sul fatto che il meccanismo troverà applicazione concreta. La mutua difesa era stabilita anche dall’intesa stipulata nel settembre 2025 tra Pakistan e Arabia Saudita, ma nei mesi seguenti, quando i sauditi sono stati ripetutamente colpiti dall’Iran, i pakistani non hanno mosso un dito.
Il Patto della Mecca «ha per lo più scopi di deterrenza», analizza la professoressa Giunchi: l’obiettivo comune è «inviare un segnale simbolico ad altri attori della regione». «I tre Paesi, messi insieme, costituiscono una potenza rilevante – fa notare la storica – e non dimentichiamo che tutti e tre sono alleati con gli Stati Uniti». Secondo la docente, non siamo davanti a un’«alleanza tradizionale»: si tratta piuttosto di «una sorta di allineamento, che porterà a scambi tecnologici, condivisione di informazioni di intelligence, esercitazioni congiunte». Visto dalla prospettiva di Islamabad, l’accordo ha una doppia utilità: «Da una parte, contribuisce a migliorare l’immagine internazionale del Pakistan, che fino a poco tempo fa era identificato come un Paese esportatore di instabilità e terrorismo. Dall’altra, è utile per provare a compensare la “asimmetria sudasiatica”: ossia a rafforzarsi in funzione anti-indiana. Islamabad – spiega Giunchi – punta ad aumentare le distanze tra l’Amministrazione Trump e l’India di Modi e ad avvicinarsi ulteriormente a Washington, pur senza rinunciare all’indispensabile rapporto con la Cina e con l’Iran».
Braccio armato
Nel 1965 l’allora ministro degli Esteri Zulfikar Ali Bhutto (poi alla guida del Paese dal 1971 al 1977) pronunciò una frase passata alla storia: «Se l’India costruirà la bomba, mangeremo erba o foglie, soffriremo la fame, ma ne avremo una nostra». Nuova Delhi effettuò il suo primo test nucleare nove anni dopo. Il Pakistan ci ha messo più tempo, ma nel 1998 la promessa di Bhutto è stata mantenuta. Oggi si stima che Islamabad disponga di circa 170 testate atomiche, pressoché lo stesso numero di quelle in mano agli indiani. Grazie ai missili balistici Shaheen-III, la gittata arriva a 2.750 km, sufficiente a raggiungere qualsiasi punto dell’India ma non Israele.
Con oltre 650mila militari attivi, il Pakistan può contare sul settimo esercito più numeroso del mondo, eppure sembra un nano rispetto agli 1,3 milioni di soldati in uniforme indiana. La rivalità con il gigantesco vicino di casa è un fattore di importanza esistenziale per il Pakistan e ha un peso enorme sul bilancio pubblico. I picchi dei decenni passati sono un ricordo lontano, ma la difesa assorbe ancora circa il 14% della spesa pubblica, percentuale doppia rispetto al dato medio mondiale, e per l’anno fiscale iniziato lo scorso primo luglio è stato previsto un aumento degli stanziamenti del 18%.
Nel periodo 2021-2025 Islamabad è stato il quinto maggior importatore globale di armi di grosso calibro, scalando cinque posizioni rispetto al precedente quinquennio: un balzo del 66%. In questo arco temporale il Paese ha calamitato il 16% dell’export della difesa turco (acquistando principalmente i droni Bayraktar e le corvette Milgem) e addirittura il 61% di quello cinese (tra cui spiccano le commesse per i caccia J-10, i missili aria-aria PL-15 e le fregate Type 054A/P).
Sulla Via della Seta
Le relazioni con la Cina si sono rafforzate in particolare negli ultimi cinque anni, complice anche la fase di disimpegno degli Stati Uniti dalla regione mediorientale seguita al ritiro dall’Afghanistan e le manovre di avvicinamento di Washington nei confronti dell’India. Ma sono ormai tre lustri che la Repubblica Popolare è il principale partner commerciale del Pakistan.
Nel 2013 Pechino e Islamabad hanno lanciato il China Pakistan Economic Corridor (Cpec), un progetto incardinato nell’ambito della Via della Seta cinese che prevede un’ampia gamma di investimenti lungo l’asse che collega idealmente Xinjiang, nella Cina occidentale, al porto di Gwadar, sul Mar Arabico. La prima fase dell’iniziativa si è concentrata sullo sviluppo di infrastrutture energetiche, logistiche e di trasporto, mentre la seconda – avviata un anno fa – ha il proprio focus su agricoltura, industrializzazione, tecnologia ed estrazione mineraria.
Quest’anno i due Paesi hanno celebrato i 75 anni di relazioni diplomatiche, un partenariato strategico definito da ambo le parti «più alto dell’Himalaya e più profondo dell’oceano». Oltre a fornirgli armi, addestramento e tecnologie militari, la Cina sostiene il Pakistan anche nella disputa con l’India sul Kashmir. Viceversa, la diplomazia del Paese islamico appoggia il principio di «Una sola Cina».
Come ingraziarsi Donald
Il solido legame con il Dragone non ha impedito a Islamabad di ricostruire, negli ultimi due anni, ottime relazioni con gli Stati Uniti. Il sereno è tornato a partire dall’inizio del 2025, quando le autorità pakistane hanno collaborato all’arresto di un terrorista dell’Isis-K che aveva partecipato all’attentato del 26 agosto 2021 all’aeroporto di Kabul, nel quale morirono 13 militari statunitensi e circa 170 civili afghani. Da allora la cooperazione anti-terrorismo con Washington si è intensificata.
Nel maggio dello stesso anno il Pakistan ha riconosciuto a Trump un ruolo decisivo nell’arrivare al cessate il fuoco per il breve conflitto – durato quattro giorni – contro l’India. Un’attribuzione di merito rifiutata invece da Nuova Delhi, che ha così visto raffreddarsi le relazioni con gli Usa. È in quella fase che si è saldata l’intesa fra il presidente americano e il feldmaresciallo Munir, primo caso nella storia di un militare pakistano ricevuto alla Casa Bianca senza la presenza di rappresentanti civili del governo.
Munir ha velocemente intuito che arruffianarsi Trump è un ottimo viatico per garantirsi la benevolenza dell’Amministrazione Usa. In quest’ottica vanno letti le decisioni di Islamabad di candidare il leader statunitense al Nobel per la Pace e di aderire al Board of Peace di trumpiana costituzione. Ma non solo: lo scorso gennaio l’Autorità pakistana di regolamentazione degli asset virtuali ha firmato un memorandum d’intesa sulle stablecoin in dollari con la Sc Financial Technologies, una società a stelle e strisce affiliata alla World Liberty, azienda del settore criptovalute co-fondata da Trump e dell’amico Steve Witkoff, oggi inviato speciale degli Usa in Medio Oriente, insieme ad alcuni dei rispettivi figli (Zach Witkoff ne è tuttora amministratore delegato). E pochi mesi prima la Frontier Works Organization, la più grande società mineraria del Pakistan, ha siglato un accordo di collaborazione con la Strategic Metals, impresa con sede nel Missouri, che prevede la realizzazione di una raffineria polimetallica nel Paese sudasiatico. Tutti indizi che confermano il ripristino di una linea diretta sull’asse Washington-Islamabad.
Potere ai militari
È Munir il regista di questa rinnovata postura internazionale del Pakistan, che commercia con Stati Uniti e Cina, che media fra gli yankee e gli ayatollah, che si allea con Arabia Saudita e Turchia.
Il fatto che sia un militare a tenere le redini del Paese – più ancora del primo ministro Shehbaz Sharif – non è certo una novità, ma il feldmaresciallo preferito da Trump viene da un percorso insolito. La sua non è una famiglia militare d’élite, suo padre era un insegnante fuggito dall’India, e Munir è entrato nell’esercito passando per la scuola ufficiali, anziché tramite il percorso più prestigioso dell’accademia militare. Eppure ha scalato rapidamente i ranghi, diventando a 48 anni direttore dei Servizi segreti militari e a 50 direttore generale dell’Isi, la potente e ramificata agenzia dell’intelligence interforze.
Visceralmente anti-indiano, durante il servizio militare in Arabia Saudita ottenne il titolo di “hafiz”, riconoscimento assegnato a chi ha memorizzato integralmente il Corano. Munir è additato tra i responsabili della defenestrazione dell’ex primo ministro Imran Khan, poi incarcerato, e dei presunti brogli alle elezioni del 2024 che hanno consegnato la carica di premier a Sharif. Da allora la sua influenza politica è aumentata in modo esponenziale. Nel novembre dello scorso anno il Parlamento pakistano ha approvato una modifica costituzionale che attribuisce al capo dell’esercito (il ruolo da lui ricoperto fino a quel momento) la carica di Capo di Stato Maggiore della Difesa, con delega su tutte le forze armate e una speciale immunità a vita dai procedimenti penali. Inoltre, l’emendamento riduce i poteri della Corte Suprema, che viene affiancata da una nuova Corte Costituzionale Federale, i cui giudici sono nominati dal Governo.
«Storicamente, soprattutto dagli anni Ottanta in poi, i militari hanno sempre ricoperto un ruolo decisionale importante in Pakistan sia per quello che riguarda il nucleare sia per ciò che attiene alle scelte di bilancio e alla politica regionale», ricorda la professoressa Giunchi. Secondo la docente, il «rafforzamento del potere delle forze armate che si è registrato negli ultimi anni è stato ulteriormente favorito dal miglioramento dell’immagine di Islamabad agli occhi della comunità internazionale». In altre parole, le manovre diplomatiche portate avanti da Munir in giro per il mondo hanno contribuito ad accrescere ancor più il suo potere sul fronte interno.
Crisi economica
In compenso, l’economia nazionale arranca. La guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l’Iran, con la conseguente paralisi dei traffici commerciali nello Stretto di Hormuz, ha aggravato le difficoltà di un Paese che dipende fortemente dalle importazioni di energia.
L’inflazione galoppa a doppia cifra, mentre il tasso di povertà è indicato tra il 28,9% delle fonti ufficiali e il 43,5% di una stima indipendente. Le possibilità di intervenire per il Governo sono limitate dai paletti concordati con il Fondo Monetario Internazionale, che alla fine del 2024 ha concesso un piano di aiuti da 7 miliardi di dollari a condizione che venissero seguite politiche economiche restrittive.
«Il gettito fiscale è molto basso e la spesa militare molto alta: così gli investimenti nella salute e nell’istruzione sono forzatamente contenuti», fa notare Giunchi. «A ciò vanno aggiunti problemi strutturali, come la corruzione dell’apparato statale e una violenza endemica di natura sia etnica sia religioso settaria. Ci sono poi forti disuguaglianze: enormi differenze tra città e campagna, tra popolazione rurale e urbana». Dietro l’immagine propinata di un Islamabad nuovamente credibile sulla scena globale, la docente vede un Paese «a rischio implosione, segnato sul fronte interno da violenze diffuse e da grandissime contraddizioni socio-economiche».
Diciott’anni dopo la caduta del regime di Pervez Musharraf e le speranze per un’affermazione della democrazia, il Pakistan rischia insomma di essere tornato al punto di partenza: un Paese fragile, nelle mani di un uomo forte.



