Giorgia l’Africana: che fine ha fatto il Piano Mattei di Meloni?

Almeno 18 nazioni partner, il doppio delle 9 iniziali e 76 progetti riguardanti acqua, agricoltura e pesca, energia, infrastrutture, istruzione e cultura, e salute. A quasi tre anni dal lancio, secondo quanto rilevato nella Relazione approvata dalla Cabina di regia trasmessa alle Camere, che fotografa lo stato dei lavori al 30 giugno, il Piano Mattei per l’Africa registra una costante crescita. Nato con un decreto legge nel novembre del 2023 e presentato da Giorgia Meloni al primo vertice Italia-Africa, tenuto a Roma il 28 e 29 gennaio 2024, l’iniziativa si propone come un modello di cooperazione «non predatorio, non paternalistico, non caritatevole», per usare le parole della premier. Il secondo vertice, organizzato lo scorso 13 febbraio ad Addis Abeba, a cui ha partecipato anche Meloni, ha segnato la prima volta in cui l’appuntamento si è svolto in Africa. Arrivato alla sua terza verifica parlamentare, sul piano finanziario, il Comitato Tecnico del Fondo Italiano per il Clima ha deliberato finora circa 1,2 miliardi di euro, di cui un miliardo solo nell’ultimo anno, mentre Sace ha mobilitato oltre 4 miliardi di garanzie. A questo si aggiunge la conversione di circa 269 milioni di crediti bilaterali in progetti di sviluppo, annunciata da Meloni nel giugno dell’anno scorso e citata come esempio di finanziamento innovativo dalla Peer Review dell’Ocse sulla cooperazione italiana. Anche la Corte dei Conti, in una delibera di maggio, ha promosso la governance del Fondo, riconoscendo alla Struttura di missione di aver «favorito relazioni privilegiate con partner internazionali attivi nel Continente africano».
I conti, però, non tornano del tutto. Un’analisi indipendente di Infocooperazione, che ha trascritto a mano le 74 schede progetto pubblicate online dallo scorso luglio sul sito del Governo, ha rilevato come in 12 casi su 74 manchi il soggetto esecutore, compresi trasferimenti da decine di milioni come i 150 erogati per il bilancio del Kenya o i 50 per il Ruanda. Soltanto tre progetti risultano conclusi, tutti già finanziati dal Pnrr prima ancora del Piano, mentre il perimetro dell’iniziativa appare piuttosto fluido, con interventi annunciati in passato e oggi spariti e altri mai citati prima comparsi sul sito dell’esecutivo.
A completare il quadro, la denuncia di ActionAid, secondo cui il piano, presentato come un rapporto tra pari con i Paesi africani, rischia di tradursi in un nuovo carico di costi per economie già indebitate. Almeno 11 dei 18 Paesi coinvolti sono considerati altamente indebitati e 9 rientrano, secondo i dati dell’Onu, tra i meno sviluppati. «Dietro la retorica del partenariato alla pari, si nasconde l’interesse a collocare l’Italia nella competizione per le risorse africane», ha denunciato l’esperto di Giustizia Climatica dell’organizzazione, Cristiano Maugeri, «Servono regole chiare di ingaggio che coinvolgano la popolazione, misure di salvaguardia, strumenti di tutela dei diritti umani e ambientali, regole per l’erogazione dei prestiti, trasparenza». Ma il Piano non prevede nulla di tutto questo. Appare ancora, invece, più che altro una cornice per iniziative eterogenee, alcune già realizzate, poco più di un brand da presentare al pubblico.

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