Giorgia Meloni, la Gattoparda della politica internazionale

Un caccia Eurofighter dell’Aeronautica Militare Italiana è stato colpito da un attacco degli Houthi dallo Yemen nella notte del 18 settembre, mentre era di stanza alla base Re Fahd di Taif, in Arabia Saudita, a soli 70 chilometri da La Mecca. Un drone ricognitore MQ-9A Reaper della nostra aviazione era invece stato distrutto il 15 marzo in un hangar durante un attacco lanciato dall’Iran sulla base Ali Al Salem in Kuwait. Questi episodi raccontano, meglio di qualsiasi numero, fin dove si sia spinta in quattro anni la politica estera di Giorgia Meloni. Nella Penisola araba, infatti, insieme ad altri tre F-2000A, un velivolo radar E-550A e un C-130J da trasporto, sono di stanza circa 300 militari della Task Force Air-Arabia, schierata dalla seconda metà di marzo a protezione di Arabia Saudita, Kuwait e Bahrein dagli attacchi dell’Iran. Sono le tracce concrete di un attivismo internazionale che, tra Washington e Bruxelles, nel frattempo si è complicato parecchio.
Nei primi due anni di legislatura, Meloni aveva stupito alleati e avversari con la continuità sul sostegno al’Ucraina ereditata da Mario Draghi, un solido asse con la presidente della Commissione europea, Ursula von der Leyen, in grado di rendere variabili le maggioranze all’Europarlamento e la capacità di portare l’agenda italiana, dalle migrazioni all’Africa, nel dibattito a Bruxelles, seppur con magri risultati. Il ritorno alla Casa bianca di Donald Trump, nel gennaio 2025, doveva essere la conferma definitiva di questo protagonismo. Ma è diventato un boomerang. L’appoggio del presidente degli Stati Uniti al premier di Israele Benjamin Netanyahu nelle guerre a Gaza e in Libano ha esposto la premier alla prima vera crisi di consenso, ben prima della sconfitta al referendum sulla giustizia, trainata dalla crisi energetica causata dall’attacco di Washington e Tel Aviv all’Iran, mentre le mosse Usa sul fronte russo-ucraino hanno rimesso in discussione l’impostazione ereditata dall’ex presidente della Bce. Solo l’ancoraggio a Bruxelles e la sponda tedesca di Friedrich Merz hanno permesso a Roma di riprendere fiato. Ma i fronti aperti restano tanti.

Equilibri acrobatici
Sull’Ucraina la sostanza non è mai cambiata dal 2022, quando Meloni, ancora all’opposizione, sposò la linea Draghi. «Pace non significa resa», ripeteva in ogni sede, e nel luglio 2025, ospitando a Roma la Conferenza per la ricostruzione dell’Ucraina con al fianco il presidente Volodymyr Zelensky, difendeva l’idea che pianificare il dopoguerra fosse la mossa più efficace contro la strategia russa. Da quando Parigi e Londra hanno lanciato la Coalizione dei volenterosi, però, Roma ha preso le distanze, niente militari italiani sul terreno, cautela sui beni russi congelati, mantenendo comunque la proroga delle forniture fino al 2027, i sistemi Samp/T, i missili Aster-30 e 390 milioni per l’European Peace Facility. Pesano infatti le resistenze della Lega di Matteo Salvini dentro la maggioranza e di Roberto Vannacci fuori.
Su Gaza, invece, l’equilibrismo è più acrobatico. Dopo la condanna degli attentati del 7 ottobre 2023, avviò le prime evacuazioni sanitarie di minori palestinesi. Ma se inizialmente Meloni evitò di schierarsi, mentre le piazze pro-Pal crescevano, nel 2025 arrivarono le prime parole nette dalla premier, anche le consegne di armi a Tel Aviv non cessavano. A giugno dell’anno scorso le azioni israeliane diventarono «inaccettabili», a settembre all’Onu la premier invitò Israele a non impedire la nascita di uno Stato palestinese, condannando i coloni violenti in Cisgiordania che «fomentano odio ed estremismo» ma condizionando il riconoscimento italiano all’esclusione totale di Hamas. Una posizione poi appannata dal balletto sul Board of Peace di Trump, a cui il Governo non aderì per vincoli costituzionali, inviando però il vicepremier Tajani come osservatore, e da una fedeltà ai legami commerciali con Tel Aviv, condivisa con Berlino, che blocca ogni sanzione economica dell’Ue. Dalle parole si passò ai primi fatti solo dopo il referendum sulla giustizia. Ad aprile il Governo ha sospeso il rinnovo automatico del memorandum sulla difesa con Israele, dopo che soldati israeliani avevano sparato colpi d’avvertimento contro un convoglio italiano dell’Unifil in Libano, dove sono schierati 1.200 nostri militari, il contingente europeo più numeroso. Il costo politico è emerso dai sondaggi. Il 75% degli italiani, secondo l’ultima rilevazione del Pew Research Center, guarda oggi a Israele con sfavore, contro il 66% di un anno fa.
Sul fronte del Golfo, invece, Meloni non ha «condannato né condiviso» l’attacco all’Iran di Usa e Israele, chiedendo sanzioni più dure contro Teheran, mentre il blocco degli Stretti di Hormuz e Bab el-Mandeb, dove il suo ministro della Difesa Guido Crosetto ha annunciato una scorta navale nazionale, chiedendo all’Ue un maggior e più rapido impegno della missione europea Aspides, rischia di costarci, secondo le stime del Centro Studi di Conflavoro, oltre 33 miliardi di euro in sei mesi.

Fine del sogno sovranista
Eppure nel gennaio del 2025 Meloni veniva ricevuta a Mar-a-Lago prima ancora del nuovo insediamento di Donald Trump e fu l’unica leader di governo europea presente al suo giuramento alla Casa bianca. Allora si favoleggiava di un’Internazionale Maga, guidata da Trump, Meloni, Milei e Orbán, e di una premier “ponte” tra Washington e Bruxelles, ma il sogno durò poco. Dopo la querelle sui dazi e l’appoggio italiano al sequestro di Maduro in Venezuela, arrivato a cose fatte, seguì infatti il no di Roma all’intervento contro l’Iran e persino all’uso della base di Sigonella per colpire Teheran. Trump si disse «scioccato» e ammise di essersi sbagliato su Meloni. Quindi seguirono i botta e risposta in cui Trump raccontò al compianto cronista di La7, Daniele Compatangelo, che la premier lo avrebbe «implorato» di farsi fotografare insieme al G7 di Evian e Meloni che rispose in video: «Io e l’Italia non imploriamo nessuno». Il presidente Usa poi rincarò la dose con un meme sui social, chiedendo per gioco un «ordine restrittivo» contro la premier. Solo di recente, al New York Times, Meloni ha ammesso: «È evidente che con Donald Trump pensavo che le cose sarebbero state più facili, vista la nostra convergenza su immigrazione e cultura woke. Le cose sono andate diversamente», rivelando poi che i due non si parlano da settimane.
Il prezzo di questa fedeltà però si misura in cifre. Il 5% del Pil promesso alla Nato in spese per la Difesa, già portate quest’anno al 2,8%, e la richiesta di prestiti Safe per gli armamenti ridotta a 8 miliardi, comunque più della metà dei 14,9 inizialmente previsti, per le resistenze della Lega in vista delle elezioni del 2027. Ma il sogno di un asse sovranista si è incrinato anche sull’altro pilastro. A tre settimane dal referendum sulla giustizia in Italia, infatti, il 12 aprile Viktor Orbán perse le elezioni in Ungheria dopo sedici anni di potere, facendo cadere anche il tramite informale tra Washington e Mosca su cui Roma, in teoria, avrebbe potuto contare per pesare di più in Europa.

Alleanze a corrente alternata
A Bruxelles però, contro ogni previsione iniziale, Meloni ha evitato l’isolamento. La poltrona di Raffaele Fitto in Commissione Ue sigilla infatti il solido rapporto con la presidente von der Leyen, che condivide buona parte della sua agenda su immigrazione e ammorbidimento del Green Deal, mentre a Strasburgo, Fratelli d’Italia contribuisce spesso a maggioranze alternative, complici le simpatie di cui gode nel Ppe. Con la Germania del cancelliere Friedrich Merz, una coppia ribattezzata “Merzoni”, la sintonia si rafforza invece solo da gennaio di quest’anno con un accordo su sicurezza e difesa, incrinata però dalla querelle sui “Dublinanti”. L’iniziale rivalità con la Francia di Emmanuel Macron lascia spazio, negli anni, a un riavvicinamento privo di entusiasmo, obbligato dai rapporti tesi con Trump. Con la Spagna di Sánchez, infine, lo scontro resta apertamente ideologico, ed è esploso tra agosto e settembre sul terreno dei confini. Roma ha infatti prorogato per la terza volta i controlli sui passeggeri in arrivo dalla Spagna, introdotti dopo la crisi migratoria di Ceuta, nonostante in un mese siano stati respinti appena 31 viaggiatori su 180mila identificati. Ma, a dimostrazione di quanto conti poco l’ideologia, allo stesso tempo Meloni ha costruito un inedito asse con la premier socialdemocratica danese Mette Fredriksen per irrigidire le regole Ue sull’immigrazione.
Se in Consiglio europeo gli schieramenti, pur variabili, restano chiari, è più complicato, invece, il rapporto con gli altri partiti di estrema destra del Vecchio continente. Quando l’AfD ottiene il suo più importante successo elettorale in Germania, con la vittoria in Sassonia-Anhalt e poi quella in Meclemburgo-Pomerania, la sua maggioranza si divide. Forza Italia esprime pubblicamente la propria contrarietà, la Lega si congratula con la leader di AfD Alice Weidel, mentre Fratelli d’Italia resta ambiguamente in silenzio. Intanto, da fuori, Roberto Vannacci esulta. Non è certo una novità. Infatti, fin dalla fondazione di AfD nel 2014, Salvini ne è stato un costante ammiratore, nonostante il partito tedesco chiedesse per l’Italia un rigore di bilancio opposto alle ricette della Lega, che fa parte di un altro gruppo politico europeo insieme ai francesi di Le Pen. La stessa Meloni, tra il 2016 e il 2018, evitò di bollare AfD come una forza di ispirazione neonazista, anche se, nel gennaio 2024, parlò di «distanze insormontabili» per l’orientamento filorusso del partito tedesco. Il rapporto però è rimasto comunque fluido, tra rotture e riavvicinamenti. Diverso, invece, il rapporto con Marine Le Pen. Con i sondaggi francesi che aprono a una sua vittoria nel 2027 in Francia, c’è già chi comincia a immaginare un asse di destra tra Roma e Parigi capace di ridisegnare l’Europa, complice l’indebolimento del motore franco-tedesco. Più concreto, e più scivoloso, l’ultimo episodio con i conservatori britannici. A fine agosto infatti Meloni ha ricevuto a Roma la leader Tory, Kemi Badenoch consigliandole, secondo il Times, di non allearsi con Nigel Farage. Un’indiscrezione smentita da Fratelli d’Italia, secondo cui la premier non entra nelle dinamiche politiche interne di Londra. Non a caso, secondo il Guardian, pochi giorni dopo Meloni avrebbe chiamato lo stesso Farage per evitare ogni «equivoco» e congratularsi per la sua ultima vittoria elettorale a Clacton.

Fronti aperti
Ma la stessa logica di alleanze alternative spiega anche l’attivismo di Palazzo Chigi fuori dal Vecchio continente. Da sottolineare in particolare la joint venture tra Leonardo e la turca Baykar per produrre droni militari, gli accordi sul gas con l’Algeria, le intese miliardarie con Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti, il partenariato avviato con l’India, l’uscita dalla Via della Seta decisa per un interscambio giudicato troppo squilibrato con la Cina, l’attivismo in Africa sub-sahariana e il ruolo di mediazione rivendicato nei Balcani occidentali. Una sintesi esemplare di una politica che, di fronte a un mondo sempre più diviso, fatica a indovinare il colore giusto, cercando di destreggiarsi pur restando in precario equilibrio.
Esemplare, in questo senso, è stato il “caso Almasri” che all’inizio dello scorso anno ha scosso il Governo. L’ex capo della polizia giudiziaria libica da anni ricercato dalla Corte penale internazionale (Cpi) per omicidi, torture e stupri nel carcere di Mitiga, fu arrestato a Torino e subito rimpatriato a Tripoli per decisione dell’esecutivo. Il tribunale di Tripoli lo ha condannato a giugno a 7 anni e 4 mesi per le torture inflitte a dieci migranti detenuti nei centri sotto la sua responsabilità, uno dei quali è morto per le violenze subite, lasciando senza risposta perché, pur essendo stato catturato in Italia, non sia stato consegnato all’Aja. Il Tribunale dei Ministri ha scagionato Meloni e la Camera ha negato l’autorizzazione a procedere nei confronti dei ministri della Giustizia e dell’Interno, Carlo Nordio e Matteo Piantedosi, e del sottosegretario Alfredo Mantovano. L’unica a “pagare” è stata la capo di gabinetto di Nordio, Giusi Bartolozzi, dimessasi però solo a marzo dopo la sconfitta al referendum. Ma il dato politico resta perché al danno reputazionale di aver liberato un soggetto del genere, subendo il deferimento all’Assemblea degli Stati Membri della Cpi e la censura della Consulta, si è aggiunta la beffa della caduta in disgrazia nel suo stesso Paese del criminale a cui si era fatto un favore.
Al di là dell’assicurarsi le forniture di gas dall’Algeria e ad aver consentito a Eni di partecipare potenzialmente allo sfruttamento delle risorse petrolifere in Venezuela, i risultati concreti raggiunti all’estero dal Governo tardano a farsi vedere. La Libia resta ancora un’incognita, le tensioni nel resto dell’Africa occidentale, nel Sahel e nel Corno continuano a rappresentare una minaccia per future ondate migratorie, contro cui l’Ue non garantisce concreta assistenza, le escalation in Ucraina, Iran e Yemen mettono a rischio le forniture nazionali di greggio e gas e il commercio internazionale con l’Asia e promuovono l’aumento dell’inflazione, mentre il disimpegno Usa e la crescente competizione tra Turchia e Israele rendono il Mediterraneo sempre più pericoloso. Ma il valzer della premier continua.

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