È tutto iniziato a metà settembre, nella periferia parigina di Créteil: uno sciopero degli insegnanti contro le persistenti carenze di organico e la mancanza di strutture adeguate, a cui si sono uniti gli studenti che hanno bloccato l’ingresso della scuola, seguiti pochi giorni dopo da altri ragazzi delle scuole di Parigi.
Dopo due settimane la contestazione si è allargata a tutta la Francia, sfociando in una protesta contro le disuguaglianze strutturali e un futuro sempre più ostile ai giovani. A inizio ottobre più di mille sulle circa 3.700 scuole superiori del Paese erano coinvolte nelle proteste e circa 50 nella sola regione di Parigi erano state, secondo il ministero dell’Interno «teatro di violenze, scontri e danni». In tutte le grandi città del Paese gli studenti scendevano in strada a protestare contro le carenze di insegnanti, orari troppo lunghi, e le condizioni fatiscenti degli edifici in cui sono costretti a studiare, ma anche contro la piattaforma per le domande di ammissione all’università, accusata dai manifestanti di operare come «macchina di selezione sociale». Con il passare delle settimane si sono uniti studenti universitari, sindacati e Gilet gialli, protagonisti delle mobilitazioni del 2018, mentre i temi della protesta si sono ampliati prendendo di mira i rincari energetici e i bassi salari, ma anche un governo sempre più impopolare.

“Perso il controllo”
Al culmine delle proteste, il 17 ottobre, si sono tenute 110 marce in tutto il Paese, a cui hanno preso parte più di mezzo milione di persone, o 800mila persone secondo il sindacato Cgt. Le marce si sono svolte perlopiù pacificamente, ma in molte città sono degenerate in violenze. A Limoges è stato dato alle fiamme il municipio, a Lione l’ufficio turistico. A Marsiglia, Lilla e Angers i manifestanti si sono introdotti nei municipi, mentre a Bordeaux è stata saccheggiata la residenza del prefetto. In totale, circa 2.500 negozi e attività commerciali sono stati danneggiati.
Anche se il presidente francese Emmanuel Macron ha riconosciuto come «legittime» le ragioni delle proteste, la reazione delle forze dell’ordine è stata particolarmente aspra: da quando sono iniziate uno studente ha perso una mano dopo aver raccolto una granata stordente lanciata dalla polizia, mentre un’adolescente ha perso un occhio dopo essere stata colpita da una cartuccia di gas lacrimogeno. Le manifestazioni sono state seguite da un’impennata di arresti, con numeri che già dagli inizi hanno superato quelli delle proteste dei Gilet gialli del 2018: nella sola settimana a cavallo tra settembre e ottobre gli arresti si sono attestati a seimila, con cinquemila fermi, quasi il 90 per cento dei quali minorenni.
Una reazione che ha spinto alcuni esperti delle Nazioni Unite a dirsi «inorriditi» dalle violenze contro gli studenti, definendo «inaccettabili e ingiustificabili» le «lesioni gravi e, in alcuni casi, irreversibili subite dai manifestanti minorenni durante le operazioni delle forze dell’ordine». Secondo gli esperti, nominati dal Consiglio per i diritti umani delle Nazioni Unite per studiare e monitorare specifici casi di possibile violazione di diritti umani, ma indipendenti dall’organizzazione stessa, «l’entità degli arresti e delle detenzioni, che hanno coinvolto diverse migliaia di persone, soprattutto minorenni, appare sproporzionata e dissuade i manifestanti dall’esercitare le proprie libertà di espressione e di riunione pacifica». Dopo le proteste del 17 ottobre il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha ammesso che la polizia francese ha «perso il controllo», rassegnando le proprie dimissioni, poi rifiutate da Macron, che ha riconosciuto le carenze in materia di sicurezza e intelligence nella risposta del governo.
Concessioni
Nonostante il clamore per gli scontri e gli atti di vandalismo, le violenze non sembrano aver intaccato il sostegno dei cittadini francesi alle proteste. In un sondaggio che chiedeva chi fosse il responsabile delle violenze del 17 ottobre, l’81 per cento ha attribuito la responsabilità al governo, che, secondo l’indagine Ipsos-BVA, «non ha risposto in modo adeguato alle rivendicazioni sociali di una parte della popolazione francese». Questo dopo che una rilevazione del 7 ottobre rilevava che il 55 per cento degli intervistati appoggiava il movimento. Un altro sondaggio più recente ha trovato invece che quasi il 60 per cento è a favore della mobilitazione annunciata dai sindacati francesi per il 5 novembre, incentrata soprattutto su potere d’acquisto e salari. Secondo quanto rilevato da Elabe, il 32 per cento degli intervistati sostiene la mobilitazione e il 27 per cento dice di simpatizzare, mentre il 28 per cento si dichiara contrario o ostile e il 13 per cento indifferente.
Un consenso che ha costretto il governo ad accogliere alcune delle richieste degli studenti, che chiedono al governo fino a 250mila posti in più nelle università, un maggior numero di insegnanti, una riforma del processo di selezione per l’accesso all’università e migliori condizioni all’interno delle scuole. L’estate torrida ha infatti contribuito a mettere in evidenza le carenze delle strutture scolastiche francesi, di cui meno del 15 per cento è stato ristrutturato nell’ultimo decennio, secondo quanto riportato da Le Monde, mentre gli insegnanti sostengono di non essere in grado di svolgere adeguatamente il proprio lavoro a causa dell’esposizione delle aule alle variazioni di temperatura e alla carenza di sedie, tavoli e libri di testo.
Le rivendicazioni fanno parte di una piattaforma congiunta presentata dalle principali organizzazioni studentesche a inizio ottobre, in cui si chiede anche di «porre fine alle selezioni tramite la piattaforma» Parcoursup, utilizzato per candidarsi ai corsi di laurea, consentendo agli studenti di scegliere il proprio percorso di studio «senza essere soggetti a selezione algoritmica».
Il 26 ottobre, il governo ha annunciato alcune misure per rispondere alle richieste degli studenti, riconoscendo «una mobilitazione molto forte da parte dei nostri studenti». «Delle 3.700 scuole superiori francesi, tremila hanno partecipato in un modo o nell’altro», ha osservato il ministro dell’Istruzione nazionale Édouard Geffray durante una conferenza stampa in cui ha presentato assieme al ministro dell’istruzione superiore e della ricerca le proposte, che includono l’aggiunta di 15mila nuovi posti nelle università e lo stanziamento di 200 milioni di euro stanziati a partire dal 2027 per la ristrutturazione degli edifici scolastici e l’introduzione di un tetto di 28 studenti per classe, rispetto alla media attuale di 30. Il governo si è inoltre impegnato a eliminare Parcoursup entro il 2028. Secondo il sondaggio di Elabe, il 36 per cento dei francesi ritiene che le proposte del governo rispondano alle loro richieste, e il 52 per cento le considera un passo nella giusta direzione, ma insufficienti. Le percentuali di critici sono maggiori tra i più giovani, con solo il 24 per cento di chi ha tra i 18 e i 24 anni che ritiene le proposte soddisfacenti, rispetto al 40 per cento di chi ha più di 65 anni.
Le proteste hanno acuito ancora di più le tensioni all’interno della politica francese, che si prepara alla campagna per eleggere il successore di un sempre più impopolare Emmanuel Macron. I candidati centristi, che lottano per superare il primo turno previsto per aprile 2027, hanno accusato il candidato della sinistra Jean-Luc Mélenchon di voler sfruttare le violenze, mentre Marine Le Pen, candidata della destra, ha espresso sostegno alle forze di polizia, puntando il dito sulla risposta inadeguata del governo. Macron, che ha condannato le azioni di coloro che hanno cercato di «abbattere la Repubblica», tracciando una distinzione tra gli studenti e i rivoltosi di «estrema sinistra», ha anche alluso a «una manipolazione straniera delle informazioni» sulle manifestazioni. Pur sottolineando che «non ci sono prove di interferenze straniere negli eventi accaduti», Macron sostiene che «ci sono persone che conducono una campagna a spese della Francia».
In Europa
Nelle ultime settimane la mobilitazione dei giovani francesi sembra aver contagiato anche il resto d’Europa. Rivendicazioni che variano da Paese a Paese, accomunate però da temi ricorrenti come l’aumento del costo della vita, il caro affitti, i bassi salari e servizi pubblici sempre più carenti. Oltre all’Italia, le proteste si sono allargate nelle ultime settimane anche al Belgio, dove i liceali hanno manifestato contro l’aumento dei costi dell’istruzione, e alla Germania, dove migliaia di persone hanno preso parte alle proteste organizzate a Berlino, Francoforte, Colonia e in altre città dal gruppo “GenZ regelt!” (“Ci pensa la Generazione Z”). In Portogallo i manifestanti hanno tentato di allestire accampamenti a Lisbona e Porto, ripetutamente smantellati dalle forze dell’ordine, per protestare contro il caro affitti, portando garofani rossi, simbolo della rivoluzione del 1974. Una protesta ispirata a quella spagnola, scaturita dallo sfratto dell’87enne Maricarmen Abascal a Madrid e diventata un tema centrale della campagna per le elezioni del 29 novembre, dopo la caduta del governo Sánchez a seguito della mancata approvazione dei decreti per la casa.
Nei Balcani le proteste dei giovani hanno avuto un rilievo se possibile ancora maggiore. In Serbia la Lista studentesca è riuscita a diventare la prima forza politica del Paese dopo aver sconfitto l’ex presidente Aleksandar Vučić alle elezioni dello scorso settembre, caratterizzate dall’affluenza più alta dalla dissoluzione della Jugoslavia nel 1992. Il movimento di protesta, nato dopo il crollo di una pensilina presso la stazione ferroviaria di Novi Sad, in cui morirono 16 persone, negli ultimi due anni è diventato il principale oppositore del governo, cavalcando la lotta alla corruzione, fino a porre fine alla presidenza di Vučić, presidente dal 2017 e prima ancora primo ministro dal 2014.
A ottobre si sono intensificate anche le proteste in Albania contro il governo di Edi Rama, al potere dal 2013. A contestarlo un movimento nato a maggio per protestare contro il progetto di un resort lusso che dovrà sorgere in una riserva naturale, finanziato dal genero del presidente statunitense Donald Trump, Jared Kushner. Rama si è rifiutato di cedere alle proteste inizialmente pacifiche, difendendo il progetto come un «dono» che trasformerà l’Albania in una meta turistica di alto livello. Con il passare dei mesi la protesta dei “fenicotteri”, dal nome di una delle specie messe a rischio dal resort, è sfociata in una contestazione contro le carenze del sistema sanitario e la mancanza di prospettive per i giovani, con aspri scontri tra forze dell’ordine e manifestanti, che hanno dato fuoco all’ufficio del primo ministro e alle filiali di diverse banche. Il primo ministro albanese ha dichiarato che non si dimetterà, come chiedono invece i manifestanti, e ha imposto multe equivalenti a 5.500 euro per ciascun manifestante che «scelga di rimanere in una folla» che compie atti di violenza o saccheggio in uno spazio pubblico, o «nasconde la propria identità», anche se non commette personalmente atti di violenza. Rama, che ha promesso di portare l’Albania nell’Ue entro il 2030, ha ripetutamente attribuito la responsabilità delle violenze ad «attori stranieri» e ha accusato sia la Russia che l’Iran di diffondere disinformazione online. Mandanti diversi da quelli sospettati da Vučić, che l’anno scorso aveva invece accusato l’Occidente di aver fomentato una «rivoluzione colorata» in Serbia.
Gli “Scarafaggi” in India
Le proteste dei giovani non si sono limitate al continente europeo. Anche in India una protesta inizialmente portata avanti da studenti sta procurando più di qualche grattacapo per il primo ministro più longevo della storia del Paese.
Scaturita dalle manifestazioni per le irregolarità nei concorsi, negli ultimi mesi la contestazione si è allargata ad altri gruppi di opposizione al governo di Narendra Modi, primo ministro dal 2014, fino a includere i potenti gruppi di agricoltori che già nel 2021 avevano costretto Modi a fare un passo indietro su una controversa liberalizzazione agricola.
Protagonista delle proteste, per lo meno nella prima fase, è il Partito del popolo degli scarafaggi, ispirato a una frase attribuita al presidente della Corte suprema indiana, Surya Kant (e da lui smentita) che, durante un’udienza, avrebbe paragonato alcuni giovani disoccupati a scarafaggi e parassiti. Il movimento è esploso cavalcando il malcontento per le ripetute cancellazioni e le fughe di notizie sui concorsi, porta d’accesso alla classe media per milioni di persone. Una mobilitazione che lo scorso luglio è riuscita a costringere alle dimissioni il ministro dell’Istruzione.
Nelle ultime settimane gli Scarafaggi, insieme ad altri partiti di opposizione e organizzazioni studentesche, hanno alzato il tiro, puntando alle dimissioni del capo della commissione elettorale Gyanesh Kumar, dopo la controversa decisione di rimuovere 130 milioni di nomi dalle liste elettorali. Secondo la Commissione, la rimozione riguarda cittadini deceduti, trasferiti o comunque non aventi diritto al voto e potrà essere oggetto di ricorso da chiunque ritenga di essere stato escluso per errore. Secondo l’opposizione invece, finirà per colpire poveri e minoranze etniche, compresi i musulmani, che non sostengono il partito nazionalista indù (Partito del popolo indiano, o Bjp) di Modi.
Per cercare di fermare le proteste prima che potessero allargarsi, il governo Modi ha dato il via a un’intensa campagna di arresti. Il 10 ottobre le forze dell’ordine hanno fermato più di settemila persone per impedire agli Scarafaggi di riunirsi in un luogo più vicino al parlamento. Il dato, riportato da Press Trust of India e citato da Bloomberg, è di 100 volte superiore rispetto alle proteste di luglio, che avevano costretto il ministro di Modi alle dimissioni. Non sono mancati fermi di alto profilo, come quelli del leader dell’opposizione Rahul Gandhi, fermato dalla polizia durante le manifestazioni, e dei leader studenteschi. Il 10 ottobre la polizia è salita a bordo di un aereo per fermare il fondatore del Partito del popolo degli scarafaggi, Abhijeet Dipke e due altri leader del movimento, prima che potessero sbarcare all’aeroporto di Delhi. Gli altri due, Saurav Das e Ashutosh Ranka, sono stati nuovamente fermati durante un’altra protesta e detenuti in una prigione di Delhi per oltre una settimana. Anche nel caso dell’India, un gruppo di esperti indipendenti delle Nazioni Unite ha chiesto di porre fine all’utilizzo di «forza eccessiva» nella repressione delle proteste, esprimendo preoccupazione per casi segnalati «di violenza sessuale e altre forme di violenza di genere durante le proteste e i relativi arresti». Il governo ha respinto le critiche, definendole «infondate» e «un’inaccettabile ingerenza negli affari interni dell’India».
Modi non ha affrontato direttamente le accuse rivolte alla polizia o il caso delle liste elettorali. Ma come altri suoi colleghi, vede le proteste come un ostacolo per le ambizioni geopolitiche del suo Paese, puntando il dito sul leader del Congresso nazionale indiano, Rahul Gandhi, e i suoi alleati. «Oggi, in un periodo di tale caos globale, l’immagine di un’India forte dovrebbe risplendere in tutto il mondo. Ma alcuni sono determinati a infangare la reputazione dell’India, recandosi all’estero per diffamare il Paese e invocando l’intervento straniero», ha dichiarato Modi, sostenendo che, mentre il mondo è alla ricerca di un «nuovo ordine», alcune persone sognano «il disordine».



