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Non chiamatelo maltempo: l’alluvione in Emilia Romagna è una conseguenza della crisi climatica

Le forti piogge in Emilia-Romagna e nelle Marche hanno provocato allagamenti in varie città. Più di ventimila le persone evacuate, almeno quattordici i morti. Decine di fiumi sono esondati, sommergendo auto, garage e attività commerciali. Si sono registrate più di 305 frane e centinaia di strade sono state interrotte. Chi si è rifugiato sui tetti, nella notte, ha gridato aiuto. Dopo due settimane, è di nuovo allerta meteo in un territorio antropizzato e indurito da mesi di siccità, che non è riuscito ad assorbire quantità significative d’acqua, contribuendo a rendere l’alluvione ancora più distruttiva.

I giornali avrebbero dovuto parlare di cementificazione e crisi climatica, eppure molte testate si sono limitate a bollare la notizia come “maltempo”. Il termine è inesatto perché quello che sta succedendo in Emilia-Romagna è l’ennesimo segnale dell’emergenza climatica e noi, a quanto pare, non siamo ancora preparati ad affrontarla e accettarla. Le alluvioni di questa settimana possono infatti sembrare in contraddizione con l’idea che il cambiamento climatico causi siccità e ondate di caldo, ma non è così. Questo infatti intensifica, accelera e rende più frequenti gli eventi meteo estremi, come piogge torrenziali e dissesti idrogeologici. 

Da anni ci ripetiamo che viviamo in un Paese fragile dal punto di vista idrogeologico, ma ce lo ricordiamo solo in giorni come questi. A causa dell’incuria, dello scarso rispetto per gli equilibri naturali e del rapido e diffuso consumo del suolo naturale, gli argini non reggono. Ogni anno, sempre di più. Questi fenomeni sono già aumentati in Italia nel 2022 provocando centinaia di casi di danni, con una crescita del 19 per cento in relazione al 2021. Negli ultimi trent’anni sono aumentati dell’83 per cento rispetto al 1960-1990 e continueranno a moltiplicarsi se non agiamo sulle cause e non ci adattiamo rapidamente a un Paese sempre meno ospitale. 

Certo, prima andrebbero riconosciute le (nostre) responsabilità. Quella pioggia che restituisce morte non è normale. Non è normale che un fiume esondi in poche ore e che semini terrore e distruzione. Non è normale che strade, case e intere comunità anneghino sotto il peso della mala gestione. Gli scienziati ci avevano avvertiti, seppur ancora oggi troppe persone – anche del mondo politico – banalizzano la connessione tra piogge, siccità e cambiamento climatico. 

Un esempio è il tweet pubblicato in estate dal capogruppo di Fratelli d’Italia al Senato, Lucio Malan, in cui venivano presi in giro i «Gretini secondo i quali la siccità è una prova dei cambiamenti climatici». O ancora, Vittorio Feltri, consigliere regionale in Lombardia per Fratelli d’Italia e direttore del quotidiano Libero (che ha usato spesso lo stesso termine del compagno di partito senatore), che il 17 maggio ha scritto nel suo editoriale le seguenti parole: «Per mesi un sacco di signori portasfiga hanno detto e ripetuto che siamo minacciati dalla siccità. Figuriamoci, oggi l’Italia è a bagnomaria. […] Ho dovuto togliere dall’armadio non solo l’ombrello ma anche l’impermeabile. Altro che siccità. Tra un po’, avanti di questo passo, dovremo venire a nuoto al giornale».

Intanto, nelle prime ore della crisi, il vicepremier e ministro delle Infrastrutture Matteo Salvini si è lasciato andare a un moto di stizza per la sconfitta del Milan nel derby di Champions contro l’Inter sovrapponendo la delusione calcistica alla tragedia dell’Emilia-Romagna sott’acqua: «Cuore e impegno (e telefono che squilla di continuo) dedicati ai cittadini di Emilia e Romagna che lottano con acqua e fango. Un Milan senza cuore, grinta e idee non merita neanche un pensiero». Per poi cancellare il tweet qualche istante dopo.

Invece di nascondere la testa sotto terra, la politica dovrebbe tentare di colpevolizzarsi per aver fatto in modo che si arrivasse a simili disastri e attivarsi per fronteggiare le emergenze climatiche. È ancora possibile evitare alcuni cambiamenti catastrofici del clima.

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