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Vienna: la capitale delle spie che fa impazzire Usa, Ue e Nato

Per arrivare all’angolo tra Mühlgasse e Preßgasse, due vicoli non lontani dal centro di Vienna, bastano pochi minuti a piedi dal Naschmarkt. Partendo dal mercato più famoso della città, superando le centinaia di bancarelle e muovendosi in direzione del Planquadrat-Garten ci si avventura nelle viuzze a senso unico e tra i profumi dei tanti ristoranti etnici che popolano il quartiere circostante: indiani, vietnamiti, cinesi, portoghesi e anche qualche italiano.

Qui sorge un piccolo museo privato dedicato al film del 1949 “Il terzo uomo”, pieno di migliaia di cimeli di quella che è forse la pellicola britannica di maggior successo del XX secolo, ambientata proprio nella capitale austriaca del secondo dopoguerra, occupata per dieci anni dagli Alleati. Ma il film di Carol Reed è forse anche la più importante opera cinematografica di spionaggio a non parlare mai di spie. 

Uno spiantato scrittore statunitense arriva in città in cerca di un amico (interpretato da Orson Welles) per poi scoprire che questi è morto in un incidente d’auto. Malgrado la versione ufficiale, si convince che sia stato assassinato. Tre testimoni hanno assistito al fatto, ma uno sembra scomparso. Così il protagonista si mette sulle tracce del “terzo uomo” e alla fine scopre che l’amico è ancora vivo. Nulla a che fare con l’intelligence, almeno apparentemente.

Lo sceneggiatore del film infatti, Graham Greene, era stato un agente dei servizi britannici del MI6 durante la guerra. Nel corso del servizio in Sierra Leone, aveva conosciuto Kim Philby, il suo supervisore, in seguito rivelatosi un agente doppiogiochista dell’Unione Sovietica. Costui, su cui si dice che Greene abbia basato il personaggio di Orson Welles, aveva vissuto per un periodo a Vienna, sposando nel 1934 Litzi Friedman, membro di spicco del Partito Comunista d’Austria, con cui riuscirà a far fuggire dalla città oppositori politici e attivisti di sinistra dopo la presa del potere dei nazisti e l’Anschluss voluto da Adolf Hitler. Per scappare usarono le fogne, proprio dove si svolge il finale del film del 1949. Una scena iconica, tanto che da qualche anno è stato istituito il “Third Man Tour”, che ripercorre le orme di Orson Welles dalla Riesenrad (la grande ruota panoramica cittadina), ai più antichi canali del sistema fognario viennese costruiti nel 1830, fino al piccolo Museo al numero 25 della Preßgasse, l’unico della città in qualche modo collegato allo spionaggio, grazie al contesto storico descritto dal film, in cui gli Alleati si spiavano a vicenda.

«Qui tutti conoscono “Il Terzo Uomo”», ci spiega il professor Siegfried Beer, docente di storia contemporanea all’Università di Graz e fondatore dell’Austrian Center for Intelligence, Propaganda & Security Studies (Acipss). «I turisti giapponesi spesso affollano il museo e c’è persino una visita guidata delle fogne», mentre il film viene proiettato tutte le settimane al cinema Burgkino. È il “business dello spionaggio”, come lo chiama il professore, che ha plasmato Vienna negli anni del dopoguerra fino a oggi, continuando ad attirare agenti segreti da tutto il mondo.

Predisposizione naturale
La città d’altronde ospita diversi importanti soggetti internazionali, tra cui l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio (Opec), l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea) e altri enti delle Nazioni Unite, dando occasione agli Stati aderenti di camuffare da diplomatici i propri agenti segreti e introdurli nelle varie delegazioni presenti nella capitale, complice anche la predisposizione dell’Austria a chiudere un occhio se le attività svolte non sono dirette contro i suoi interessi nazionali.

Tanto che lo scoppio della guerra in Ucraina ha fatto preoccupare gli altri 26 Stati membri dell’Unione europea, dove in tutto dall’inizio dell’invasione russa sono stati espulsi oltre 400 diplomatici di Mosca accusati di spionaggio, mentre nello stesso periodo Vienna ne ha cacciati soltanto 4. Ma l’intelligence fa parte della storia e quasi del Dna della capitale austriaca. Tre sono i fattori, secondo Beer, che rendono la città un paradiso delle spie: il primo è storico, il secondo è culturale e il terzo è, per così dire, ambientale.

La capitale austriaca, ci ricorda l’esperto, «è sempre stata un luogo in cui si riuniva un gran numero di persone portatrici di segreti e che cercavano di scoprire quelli degli altri». Sin dai tempi di Maria Teresa d’Austria, del Congresso di Vienna e poi dell’Impero Austro-ungarico, la monarchia asburgica governava un coacervo di nazionalità, spesso in competizione o in aperto conflitto le une con le altre.

Poi, prosegue il professore, arrivò la Prima guerra mondiale che spazzò via il grande Stato degli Asburgo e trasformò l’Austria in un piccolo Paese, al centro di tanti intrighi internazionali. Già allora Vienna divenne un centro interessante per le attività di intelligence e lo fu ancora di più dopo il secondo conflitto mondiale e con l’inizio della Guerra fredda.

«Le principali potenze occidentali entrarono in Austria, la occuparono per dieci anni e condussero una guerra di intelligence sul suolo austriaco», spiega Beer. «Poi nel 1955 il Paese tornò indipendente e gli Alleati se ne andarono ma ormai le loro agenzie di spionaggio si erano insediate stabilmente, così Vienna rimase la principale capitale dello spionaggio tra Est e Ovest fino alla fine degli anni Ottanta». Allora l’Austria era stretta tra la Cortina di Ferro a Est e a Sud e i Paesi sconfitti nella Seconda guerra mondiale (Germania e Italia) a Ovest, dove gli Usa mantenevano (e lo fanno ancora oggi) i più numerosi contingenti militari schierati in Europa

Il Paese era neutrale, una politica che cerca di mantenere ancora oggi nonostante il crollo del Muro di Berlino. Anzi, la fine dell’Urss fu una manna per Vienna. «Dal punto di vista economico, i Paesi dell’Est avevano molto da recuperare in tutti i settori: tecnico, finanziario, imprenditoriale», sottolinea il docente. «Allora l’Austria divenne più importante di quanto le sue dimensioni indicassero».

Ma c’è un altro elemento, secondo il docente, quasi culturale che rende Vienna ideale per lo spionaggio. «Riguarda il tipo di persone che sono gli austriaci e in particolare i viennesi», ci confida. «I cittadini della capitale sono socialmente molto abili e lo spionaggio, il sorvegliarsi a vicenda, il parlare male l’uno dell’altro, è una loro specialità, il che significa che sono molto interessati ai lati negativi delle persone e, anche se non ne fanno parte, conoscono bene i meccanismi che regolano la comunità delle spie».

L’ultimo fattore è, per così dire, ambientale. «Una volta, un ufficiale dei servizi segreti cechi mi disse: “La cosa migliore che può capitarti in questo lavoro è essere mandato a Vienna”. Tutti volevano venire qui», ricorda Beer. «Quando gli agenti dei servizi segreti stranieri vengono in Austria, il che di base significa a Vienna, si trovano bene. Tanto che alcune di queste ex spie si ritirano nel nostro Paese e vivono il resto della loro vita nella capitale».

Tutte le cifre
I numeri sono piuttosto rilevanti: «A Vienna operano, realisticamente, tra le 7 e le 8mila spie professioniste, non tutte al servizio di Stati», ci rivela il professore. «Probabilmente, la maggior parte di queste spie lavorano per enti privati, imprese, banche, media, etc». Sono alla ricerca di segreti industriali più che di informazioni vitali per la sicurezza delle nazioni. «Io la chiamo “intelligence privata” ma di fatto nulla è cambiato dalla Guerra fredda. Agli esperti del settore piace fare un gioco: “Qual è la città più importante al mondo quando si parla di spionaggio?”. Forse è Berlino, forse è Bruxelles, o magari Londra o Washington. Vienna non è mai al primo posto ma pur essendo una piccola capitale figura sempre tra le località citate».

Tra i motivi di attrazione c’è il successo economico della città. «Ci sono ragioni politiche, economiche e tecnologiche per cui Vienna è così popolare. È la terza città delle Nazioni Unite dopo Ginevra e New York. Ospita molte aziende che, pur avendo più a che fare con l’Europa dell’Est che con l’Austria, hanno qui la propria sede», rimarca il docente. La disponibilità di tecnologie avanzate è un ulteriore punto a favore che attira spie straniere.

«I migliori servizi segreti vanno al passo con i tempi, anche tecnologicamente: ecco perché l’intelligence digitale che si avvale delle intercettazioni è sempre più importante e perché, da anni, l’agenzia più potente negli Stati Uniti non è più la Cia ma la Nsa», ci spiega Beer. «Questo significa avere installazioni in cima alle ambasciate o apparecchiature speciali in montagna. È un vecchio gioco, che dura ancora oggi. Ma i gadget elettronici costringono i servizi di intelligence a stare al passo con le minacce attuali, che spesso coinvolgono i più giovani». Non a caso, i tetti di ogni edificio e complesso diplomatico a Vienna sono ricoperti di radar, apparecchiature elettroniche e in alcuni casi – come per la rappresentanza russa – di prefabbricati, spesso costruiti negli ultimi mesi, che potrebbero ospitare tecnologie per la sorveglianza elettronica.

Tuttavia, la sicurezza viene prima di tutto. «Vienna è anche un luogo dove le spie si sentono abbastanza sicure, perché le leggi austriache non puniscono lo spionaggio a meno che non danneggi direttamente gli interessi dell’Austria», osserva l’esperto. D’altra parte è la stessa intelligence locale ad aver ammesso il problema: «L’attuale quadro legislativo in vigore in Austria, in particolare le possibilità legali molto limitate per contrastare lo spionaggio e la circoscritta criminalizzazione di tali atti, porta a un numero molto elevato di agenti di intelligence e servizi segreti stranieri nel nostro Paese», ha ammesso la Direzione Generale austriaca per la Pubblica Sicurezza (GDföS) nel rapporto annuale dell’anno scorso.

Così, in Austria, operano agenti cinesi, russi, iraniani, israeliani e sauditi, oltre a statunitensi, britannici e di altri Stati europei. Una situazione allarmante per l’Ue, soprattutto visti gli scandali che hanno coinvolto le agenzie locali austriache.

Compromessi?
Il problema era così sentito dalle cancellerie europee e non solo che, negli scorsi anni, il vecchio servizio di intelligence civile austriaco BVT era stato di fatto escluso dalla condivisione delle informazioni con le altre agenzie degli Stati Ue. Nel 2017, il capo dell’antiterrorismo Peter Gridling era stato sospeso dal servizio. Nel 2019, l’agenzia BVT era stata coinvolta nello scandalo politico-finanziario-spionistico dell’azienda di pagamenti bavarese Wirecard. L’anno successivo, il servizio era stato accusato di non aver agito contro un gruppo di estremisti islamici pur avendo ricevuto informazioni sugli attentati di Vienna del 2020 dall’intelligence slovena. Nel 2021 poi, alcuni dipendenti della BVT erano stati sottoposti a perquisizioni della polizia perché sospettati di aver trasmesso informazioni riservate ad alcuni politici.

Tutto questo ha spinto le autorità a una riforma del sistema che, alla fine del 2021, ha portato alla sostituzione della BVT con la nuova Direzione per la sicurezza e l’intelligence dello Stato (DSN). Ma i problemi e gli scandali non sono finiti, tanto che nel luglio dello scorso anno le autorità austriache hanno arrestato Egisto Ott, un ex funzionario dei servizi di sicurezza che gestiva agenti sotto copertura, perché sospettato di aver venduto segreti di Stato alla Russia.

«L’Austria ha tre servizi, ma sono totalmente sotto finanziati. Hanno poco personale e dipendono dalla collaborazione delle agenzie più potenti», ci spiega Beer. «Se volete che i grandi servizi collaborino con voi, dovete cercare di servire anche i loro interessi. Non si ottiene nulla per nulla, come si suol dire. E così i servizi austriaci hanno avuto problemi negli ultimi tempi, in particolare il servizio civile, che prima si chiamava BVT e ora è stato riformato in DSN».

Ora però una nuova generazione guida i servizi locali. «Il nuovo direttore del DSN ha poco più di 40 anni, non ha molta esperienza nell’intelligence ma a volte questo è un vantaggio», sottolinea l’esperto. Si chiama Omar Haijawi-Pirchner, è nato in Austria ma è figlio di un medico giordano rifugiato nel Paese e di un’infermiera austriaca. «Quando la Svizzera ha riformato i servizi, creando un’unica grande agenzia, non l’ha affidata a un’ex spia ma a un esperto di finanza e questo ha avuto un grande successo nei primi dieci anni. Il ricambio generazionale porta nuovi metodi e un modo di pensare diverso».

Lo stesso Haijawi-Pirchner però, non più tardi di maggio, ha ammesso che il DSN non ha quasi alcun potere di intercettazione e che la legge per arginare lo spionaggio contro obiettivi non austriaci «necessita di un adattamento». «Il problema legale resta», rimarca Beer. «Quando si viene scoperti, allora si agisce, ma si sorveglia più di quanto si intervenga. Si cerca di contenere e monitorare i sospetti, ma non si agisce con decisione. Ecco perché solo 4 spie russe sono state espulse dall’Austria, rispetto alle 50 trovate in Germania».

Ed è proprio questo il punto che sta più a cuore all’Ue: contrastare la capacità di penetrazione russa, soprattutto dopo l’invasione dell’Ucraina. «Di fronte alla guerra, il governo austriaco ha giocato diverse carte e una di queste è quella della neutralità.

Malgrado questo però, i Paesi che sostengono militarmente l’Ucraina e che inviano armi a Kiev usano regolarmente il territorio austriaco per spedire le forniture necessarie verso il confine», afferma il professore. «Quindi la neutralità è utile, per un verso, per restare fuori dai guai, ma è ignorata in altri ambiti e dal punto di vista economico, finanziario e industriale. L’Austria ha investito così tanti capitali, per un piccolo Paese, negli Stati ex comunisti, e naturalmente anche in Russia, che questi legami commerciali sono diventati un punto fermo dell’economia austriaca. Senza scambi bilaterali con Mosca, il Paese andrebbe in rovina, quindi le imprese e le banche cercano di trovare un modo per imporre le sanzioni, ma allo stesso tempo garantire i propri interessi nel settore in cui operano».

Certo, sottolinea Beer, ci sono organizzazioni che continuano gli affari come prima e «fanno il doppio e il triplo gioco» e per questo Vienna subisce «critiche da Gran Bretagna e Francia e persino da Germania e Italia». «Ma è una questione di interessi nazionali. Gli austriaci sono particolarmente abili in questo gioco e lo sfruttano per mantenere il proprio benessere. Cent’anni fa eravamo uno Stato fallito, ora l’Austria è tra i Paesi più ricchi». È “il business dello spionaggio”, bellezza.

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