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Niger, il golpe destabilizza il Sahel e l’Occidente. Ma l’intervento militare non piace (quasi) a nessuno

La sera del 26 luglio scorso, mentre il colonnello dell’aeronautica Amadou Abdouramane annunciava a Télé Sahel la deposizione del presidente nigerino Mohamed Bazoum e la costituzione di una giunta militare da allora al potere a Niamey, in tv c’erano anche due personaggi che conoscono bene l’Italia o almeno le nostre forze armate schierate in Niger.

In silenzio, tra gli otto militari in piedi alle spalle di Abdouramane, figuravano infatti anche il colonnello Ahmed Sidian, vicecapo della Guardia nazionale nigerina, e il colonnello Sidi Mohammed, comandante dei Vigili del Fuoco, entrambi coinvolti nelle attività della Missione bilaterale di supporto nella Repubblica del Niger (Misin) e oggi membri della giunta golpista.

Il primo, una volta uomo di fiducia dell’ex premier Brigi Rafini, presenziò nell’ottobre scorso alla cerimonia di chiusura di due corsi tenuti dai Carabinieri presso gli istituti di formazione della Gendarmeria e della Guardia nazionale nigerine. Allora, a meno di quattro mesi dalla sua nomina a comandante in seconda firmata proprio da Bazoum, Sidian ringraziò «sentitamente l’Italia e in particolare la Misin e i suoi istruttori per l’eccezionale contributo che le Forze Armate italiane forniscono al comparto Difesa e Sicurezza della Repubblica del Niger».

Il comandante dei Vigili del Fuoco Sidi Mohammed invece, dall’ottobre 2021 al gennaio 2023, ha partecipato a diversi progetti di cooperazione e a ben quattro cerimonie di consegna di mezzi, attrezzature e materiali donati dall’Italia. Nell’ultimo incontro, alla presenza dell’ambasciatrice Emilia Gatto, ringraziò «la Misin per le molteplici iniziative che ha condotto in supporto alla popolazione» ed espresso «riconoscenza al Governo italiano che, attraverso i suoi militari impiegati (…) ha sempre dimostrato vicinanza e sensibilità nei confronti dei cittadini nigerini». Rapporti che nulla hanno a che vedere con il golpe ma che mostrano quanto il Niger e i suoi militari siano centrali per la strategia dell’Italia in Africa.

Il principale obiettivo di Roma è sempre lo stesso: contenere l’afflusso di migranti verso le nostre coste, contrastando i trafficanti di esseri umani lungo il percorso diretto nel nostro Paese. In questo senso, il Niger rappresenta un crocevia verso il Mediterraneo. Circondato da zone di aperto o latente conflitto a causa delle insurrezioni jihadiste e della presenza di gruppi armati operanti nelle vicine Nigeria, Libia, Ciad, Algeria, Burkina Faso e Mali, Niamey ha sfruttato gli aiuti offerti da Usa, Francia, Italia e altre potenze, presentandosi come avamposto strategico nella regione, soprattutto dopo i golpe militari avvenuti a Bamako e Ouagadougou.

Così, in cambio di finanziamenti e del sostegno internazionale, il governo di Mahamadou Issoufou prima e quello di Mohammed Bazoum poi hanno concesso a questi Paesi l’apertura di diverse basi militari e accettato di collaborare con l’Europa per fermare i migranti prima che raggiungano la frontiera libica. Il Niger è diventato così un Paese chiave per le politiche di esternalizzazione del controllo delle frontiere, tanto è vero che Niamey è stata la prima capitale africana ad essere scelta dall’agenzia europea Frontex, nel novembre 2018, come “Centro di analisi dei rischi” al di fuori del Vecchio Continente.

Armi e immigrazione
Non a caso, la “Base Nazionale” italiana all’interno dell’aeroporto di Niamey era stata concepita come hub per proiettare la nostra capacità di intervento in tutta la regione: dalla Libia, al Mali, alla Mauritania fino al porto di riferimento a Cotonou, in Benin. Ma il primo obiettivo della Misin, una delle missioni con più uomini schierati in Africa dall’Italia, è la formazione del personale locale. 

Da quando è arrivata in Niger ha addestrato oltre 10mila militari delle forze armate e di sicurezza locali, compresi paracadutisti e altre unità speciali e non ci è costato poco. L’Italia infatti resta impegnata in ben due missioni militari e una civile nel Paese africano: la già citata Misin, comandata da pochi mesi dal generale di brigata aerea Nadir Ruzzon e coordinata dal Comando Operativo di Vertice Interforze (Covi) del generale Francesco Paolo Figliuolo, e la neo-istituita Missione di partenariato militare dell’Unione europea in Niger (Eumpm-Niger), guidata dal colonnello dell’esercito Antonio D’Agostino.

Per la missione bilaterale Misin, annunciata dal Governo Gentiloni nel 2017 e autorizzata dal Parlamento a partire dall’anno successivo, nel 2023 era previsto lo schieramento fino a 500 nostri militari (finora sono stati 350, di cui 65 già rimpatriati) oltre a 100 mezzi terrestri e 5 aerei, mentre nell’ambito dell’Eumpm-Niger dovevano essere impegnati un totale di 20 nostri soldati.

A queste due missioni si aggiunge poi la European Union Capacity Building Mission in Niger (Eucap Sahel Niger) – di tipo civile, attiva dal 2017 e da quest’anno guidata dalla tedesca Katja Dominik – che per il 2023 avrebbe impiegato nel Paese africano fino a 15 funzionari italiani. In totale, secondo i documenti pubblicati dalla Camera dei Deputati in occasione delle annuali autorizzazioni alle missioni all’estero, dal 2017 l’Italia ha stanziato oltre 265 milioni e 653mila euro per contribuire a queste tre iniziative. Il grosso degli stanziamenti, inutile dirlo, è assorbito dalla Misin, costata in quasi sei anni (dal 2018) oltre 261,5 milioni, a fronte dei poco più di 3,1 milioni spesi dal 2017 per l’Eucap Sahel Niger e dei circa 939mila euro stanziati quest’anno per l’Eumpm-Niger.

Parte di questi fondi hanno finanziato anche iniziative di cooperazione in ambito sanitario, di soccorso antincendio e scolastico, con cui Roma ha regalato alle autorità nigerine decine di tonnellate di farmaci, oltre ad ambulanze, vetture di soccorso e altri materiali. In più, l’Italia ha donato anche una serie di mezzi militari ai colleghi africani, compresi due elicotteri Ab-412 dismessi dalla Guardia di Finanza. 

Le armi sono infatti una parte importante del rapporto tra i due Paesi, anche se non sempre si è trattato (come nel caso degli elicotteri) di materiale di prima scelta. Come nel 2021, quando il ministero della Difesa ottenne parere favorevole dal Parlamento a cedere «a titolo gratuito» al Niger 250 giubbetti antiproiettile, 250 elmetti in kevlar, 10 caschi balistici e 8 tute antiframmento corredate da 2 kit corazzati e 10 contenitori. Tutti materiali «obsoleti per cause tecniche».

Ben altro affare invece riguarda l’Agenzia Industrie Difesa (Aid), a cui quest’anno la Commissione europea ha affidato l’attuazione delle attività di sostegno comunitarie alle forze armate nigerine. Questa nuova misura di assistenza, per il momento sospesa, vale intorno ai 40 milioni di euro e doveva svolgersi in collaborazione con la Missione di partenariato militare dell’Ue in Niger (Eumpm-Niger) nel quadro dello European Peace Facility (Epf), un fondo off-budget, cioè non finanziato con risorse comunitarie, nato nel marzo del 2021 con l’intento di «prevenire i conflitti, costruire la pace e rafforzare la sicurezza internazionale», specie in Africa.

Guerra al terrorismo
L’interesse primario dell’Ue e soprattutto degli Usa concerne la lotta ai gruppi jihadisti che vi operano da anni e la stabilità minacciata dai numerosi golpe intervenuti in questi Paesi, per ultimo quello del 26 luglio guidato dal generale nigerino Abdourahamane Tchiani. Certo non è la prima volta. Dall’indipendenza dalla Francia nel 1960, il Niger ha subito quattro colpi di Stato: nel 1974, 1996, 1999 e 2010, vivendo per 23 anni sotto dittatura.

Soltanto nel 2021, dopo l’elezione di Bazoum, era riuscita per la prima volta una transizione pacifica da un’amministrazione alla successiva ma anche allora alcuni militari tentarono un colpo di mano subito sventato, ironicamente proprio dalla Guardia presidenziale che a fine luglio ha preso il potere. Malgrado ciò tutti i governi nigerini hanno continuato a investire nel settore militare, che riveste un’importanza politica non indifferente.

Tutto questo è dovuto in primis all’instabilità della regione e in secondo luogo alle divisioni etniche interne a ciascuno di questi Stati. Come i vicini Mali e Burkina Faso, da anni il Paese si trova infatti ad affrontare l’insurrezionalismo etnico – in particolare della minoranza Tuareg, spesso discriminata – e il terrorismo di matrice jihadista. In questo senso, l’esercito è fondamentale sia per contrastare l’eversione che per tenere unito lo Stato. Il Paese è un mosaico di etnie: qui gli Hausa costituiscono il gruppo più numeroso contando oltre metà della popolazione, seguiti da Zarma-Songhai (più del 20%), Tuareg (oltre il 10%), Fulani-Peul (circa il 5%) e altri. Come certifica una ricerca dell’Africa Center, le nomine degli ufficiali in Niger avvengono ancora per lo più su base etnica: basti pensare che le forze armate locali contano un generale ogni 600 soldati, mentre la media nei Paesi Nato è di un comandante (spesso un semplice colonnello) ogni tremila uomini.

D’altronde il Niger deve contrastare la violenza di ben tre organizzazioni jihadiste attive in Africa occidentale: il Gruppo di Sostegno all’Islam e ai musulmani, nato nel 2017 dalla fusione di una galassia di milizie salafite precedentemente legate ad al-Qaeda e operante soprattutto in Mali; il sedicente Stato islamico nel Grande Sahara, attivo dal 2016 soprattutto in Burkina Faso e nella provincia occidentale nigerina di Tillabéri, dove tra gennaio e marzo 2021 furono uccise 137 persone in una serie di attacchi nei distretti di Banibangou e Mangaize; e Boko Haram, presente soprattutto in Nigeria e intorno al lago Ciad.

Per questo, nel 2019 gli Usa hanno inaugurato nei pressi di Agadez, nel nord del Paese africano, la Air Base 201. Costata in tutto 110 milioni di dollari più un’altra ventina ogni anno per mantenerla aperta, l’AB201 (com’è conosciuta in codice) funge da hub di sorveglianza nel Sahel, ospita un centro della US Space Force che gestisce le comunicazioni satellitari, un distaccamento dell’aeronautica per le missioni speciali e una flotta di droni armati, compresi i micidiali Reaper MQ-9. In tutto, finora, sono stati un migliaio i militari statunitensi impiegati nel Paese.

Ma il contingente più numeroso resta quello francese. Parigi schierava infatti fino a 1.500 soldati, impegnati soprattutto in missioni anti-terrorismo. Questi numeri sono cresciuti a partire dallo scorso anno quando, a seguito del golpe militare in Mali del maggio 2021, le truppe d’Oltralpe hanno dovuto ripiegare in Niger, dove a gennaio è arrivata anche la Saber Force, l’unità speciale che da 15 anni operava a Ouagadougou, capitale del Burkina Faso, dove tra gennaio e settembre 2022 si sono susseguiti ben due colpi di Stato militari. La Francia però ha anche altre ragioni per mantenere la propria presenza sul campo, in primis economiche.

Parigi può attendere?
Nonostante due nigerini su cinque vivano con meno di 2 euro al giorno, il Paese africano possiede ingenti miniere di oro e uranio e giacimenti di petrolio. Il metallo giallo è il prodotto più esportato del Niger, che nel 2021 ha ricavato 2,7 miliardi di dollari dal commercio aurifero, condotto soprattutto con Emirati Arabi Uniti, Sudafrica e Turchia.

Ma è decisamente l’uranio a cui la Francia è più interessata. Il Niger infatti è il settimo produttore mondiale e la qualità del materiale estratto dalle sue miniere è la più elevata dell’Africa: l’anno scorso, secondo la World Nuclear Association, ha prodotto 2.020 tonnellate di uranio, pari al 5% della produzione mondiale. Non a caso, il Paese è uno dei principali esportatori in Europa, specie Oltralpe.

Negli ultimi vent’anni, Niamey è stato il terzo fornitore di uranio della Francia dopo Kazakistan e Australia: secondo Euratom, dal 2005 Parigi ha importato dal Niger il 19% del suo fabbisogno. D’altronde, rispetto ad altri Stati africani, sono poche le aziende francesi presenti nel Paese ma la più importante è un peso massimo: Orano, la partecipata statale che una volta si chiamava Areva. Qui il gruppo impiega quasi 900 persone, per lo più cittadini nigerini. Da quasi mezzo secolo, l’azienda gestisce due siti: Somair, aperto nel 1971 e operato attraverso la Air Mining Company, e Cominak, inaugurato nel 1978, gestito fino al 2021 con l’Akouta Mining Co. e oggi in riqualificazione. Il gruppo transalpino è interessato poi a una terza miniera a Imouraren, dove si stimano depositi per 174mila tonnellate e una vita utile di oltre 40 anni.

Non sorprende allora come, più che per le proteste contro la presenza militare francese, il presidente Emmanuel Macron sia irritato dall’annuncio del possibile blocco all’export di uranio verso Parigi, che sostiene di non aver bisogno di ulteriori forniture per le sue centrali nucleari. Per ora.

Timori cinesi e non solo
L’Eliseo però non è l’unico preoccupato, anche la Cina teme ripercussioni economiche dalla destabilizzazione di Niamey. Nel 2008, l’azienda statale PetroChina ha cominciato a sviluppare il giacimento petrolifero di Agadem, 1.600 chilometri a est di Niamey, con riserve stimate in 650 milioni di barili. Nel 2021 poi la China National Petroleum Corporation (Cnpc) ha avviato la costruzione di un oleodotto che collegherà il giacimento nigerino a Port Seme, in Benin. Una volta realizzata, l’opera sarà lunga circa 1950 chilometri (1275 in Niger e 675 in Benin) e prevederà nove stazioni di pompaggio. Il 75% dell’infrastruttura è stata già completata, mentre i primi carichi dovrebbero essere esportati a partire dal quarto trimestre di quest’anno.

Il progetto da 4 miliardi di dollari è strategico per il Niger che, alla fine dei lavori, potrà vendere all’estero fino a 90mila barili di greggio al giorno, soltanto nella prima fase. Ma è solo l’inizio: lo step successivo prevede di portare la produzione di petrolio a oltre 40 milioni di barili all’anno. Ai prezzi attuali questo comporterebbe una crescita del Pil nazionale del 24% e delle esportazioni del 68% entro il 2025.

Oltre a Pechino, anche il Regno Unito è preoccupato. Al progetto partecipa la britannica Savannah Energy, impegnata non solo nel settore petrolifero ma anche nelle rinnovabili. A maggio, la società quotata a Londra ha firmato un accordo con il governo nigerino per sviluppare due impianti fotovoltaici da 200 megawatt complessivi oltre a un’intesa per un parco eolico da 250 megawatt da realizzare nella regione meridionale di Tahoua. L’azienda prevede di cominciare a generare energia a partire dal 2026, aumentando del 60% l’immissione di corrente elettrica nella rete nigerina. 

La questione energetica è fondamentale anche per l’Ue, vista la firma dell’accordo tra Nigeria, Niger e Algeria per realizzare il gasdotto transahariano, un progetto da 13 miliardi di dollari, che lungo i suoi 4.128 chilometri dovrebbe trasportare fino a 30 miliardi di metri cubi di gas naturale all’anno verso l’Europa. Tuttavia il golpe rischia di rallentare tutto.

Pochi amici
Non tutti però temono il colpo di mano in Niger, anzi. Malgrado le accuse di Bazoum sull’allargamento dell’influenza russa nel Sahel, il Cremlino si è detto preoccupato dalla situazione a Niamey, con cui ha un accordo di cooperazione militare dal 2017, chiedendo l’immediato rilascio del presidente legittimo. Il capo del gruppo Wagner Yevgeny Prigozhin, che a fine giugno ha guidato un “ammutinamento” contro Mosca, ha invece celebrato i golpisti che, attraverso la giunta militare al potere in Mali, hanno chiesto aiuto ai mercenari russi per contenere un possibile intervento dei Paesi vicini, caldeggiato soprattutto dalla Nigeria, che ha tagliato le forniture di elettricità al Niger.

Il presidente nigeriano Bola Tinubu, in carica dal maggio scorso, è infatti in prima fila per il ripristino del governo legittimo di Bazoum, forse nella segreta speranza di ottenere finanziamenti e armi da Usa e Ue per il suo esercito «impreparato e mal equipaggiato», come è stato descritto nei corridoi del Senato di Abuja, che ha negato l’autorizzazione all’intervento militare prima della scadenza dell’ultimatum della Comunità economica degli Stati dell’Africa occidentale (Ecowas) del 6 agosto. Azione a cui si è detta contraria anche l’Algeria, secondo cui un’operazione simile non farebbe altro che incendiare il Sahel.

I governi golpisti saliti al potere negli scorsi tre anni nei vicini Mali e Burkina Faso (oltre alla Guinea) appoggiano infatti la giunta militare e hanno annunciato che «qualsiasi intervento militare contro il Niger equivarrebbe a una dichiarazione di guerra» contro di loro. Intanto però l’Ecowas ha già imposto sanzioni contro Niamey che, oltre ai suoi vicini, si ritrova contro Usa, Cina, Europa e persino (almeno a parole) la Russia. Insomma, un golpe e un possibile intervento militare che non convengono (quasi) a nessuno.

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