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Ansia, depressione, psicofarmaci: perché gli adolescenti stanno male

«Solo quando mi taglio si accorgono che io esisto. Tagliandomi finalmente riesco a circoscrivere il dolore che provo dentro. E, circoscrivendolo, riesco a controllarlo», confida Camilla al suo psicoterapeuta.

Camilla, 16 anni, è una delle centinaia di migliaia di adolescenti che esprimono la propria sofferenza interiore attraverso gesti di autolesionismo. Lo fa di nascosto. Sceglie di puntare la lama su zone del proprio corpo che solitamente sono coperte dai vestiti, quasi a voler mantenere all’interno di una sfera intima il suo silenzioso grido di dolore.

Altri, invece, si tagliano sulle braccia o addirittura sul volto: loro, al contrario di lei, lo fanno per richiamare l’attenzione all’esterno. 

A scatenare i gesti di autolesionismo sono generalmente due molle: da un lato, il bisogno di comunicare (anche solo a se stessi) il proprio malessere; dall’altro, il tentativo di lenirlo attraverso il dolore fisico.

Secondo uno studio internazionale pubblicato sul Journal of Child Psychology and Psychiatry, in Europa oltre un quarto degli adolescenti (il 27,6%, età media 14 anni) mette in atto comportamenti autolesivi occasionali o ripetuti nel tempo. E in Italia il fenomeno riguarda circa il 20% dei ragazzi: un dato spaventoso.

La storia di Camilla è una delle tante raccolte nel libro “Adolescenti e disturbi dell’umore” (Il Mulino), scritto da Gabriele Sani, professore ordinario di Psichiatria dell’Università Cattolica del Sacro Cuore e direttore dell’unità operativa di Psichiatria del Policlinico Gemelli di Roma.

«Tutti i pronto soccorso pediatrici d’Italia, compreso il nostro al Gemelli, hanno registrato un aumento di almeno tre volte degli accessi per situazioni pediatriche importanti, tra cui in primis l’autolesionismo», racconta il medico a TPI. «Ragazzi che si tagliano, si spengono le sigarette sulle braccia, si procurano dolore in assenza di un’intenzione suicida: i numeri sono di una vera e propria epidemia di richiesta di salute psichica in tutta la popolazione italiana, ma soprattutto in quella degli adolescenti».

L’impatto del Covid
La situazione è esplosa dopo l’uscita dai lockdown per la pandemia, ma secondo il professor Sani l’era del Covid-19 ha solo «scoperchiato un problema pre-esistente ma fino a quel momento sottostimato». E l’allarme non riguarda certo solo i casi di autolesionismo. 

Un sondaggio svolto quest’anno a livello globale dalla società di ricerche Gwi ha fatto emergere che nella Generazione Z (che comprende i nati fra il 1997 e il 2012) uno su tre sente di soffrire d’ansia e vorrebbe aiuto. A novembre 2021 l’Organizzazione mondiale della Sanità ha pubblicato una ricerca secondo cui un adolescente su sette soffre di un disturbo mentale, con in prima fila ansia, depressione e disturbi comportamentali e alimentari.

L’Unicef ci dice che il suicidio è la seconda causa di morte tra i 15 e i 24 anni. E ancora: secondo uno studio diffuso lo scorso gennaio dal Consiglio nazionale delle Ricerche di Pisa, in Italia quasi 300mila studenti delle scuole medie superiori, pari al 10,8% dei 15-19enni, hanno assunto psicofarmaci senza prescrizione medica nel corso del 2022. Il dato, che aveva raggiunto la sua punta massima nel 2017 (11,3%) per poi scendere fino al 6,6% nel 2021, è quasi raddoppiato.

«Da parte dei ragazzi c’è una continua richiesta di aiuto: si sentono soli, non compresi, inadeguati, senza futuro. Queste – riferisce il professor Sani – sono le emozioni che esprimono: senso di solitudine, senso di mancanza di appartenenza a questo mondo e di prospettive per il futuro».

«Ciò – prosegue lo psichiatra – rispecchia del resto le sofferenze della società tutta in questo momento. Stiamo vivendo a livello globale una enorme incertezza. E la pandemia ha senz’altro contribuito: la caratteristica principale di quel periodo, soprattutto nella prima fase, è stata appunto l’enorme incertezza per il futuro, si viveva alla giornata senza sapere cosa sarebbe accaduto l’indomani. E soprattutto quelli sono stati lunghi mesi di disgregazione relazionale, che in un’età fondamentale per lo sviluppo psicofisico, come quella dell’adolescenza, è un aspetto fondamentale».

Gabriele ha cominciato a soffrire di depressione dopo le scuole medie. Triste, apatico, angosciato, a 16 anni è diventato un paziente del professor Sani, che – come raccontato nel suo libro – gli ha prescritto una terapia con sali di litio. Il ragazzo ha iniziato a stare meglio e per due anni – sempre sotto terapia – è stato bene. Poi, però, qualcosa è successo.

Verso la fine dell’anno scolastico, Gabriele ha interrotto la terapia senza dir niente a nessuno. E dopo l’estate, trascorsa fra Grecia, Toscana e Sardegna, ha sentito che la depressione stava per riappropriarsi di lui. Finché una mattina di settembre ha deciso di togliersi la vita.

Al Bambin Gesù di Roma, il più grande ospedale pediatrico d’Europa, nel biennio 2018-2019 erano stati registrati 369 accessi per ideazione suicidaria o tentato suicidio; con l’arrivo del Covid, nel biennio 2020-2021, gli accessi di questo tipo sono aumentati a 649, vale a dire quasi uno al giorno, per un incremento del 75%.

Il pronto soccorso dell’ospedale nel 2011 aveva gestito 155 consulenze neuropsichiatriche su minorenni; nel 2021 le consulenze sono state 1.824: fra queste, i casi di ideazione suicidaria, tentativo di suicidio e comportamenti autolesivi nei giovani tra i 9 e i 17 anni sono aumentati di 40 volte. E l’età media di chi prova a togliersi la vita è di circa 15 anni.

Fattori scatenanti
Ma da dove nasce questo malessere profondo in così tanti adolescenti? «I fattori sono tanti», risponde il professor Sani. «In primis direi sicuramente l’incertezza per il futuro, favorita anche da tutte le crisi che abbiamo avuto negli ultimi anni a livello globale, di carattere finanziario, sanitario, geopolitico. Ma incide molto anche condurre una vita frenetica, focalizzata al raggiungimento di risultati e di performance sempre più elevate e difficili da raggiungere. Questo stile di vita, fra l’altro, spesso è accompagnato da una riduzione delle ore di sonno, che già di suo può comportare un aggravamento del benessere psichico. Un peso enorme, poi, come accennato prima, lo ha la disgregazione sociale, in particolare delle famiglie, tipica di questa epoca. E poi non si può non ricordare l’abuso di alcol e di sostanze, che sta diventando sempre più massiccio e sempre più precoce: vediamo ragazzi che già a 11 o 12 anni iniziano ad assumere alcol o droghe leggere».

«Questi sono fattori che favoriscono l’insorgenza di disagio psicologico – prosegue lo psichiatra – ma alla base di una patologia psichiatrica c’è sempre una predisposizione genetica».

Il professionista “assolve” invece social network e videogiochi, spesso additati come responsabili della chiusura sociale che porta molti giovani a chiudersi in casa e non uscire più (il fenomeno degli “hikikomori”). «Le nuove forme di comunicazione digitale ormai sono parte integrante della nostra società e saranno sempre più importanti nella nostra vita quotidiana: è un’evoluzione, giusta o sbagliata che sia, con cui dobbiamo fare i conti», taglia corto il professor Sani.

«Spesso si addebitano problemi di dipendenze o di grave disagio psichico a questi strumenti virtuali, ma si tratta appunto di strumenti: più che essere elementi causali sono il mezzo attraverso cui il ragazzo o la ragazza manifesta il proprio disagio. Addebitare a loro tutta la responsabilità per questo disagio mi sembra una visione semplicistica». «In questo momento storico – conclude il medico – siamo tutti iperconnessi: il confine tra il virtuale e il reale è sempre più sottile e probabilmente lo sarà sempre di più».

Guarire si può
Carla era sempre stata una bambina allegra, estroversa, piena di amiche e di amici, appassionata di nuoto. Poi, quasi all’improvviso, durante l’adolescenza, ha scoperto di soffrire di disturbo depressivo maggiore. Nel suo libro il professor Sani ricostruisce la storia della ragazza. 

Un mattino, all’inizio del secondo anno di liceo, Carla non si alza dal letto: «Sto male, ho mal di testa». Qualche mese prima si era lasciata con il suo ragazzo. Sembra una normale crisi d’amore, solo che quel mal di testa non accenna a passare: la giovane lascia il proprio letto solo per mangiare – poco – e occuparsi – poco – della sua cura personale. I genitori le fanno fare degli esami neurologici, che però danno esito negativo.

Verso la fine di novembre la situazione va migliorando, quel brutto periodo sembra alle spalle. Ma l’anno seguente, in vista di un importante compito in classe di latino, Carla si sente male e si richiude in casa. I genitori decidono di rivolgersi a un neuropsichiatra infantile: la diagnosi è depressione, inizia una psicoterapia familiare e individuale.

A dicembre la ragazza torna a scuola ma durante le vacanze natalizie non riesce a studiare («Ogni volta che cercavo di aprire un libro mi veniva l’ansia») e a gennaio si richiude in casa. Comincia una terapia con antidepressivi serotoninergici, ma Carla si sente più fiacca e «distaccata dal mondo».

Dopo circa due mesi e un paio di cambi di terapia, comincia a stare meglio. Ormai però è tardi per recuperare la scuola e così – d’accordo con i genitori e medici – decide di rinunciare all’anno scolastico. In estate torna a essere la solita Carla: allegra, aperta, serena. Ma a fine ottobre ripiomba nel baratro. Ed è a quel punto che incontra il professor Sani.

Il disturbo depressivo maggiore colpisce sino al 10% della popolazione e spesso inizia a manifestarsi durante l’adolescenza. Questo disturbo è diagnosticato quando ricorrono almeno cinque di queste nove situazioni: umore depresso; marcata diminuzione di interesse o piacere per tutte, o quasi tutte, le attività per la maggior parte del giorno; significativa perdita (o aumento) di peso; insonnia o ipersonnia; agitazione o rallentamento psicomotori; mancanza di energia; sentimenti di autosvalutazione o di colpa eccessivi o inappropriati; ridotta capacità di pensare o concentrarsi o indecisione; pensieri ricorrenti di morte. 

«Ogni ragazzo e ogni persona – spiega il professor Sani – ha la propria storia. Noi affrontiamo il problema in maniera categoriale, ma senza mai dimenticare che ogni singolo paziente ha il proprio sviluppo psico-patologico, la propria sintomatologia e deve trovare la propria terapia personalizzata il più possibile con un approccio sartoriale».

«Ciò che mi preme sottolineare – prosegue lo psichiatra – è che questi tipi di patologie si possono affrontare e si possono risolvere in maniera completa, a patto che vengano affrontati per quello che sono: delle patologie, cioè, che hanno una soluzione dopo un approfondito inquadramento diagnostico e che richiedono di fare la propria parte sotto la direzione di persone che si occupano di questi problemi».

Il ruolo degli adulti
Lo scorso giugno la onlus Con i Bambini ha reso noti i risultati di un sondaggio intitolato “Come stai?”, svolto a livello nazionale in collaborazione con l’istituto Demopolis. Dall’indagine è emerso che il 54% dei minorenni e il 46% dei maggiorenni ritiene che gli adulti non capiscano i ragazzi (solo il 15% dei giovani e il 39% degli adulti pensa il contrario, gli altri «non sanno»).

Tra vecchie e nuove generazioni, insomma, sembra esserci un muro di incomunicabilità. In particolare, i ragazzi rimproverano agli adulti di non rendersi conto che «viviamo in un periodo storico diverso da quello in cui sono cresciuti loro» (lo fa notare il 62% degli intervistati), ma anche di non comprendere i pensieri e le idee dei giovani (46%) né il loro rapporto con la Rete e i social network (41%). 

D’altro canto, il 52% dei genitori che hanno figli tra i 6 e i 17 anni ammette di essere talvolta distratto, il 32% di essere spesso fuori casa e il 29% di fare effettivamente troppi paragoni con il tempo passato. 

Solo un adolescente su tre si sente ascoltato dagli adulti che lo circondano in famiglia, a scuola o nel tempo libero, mentre il 38% avverte la loro fiducia e il 37% li vede «sempre presenti». 

Otto giovani su dieci si ritengono insoddisfatti della propria situazione economica famigliare. La famiglia è un aspetto importante della vita per il 90% dei ragazzi, seguita dall’amicizia (86%), da passioni e interessi (72%) e dall’amore (71%). 

La domanda allora è: cosa possono fare gli adulti per placare il disagio degli adolescenti? «Tanto per cominciare, esserci. Essere presenti», dice il professor Sani. «Può sembrare banale, ma non lo è. Esserci non significa che papà e mamma, dopo aver finito di lavorare, cenano insieme al figlio e gli concedono un’ora di tempo per conversare. Perché magari quel momento della giornata non è “tempo buono” per il figlio».

«I nostri giovani – continua lo psichiatra – si devono sentire pronti e accolti. Devono avere la possibilità di aprirsi, ma siamo noi adulti che dobbiamo accordarci con i loro tempi di maturazione, non viceversa. Bisogna esserci nella modalità che meglio consenta al giovane di acquistare fiducia e di aprirsi con noi». 

Punto secondo: «Occorre avere un atteggiamento non giudicante, ma di accoglienza. Troppo spesso il genitore affronta il problema del disagio psichico del giovane in maniera pregiudiziale: “Non c’è niente, è solo una crisi adolescenziale”, oppure “È un capriccio, datti da fare, non hai voglia di fare niente”. Allo stesso tempo, però – chiarisce l’esperto – bisogna anche evitare atteggiamenti di eccessiva ansia o paura, per cui nel momento in cui sappiamo che il giovane sta male non gli diamo più la possibilità di far nulla: non lo lasciamo uscire di casa con gli amici, lo priviamo dei suoi spazi. Entrambi questi tipi di atteggiamento, di esagerazione da una parte e dall’altra, devono essere controllati. Bisogna essere aperti alla richiesta di aiuto, senza pregiudizio e senza paura. Eliminando quello stigma che porta a interpretare la richiesta di aiuto a psichiatri o psicologi come un elemento di debolezza, o di vergogna perché si pensa di non avere fatto in modo corretto il nostro lavoro di genitore o di insegnante».

Terzo e ultimo punto: il coinvolgimento. «Questi percorsi – sottolinea il professore – non si affrontano da soli o demandando ad altri: si affrontano insieme. È importante che il ragazzo o la ragazza vada in cura, ma anche che l’adulto inizi un percorso di cura e di crescita. Serve la disponibilità a mettersi in discussione accettando di intraprendere un percorso dinamico di cura e crescita».

«La battaglia per il miglioramento della salute mentale – conclude Sani – è una battaglia di salute pubblica, a cui è necessario partecipare in maniera coesa. È importante che noi clinici lavoriamo di concerto con le famiglie, le scuole, le parrocchie, i centri sportivi». Nell’epoca dell’individualismo esasperato, nessuno si salva da solo. 

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