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Altro che giovani: i veri lanzichenecchi sono i boomer

Tralasciamo per un istante la disavventura del povero Alain Elkann, disturbato, a suo dire, da un’orda di giovani «lanzichenecchi» diretti al mare mentre leggeva Proust e la grande stampa internazionale sul treno che lo conduceva a Foggia.

Tralasciamo anche l’ilarità che le doglianze del padre del proprietario di Repubblica hanno suscitato sui social e le riflessioni profonde che hanno destato persino all’interno di quello che un tempo era il quotidiano simbolo del progressismo italiano. Approfittiamo, invece, della vicenda per compiere un’analisi significativa sul futuro che attende le nuove generazioni. 

Partiamo col dire che non c’è opinionista o intellettuale peggiore di colui che si è dimenticato, da adulto, di com’era a quindici-sedici anni, con annesse bravate e zingarate da “Amici miei” tipiche degli adolescenti che tutti siamo stati, con la differenza che c’è chi ha l’onestà intellettuale di ammetterlo e chi no. 

Proseguiamo ricordando che il dramma delle nuove generazioni è il loro senso di abbandono, in una società che le ha private del domani dopo anni di studio e sacrifici, di fatto mettendo in discussione l’utilità stessa del famoso “pezzo di carta”.

E qui verrebbe voglia di approfondire un po’ pure il tema del cosiddetto “merito”, perché basta dare un’occhiata al numero inquietante di ragazze e ragazzi che ogni anno scappano dal nostro Paese, in cerca di un’occupazione all’altezza del loro livello di competenze e di una retribuzione degna di essere definita tale, per rendersi conto che da noi non si è rotto solo l’ascensore sociale ma proprio il patto fra lo Stato e la cittadinanza. 

Diciamo ancora che aveva ragione Celentano, secondo cui «chi non lavora non fa l’amore», il che spiega, almeno in parte, sia il calo complessivo dell’attività sessuale fra i giovani sia il crollo demografico cui stiamo assistendo, in una Nazione che non offre alle nuove generazioni di genitori un supporto adeguato: pochissimi asili nido, una scuola elementare in cui il tempo pieno non è garantito ovunque, carichi di lavoro che rendono pressoché impossibile l’accudimento dei piccoli e la benevolenza, e spesso i soldi, dei nonni come unica forma di welfare disponibile, con l’auspicio che un giorno questi ultimi non debbano scegliere se curarsi o farsi carico dei nipoti. 

A ciò aggiungiamo la fastidiosissima sequela di prediche da parte di coloro che, invece, hanno avuto la fortuna di nascere negli anni del boom economico: gli editorialisti dei principali quotidiani italiani, gli opinionisti più gettonati in tv e certi autori di bestseller, ad esempio, i quali accusano i ventenni di oggi di non avere abbastanza grinta, passione e spirito di sacrificio e di non essere disponibili a fare i camerieri d’estate anziché andarsi a divertire a Ibiza o a Foggia, per la dannazione del povero Elkann!

Peccato che omettano di dire che un tempo studiare, fare sacrifici, mettere da parte qualche soldo e stringere i denti per alcuni anni erano garanzie di un futuro successo, con la possibilità di sposarsi, avere figli, comprarsi un’automobile e una casa e ottenere un lavoro di qualità, con tutele e diritti, sul quale poter contare per il resto della vita. 

Infine, se non è troppo ardito ricordarlo, facciamo presente che alle nuove generazioni è stato lasciato in eredità un debito pubblico devastante, un sistema pensionistico che non garantisce altro che una vecchiaia misera (sono le conseguenze dell’abolizione del retributivo) e un tessuto sociale in cui non esistono più né partiti né sindacati, al punto che ormai trionfano i “non-luoghi” del consumismo sfrenato ben descritti dal compianto Marc Augé. E fra questi non-luoghi possiamo annoverare anche gli smartphone, ultimo rifugio di generazioni lasciate in preda al disincanto e alla solitudine. 

Chi si prende cura di loro? Chi prova non solo ad ascoltarli ma, più che mai, a renderli protagonisti? C’è qualche partito che pensa di valorizzarli o anche a sinistra sono considerati alla stregua di «lanzichenecchi»?

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