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Viaggio a Corviale: “Questo posto è una bomba sociale”. Ma il Governo lo esclude dal Pnrr

«Abbiamo scritto al prefetto. Abbiamo scritto al ministro dell’Interno. Abbiamo scritto al sindaco. Abbiamo scritto all’Ater. Abbiamo scritto alla Regione. È venuto il Papa. È venuto Mattarella. È  venuto Zingaretti. So’ venuti tutti. Ma gli ascensori continuano a non funzionare. Ma la sicurezza è sempre più un’illusione. Che deve succedere perché qualcuno si renda conto che, così com’è, Corviale è una bomba sociale pronta ad esplodere?».

Siamo nella periferia sud-ovest di Roma, in uno dei complessi di edilizia popolare più famosi d’Europa. Lo sfogo che avete appena letto è firmato dall’associazione Corviale Domani, costituita da cittadini convinti che questo posto sia uno specchio di tutto ciò che in Italia non funziona per colpa dell’incapacità di portare a compimento progetti potenzialmente positivi. 

È così da quarant’anni. Inesorabilmente. E la cronaca delle ultime settimane lo conferma in modo drammatico. Nel Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, tra i fondi destinati ai Piani urbani integrati, erano previsti anche una cinquantina di milioni di euro per la riqualificazione di Corviale. Ma nella nuova versione del Pnrr riscritta dal Governo Meloni quelle risorse non ci sono più. Ufficialmente il progetto di riqualificazione resta in piedi, ma i soldi bisognerà trovarli da qualche altra parte.

«Questa è pura follia», sbotta Pino Galeota, presidente di Corviale Domani. «Gli interventi erano previsti da più di un anno. Ora chi li pagherà?». 

Il Pnrr, peraltro, era solo uno dei canali di finanziamento per le numerose opere di rigenerazione urbana programmate per questa zona: in ballo ci sono anche fondi statali e regionali per circa 80 milioni di euro complessivi.

Malgrado i disagi che comporta vivere qui, l’associazione Corviale Domani è radicalmente contraria all’ipotesi che le oltre 1.200 case popolari del complesso vengano demolite: prospettiva tornata d’attualità negli ultimi mesi con l’elezione del meloniano Francesco Rocca a presidente della Regione Lazio, che gestisce gli alloggi tramite Ater Roma. «Buttare giù tutto non solo sarebbe impraticabile dal punto di vista dei tempi e dei costi, ma significherebbe anche mandare in fumo tutti quei soldi già assegnati», fa notare Galeota.

Una piccola città
Qui a Corviale ogni anno arrivano architetti da tutto il mondo: osservano e prendono appunti. A lasciarli a bocca aperta è in particolare “il Serpentone”, il più imponente dei tre edifici in cui è articolato il complesso. Lo chiamano così perché è alto 30 metri e lungo un chilometro. Se non l’avete mai visto, provate a immaginarvelo: un condominio di nove piani lungo quanto dieci campi da calcio messi in fila. Mastodontico. 

Parallelo al Serpentone, a cui è collegato tramite alcuni ponti, corre un secondo blocco, anch’esso lungo un chilometro ma più basso: in alcuni punti cinque piani, in altri tre. Staccato dai primi due stabili – e ruotato di 45 gradi rispetto a questi – c’è il terzo edificio, la “trancia H”, lungo 250 metri e alto una ventina. 

Tra pensionati indigenti, disoccupati, famiglie in difficoltà economica e inquilini abusivi, qui vivono quasi 5mila persone: come un piccolo paese. E in effetti il progetto originale – firmato negli anni Settanta dall’architetto romano Mario Fiorentino – era proprio quello di dar vita a un nuovo modello abitativo, concentrando in un unico stabile appartamenti, negozi, uffici, e affiancandovi servizi di prossimità come scuole, ambulatori, un anfiteatro all’aperto: nelle intenzioni del suo ideatore, avrebbe dovuto rappresentare una moderna alternativa rispetto alle periferie capitoline ridotte a “quartieri dormitorio”. 

Fiorentino morì di infarto nel dicembre 1982, due anni prima che la costruzione del Serpentone terminasse. Non fece in tempo a veder nascere la sua ambiziosa creatura. Ma ciò che accadde dopo non gli sarebbe piaciuto.

Il cantiere non era ancora concluso che già i primi alloggi – destinati a famiglie in difficoltà economiche – furono occupati abusivamente da chi non ne aveva diritto. I negozi e i servizi che in base al progetto originale avrebbero dovuto affiancare le abitazioni non si sono mai visti. 

Solo negli ultimi anni, grazie anche alla perseveranza di comitati e associazioni della zona, qualcosa è migliorato, con l’apertura, nei dintorni del Serpentone, di un centro culturale (il Mitreo), una scuola, una ludoteca, un centro sportivo, un poliambulatorio Asl e un presidio della Polizia municipale.

‘Na chiavica
Provenendo da via Portuense, si riesce a scorgere all’orizzonte il blocco grigio squadrato di Corviale anche da due chilometri di distanza. La gigantesca costruzione in cemento armato segna quasi il confine tra città e campagna. Come fosse una barriera eretta per tentare di limitare l’espansione urbanistica di Roma: a est del palazzone si stende la metropoli d’asfalto; a ovest solo verde incontaminato, con i quasi mille ettari di riserva naturale della Tenuta dei Massimi. 

Avvicinandosi ai casermoni, imboccando via Poggio Verde, la prima cosa che si nota è un enorme murale dipinto sul lato corto del Serpentone: è il più alto di tutta Roma. Si intitola “Icarus” ed è una metafora sull’essere umano artefice della crisi climatica. Raffigura due donne: una ricoperta di olio che precipita nel vuoto; l’altra che invece lotta, riuscendo a divincolarsi e a ritrovare la libertà volando. È opera di una street artist olandese, Jdl (Judith de Leeuw), ed è stata inaugurata lo scorso febbraio.

«Tutto molto bello, per carità. Peccato che siano già stati stanziati i fondi statali per fare il cappotto termico sull’edificio». Che significa? «Che il murale l’anno prossimo sparirà», chiosa amaro Angelo Scamponi, 80 anni portati alla grande, residente a Corviale dal 1986 e vera e propria memoria storica della zona. 

«Sono uno dei primi inquilini di queste case popolari. Quando, 37 anni fa, arrivai per la prima volta qui, pensai: “Questo non è un serpentone è ‘na chiavica”», sorride autoironico. «Ricordo che quasi tutti gli alloggi furono subito occupati. In molti, non so perché, si insediarono delle famiglie peruviane che li lasciarono in uno stato disastroso. Le cose qua non sono mai andate bene, devo dire».

Scamponi ha le mani tozze e gli occhi di una persona buona, ma se c’è da denunciare un’ingiustizia non si tira indietro. Alcuni anni fa, proprio per aver segnalato delle occupazioni abusive, è stato addirittura minacciato con la pistola da un vicino di casa. Un’altra volta gli hanno bruciato l’auto.

Secondo le stime di Corviale Domani, su 1.200 appartamenti sono circa una sessantina quelli occupati, ma ad essi vanno aggiunti altri cento locali abitati abusivamente lungo il quarto piano, quello che nel progetto di Fiorentino avrebbe dovuto essere adibito ai negozi. Appena un appartamento resta vuoto, ad esempio perché il suo unico inquilino muore, ecco che scatta subito l’ingresso degli abusivi. 

A gestire le occupazioni sono tre o quattro famiglie a loro volta residenti nello stabile: tutti qui sanno perfettamente chi sono, eppure il racket prosegue pressoché indisturbato. Al punto che viene il sospetto vi siano strane connivenze. «Una volta – racconta Scamponi – un alloggio è stato occupato da una famiglia con una donna incinta. Subito sono arrivate le forze dell’ordine che lo hanno sgomberato. Il giorno seguente però, è stato occupato da un’altra famiglia, che sta tutt’ora lì. A loro nessuno è venuto a mandarli via, chissà perché…». 

Dentro il Serpentone
Il Serpentone è diviso in cinque lotti, ognuno con un proprio ingresso. Addentrandosi nel primo, si ha immediatamente impatto con i disagi che comporta vivere qui: tre ascensori su quattro non funzionano. Un problema non da poco, per un edificio di nove piani abitato in gran parte da persone anziane.

«È così da sempre, li vengono a riparare e dopo poche ore sono rotti come prima», allargano le braccia esasperati tutti i residenti con cui parliamo. Il sospetto diffuso è che ci sia una sistematica opera di danneggiamento da parte di chi ha interesse a evitare che le forze dell’ordine possano intervenire tempestivamente ai piani alti dell’edificio.

Prendiamo le scale. E lo spettacolo non è dei più igienici: mozziconi di sigaretta, lattine vuote, polvere in quantità industriali, un escremento di cane e a tratti odore di urina. E poi una vera e propria invasione di piccioni, che evidentemente hanno nidificato nonostante le reti montate proprio per impedire loro di introdursi nella tromba delle scale. 

A ciascun piano, gli appartamenti si affacciano su un ballatoio che dovrebbe attraversare senza soluzione di continuità l’intero lotto, ma il camminamento è interrotto più volte da cancelli metallici che alcuni inquilini hanno montato abusivamente per evitare il passaggio davanti alla propria porta di casa.

Sporgendosi dai ballatoi e guardando verso il basso, si scopre che lo spazio interno racchiuso fra le due ali dello stabile è diventato una discarica a cielo aperto: sacchetti dell’immondizia, travi in legno, bottigliette di plastica, persino un materasso.

«C’è chi, pur di non scendere ai cassonetti, getta i rifiuti direttamente dal ballatoio», spiega Armando De Persio, 77 anni. «Il fatto è che questo palazzo è grande come un paese: avremmo bisogno di un sindaco solo per noi».

Sull’ultimo bilancio consuntivo disponibile sul sito di Ater Roma – ente commissariato dallo scorso novembre sotto il peso di un debito monstre – si legge che nel 2021 le spese per “manutenzioni varie, antincendio, riscaldamento e ascensori” sostenute dall’ente per l’enorme patrimonio immobiliare in sua gestione (tra cui appunto Corviale) sono state pari a oltre 9,3 milioni di euro, più del doppio rispetto ai 4,2 milioni del 2020. Nella relazione al bilancio è scritto che l’aumento è stato «fisiologicamente generato da una ripresa delle attività nei cantieri a livello nazionale nel 2021 dopo la nota emergenza pandemica».

Tuttavia l’incremento è circa del doppio anche rispetto agli anni precedenti: nel 2019 erano stati spesi 5,4 milioni e nel 2018 la cifra fu di 3,8 milioni. Secondo Ater Roma l’esborso crescente è «in linea con la politica aziendale di valorizzazione del patrimonio». Se è così, allora però viene il dubbio, almeno guadando Corviale, che quei soldi siano stati spesi non benissimo.

D’altro canto, va anche detto che l’Ater deve fare i conti con un numero imprecisato – ma di certo elevatissimo – di inquilini che non pagano il canone da anni, sebbene l’importo sia quasi simbolico (dai 7,50 ai 37 euro al mese, a seconda della fascia di reddito).

Questo è un luogo che era stato progettato per contenere tutto e nel quale, invece, non ha funzionato quasi niente. Le uniche forme di esercizio commerciale che hanno effettivamente trovato spazio sono quelle clandestine legate allo spaccio di droga: traffici che si svolgono in alcuni appartamenti occupati abusivamente tra il settimo e il nono piano e che qui tutti chiamano «le farmacie».

Una signora che preferisce restare anonima racconta un aneddoto che la dice lunga: «Stavo sull’autobus. Qua a Corviale c’è il capolinea. Alcuni ragazzi, prima di scendere, hanno chiesto all’autista: “Quanto ti fermi? Dobbiamo solo andare in farmacia e poi torniamo”. Ormai è una cosa conclamata, nemmeno provano a nasconderla…».

Corvialismo
Nonostante tutti questi problemi, Corviale genera un forte senso di appartenenza in coloro che ci vivono. «I miei figli fino a qualche anno fa si vergognavano a rivelare ai loro compagni di scuola dove abitano, oggi invece quasi lo rivendicano», racconta Aisling Pallotta, 48 anni, residente nel quarto lotto del Serpentone. «Qui c’è ancora un forte senso di comunità. Pensi che d’estate, quando siamo in casa, durante il giorno molti di noi lasciano la porta aperta, spalancata sul ballatoio».

Il problema è che queste persone si sentono abbandonate dalle istituzioni: «L’assenza della politica – prosegue la signora Pallotta – la avvertiamo soprattutto durante le campagne elettorali, quando arrivano continuamente candidati a fare promesse. Dopo le elezioni, invece, puntualmente, non si vede più nessuno».

Se il condominio versa in cattiva salute, fra sporcizia e delinquenza, gli appartamenti – visti dall’interno – sono in buono stato. Anche se ovviamente molto dipende dalla cura con cui sono tenuti dagli inquilini. Eulalia, 85 anni, primo lotto, ottavo piano, ci riceve con un sorriso largo e accogliente: «Io qui ci sto bene. Non farei cambio con nessun altro posto. Certo, se gli ascensori finalmente funzionassero…».

Davanti al Serpentone c’è un piccolo stadio di calcio con tanto di spalti e illuminazione. È nuovissimo, di un verde intenso come la speranza di cambiamento che, malgrado tutto, resiste. Il 26 febbraio 2022, per il taglio del nastro, arrivò qui il presidente della Repubblica Sergio Mattarella: «Oggi si inaugura non un campo da calcio, ma una prospettiva», disse.

Su quel prato – realizzato con 600mila euro di fondi statali più 50mila euro dalla Regione – non si pratica il gioco del pallone come lo conosciamo tutti, ma una sua declinazione più inclusiva: il calcio sociale. Uomini, donne, bambini, anziani, portatori di disabilità giocano insieme senza distinzioni; ad arbitrare le partite sono i capitani delle due squadre; e nessuno può segnare più di tre gol per volta. Lo chiamano il «campo dei miracoli».  

Nel 2018, invitato dal parroco Roberto Cassano, venne a Corviale addirittura Papa Francesco, per celebrare una messa nella chiesa di San Paolo della Croce, situata all’imbocco di via Poggio Verde. Anche all’interno del Serpentone c’è un angolo dove si può pregare: è una cappella al quarto piano del primo lotto, la amministra don Gabriele Petreni: «Da fuori – riflette – non si percepisce quante persone vivono qui. Purtroppo il legame architettonico non ha favorito, come si sperava, i rapporti umani».

Piani di rilancio
A complicare un quadro già di per sé difficile, ci si mette anche la burocrazia. Sono passati ormai più di sette anni da quando il progetto di riqualificazione elaborato dall’architetta vicentina Laura Perretti ha vinto il concorso “Rigenerare Corviale”, bandito da Ater Roma, eppure i lavori non sono ancora iniziati (e nemmeno appaltati).

Il progetto – che vale circa 20 milioni di euro – prevede una trasformazione radicale dell’area: gli ingressi del Serpentone aumenterebbero da cinque a ventisette e sarebbero realizzati nuovi servizi e spazi pubblici, oltre ad aree verdi e una grande piazza. Ma l’iter procede a rilento.

Sono invece già partiti da tre anni – e dovrebbero concludersi nel 2024 – i cantieri finanziati dalla Regione Lazio (altri 10 milioni di euro) al quarto piano del Serpentone, dove si stanno realizzando 103 nuovi alloggi. Poi ci sono i 60 milioni di euro di fondi statali per l’efficientamento energetico. I 50 milioni circa del Pnrr, invece, adesso sono a improvvisamente a rischio. 

Ma a che serve riqualificare, se tanto la Regione Lazio vuole demolire tutto? «Nel breve-medio periodo interverremo sulla manutenzione ordinaria e straordinaria», ha dichiarato tempo fa il governatore Rocca a Il Tempo, ma «nel lungo periodo, non certo esauribile in questa legislatura, anche con il Comune si è convenuto di porre fine a un’edilizia popolare che si sviluppi in verticale. Meno casermoni, più città-giardino. Corviale è abitato da circa 4.800 persone, una piccola cittadina, ma anche una cattedrale nel deserto che isola e allontana non sarà mai la nostra risposta al disagio sociale».

Dal Campidoglio, però, smentiscono di essere d’accordo: «Pensiamo che non si possa più immaginare un’edilizia popolare costituita da grandi concentrazioni di case popolari in periferia, ma siamo fortemente contrari all’ipotesi di demolizione di Corviale», mette in chiaro parlando con TPI l’assessore all’Urbanistica Maurizio Veloccia, ex vicecapo gabinetto in Regione Lazio sotto l’amministrazione Zingaretti.

«L’ipotesi di demolizione è stata vagliata più volte negli ultimi quarant’anni, l’ultima ai tempi della giunta regionale guidata da Renata Polverini: l’unico risultato è stato quello di perdere tempo e sospendere tutti i finanziamenti per i lavori di riqualificazione». Non solo: «L’abbattimento – aggiunge l’assessore – avrebbe anche enormi difficoltà di realizzazione a livello tecnico: stiamo parlando di un edificio di nove piani lungo un chilometro, dal quale bisognerebbero spostare 5mila famiglie».

Battaglia
Pino Galeota, presidente di Corviale Domani, è deluso, ma non perde mai la speranza: «Corviale è uno degli edifici più grandi d’Europa. Potrebbe essere un brand internazionale», osserva. «Noi abbiamo studiato, abbiamo fatto delle ricerche: questo posto ha delle potenzialità enormi, ad esempio come polo dell’economia circolare: lei pensi solo a quello che si potrebbe fare sfruttando il tetto più lungo d’Europa… Il problema è che non è mai stato gestito dalle istituzioni».

«Ora, se i soldi stanziati per la riqualificazione dovessero andare persi, qualcuno se ne dovrà assumere la responsabilità. Mi riferisco alla Regione, ma anche al Comune, che deve fare di più. In questi anni anche il centrosinistra ha dormito parecchio». Galeota promette battaglia contro l’ipotesi dell’abbattimento: «Faremo tutto quel che possiamo per evitarlo, magari anche ricorrendo alle vie legali. È una strada tecnicamente impraticabile, perché ci vorrebbero troppi soldi e troppo tempo. Ma se dovessero darle seguito – avverte – noi non staremo a guardare».

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