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Tottenham, campioni di sostenibilità: il modello Spurs mostra come anche il calcio può essere green

Il triplice fischio dell’arbitro ha sancito la fine della partita, e in un piccolo quartiere alla periferia nord di Londra i tifosi del Tottenham abbandonano il New White Hart Lane lasciandosi alle spalle il terreno di gioco e i novanta minuti di sofferenza ed emozione appena trascorsi. Quasi tutti hanno indosso ha una maglietta ufficiale del club, realizzata al 100% in poliestere riciclato.

Se hanno bevuto una birra, uscendo, lasciano in un contenitore apposito il bicchiere che gli è stato dato: è di vetro, verrà lavato e riutilizzato per la prossima partita in casa. Solo uno su quattro si dirige verso il parcheggio in cerca della sua auto, gli altri vanno verso le fermate dei mezzi pubblici oppure inforcano la loro bici, lasciata in una delle nuove rastrelliere appena installate intorno allo stadio, e si dirigono verso casa. A volte delusi per la sconfitta, altre volte contenti per la vittoria, ma sempre consapevoli che la loro passione ha un impatto ambientale altamente ridotto grazie all’azione e all’attenzione quotidiana del club per il quale fanno il tifo. Per il quarto anno consecutivo, infatti, il Tottenham ha vinto il premio come club più “green” della Premier League.

Un riconoscimento che gli è stato conferito da Sport Positive, ente del Regno Unito che incoraggia le comunità sportive ad aumentare le proprie azioni contro il cambiamento climatico. Gli attivisti valutano i club attribuendo un punteggio legato a diversi aspetti dell’impatto ambientale che le società possono avere, come la riduzione della plastica, l’utilizzo di energie rinnovabili, lo spreco di acqua o la comunicazione di messaggi ecologisti a tifosi ed appassionati. «Il Tottenham ha ricevuto i punteggi più alti nella nostra classifica grazie ai loro sforzi nelle categorie su cui raccogliamo le informazioni sui club, li applaudiamo in particolare per aver fornito a tutti i loro giocatori un’accurata formazione sul clima», ha dichiarato Claire Poole, fondatrice di Sport Positive.

Quest’anno, con un punteggio di 24 su 25, gli Spurs condividono il primato con il Liverpool, ma negli altri anni hanno dominato questa speciale classifica in solitaria. Merito di scelte che il club ha implementato da molto tempo e che hanno permesso all’intera filiera del football made in North London di rendersi sostenibile. Partiamo dalla plastica. Allo stadio le cannucce sono in cartone, posate ed imballaggi sono di legno, mentre per i bicchieri è stato implementato uno schema di raccolta in tutte le aree di ingresso dell’impianto: il club ha accordi con due produttori britannici che dopo le partite li trasportano tutti in un centro alla periferia della City per lavarli e riportarli indietro puliti. Eventuali bicchieri di plastica monouso forniti nei giorni degli eventi sono completamente riciclabili, e per assicurarsi di inviare la minor quantità possibile di rifiuti in discarica, accanto ai bidoni è presente un operatore che aiuta i tifosi a scegliere il cestino corretto.

Lattine vuote, cartone, bottiglie di plastica e di vetro vuote vengono portati in un vicino impianto di recupero dei materiali a Edmonton, poche centinaia di metri più a nord rispetto a dove sorge lo stadio: lì i rifiuti vengono separati per produrre materiali poi imballati e inviati alle aziende più sostenibili, dove trovano nuova vita. La politica “plastic free” si applica anche ai calciatori, che durante le partite casalinghe bevono acqua dai cartoni anziché dalle classiche bottiglie e indossano maglie da gara e da riscaldamento con tessuto in poliestere riciclato.

E al centro di allenamento, un polo all’avanguardia che oltre ad aver messo al bando l’utilizzo di contenitori usa e getta è stato di recente disseminato con centinaia di alberi e decine di migliaia di nuove piante, siepi e fiori. «Nella nostra area protetta presso il Centro sportivo – si legge in un report del Club – abbiamo anche creato altri due stagni per la fauna selvatica, 25 casette per gli insetti e diversi alloggi per pipistrelli, per promuovere la biodiversità».

Spalti “green”
È sullo stadio, però, che il club ha concentrato i maggiori sforzi per ridurre il proprio impatto ambientale. L’organizzazione ha incoraggiato i tifosi a recarsi in bicicletta alle partite, aggiungendo nuove rastrelliere accanto ai parcheggi: una policy che ha portato il club vicino a raggiungere l’obiettivo di avere al massimo il 23% dei tifosi, circa 14.250 persone, che vanno a vedere la squadra giocare con la propria auto privata.

Una riduzione significativa visto che al vecchio stadio – utilizzato fino al 2017 – una media di 22.500 tifosi su 36mila guidava fino all’impianto. Sulla mobilità il Tottenham ha anche creato il programma “Cycle to Work” incoraggiando i membri del personale a spostarsi utilizzando mezzi di trasporto più sostenibili, ed ha messo a disposizione dei dipendenti una flotta di auto elettriche Audi e-tron per le attività quotidiane, con stazioni di ricarica disponibili in tutti i siti Spurs. Lo stadio è alimentato al 100% con energia rinnovabile certificata, con elettricità e gas carbon neutral fornita da Brook Green Supply, tra le principali aziende di fonti “verdi” del Regno Unito.

Le emissioni di anidride carbonica dello stadio sono circa il 50% in meno rispetto a un impianto vecchio di 10 anni, anche grazie ai materiali utilizzati per la costruzione, progettati per rendere l’ambiente altamente isolato e per ridurre le esigenze di riscaldamento e raffreddamento, mentre l’illuminazione a LED tiene basso il consumo energetico. Sotto attenzione anche il cibo che viene venduto al Tottenham Hotspur Stadium, con l’intera filiera a zero emissioni di carbonio: lavorando con l’azienda di catering Reynolds, le consegne vengono effettuate da un semirimorchio refrigerato con una motrice completamente elettrica, in cui il frigorifero funziona a energia solare.

Tutti i menu nei punti ristoro il giorno della partita includono opzioni vegetariane e vegane, e – quando possibile – vengono realizzati con prodotti di provenienza locale. I rifiuti del microbirrificio dello stadio vengono utilizzati per nutrire i maiali della Wicks Manor Farm, a meno di 50 miglia di distanza, che a sua volta funge da fornitore per i prodotti a base di carne di maiale venduti nell’impianto. Il cibo avanzato dagli eventi viene dato in beneficenza per la distribuzione locale.

Fatti e parole
Oltre alle iniziative pratiche, l’impegno del Tottenham verso il clima si manifesta anche attraverso diverse azioni formali, come la sottoscrizione di numerosi memorandum e accordi con associazioni e istituzioni: ad esempio il club è stato uno dei membri fondatori dell’iniziativa 10:10, che invitava privati, aziende, scuole e altre organizzazioni a ridurre le proprie emissioni del 10% in un anno. Gli Spurs si sono anche impegnati a dimezzare le proprie emissioni di carbonio entro il 2030 e diventare carbon neutral entro il 2040 aderendo anche alla campagna “Race to Zero” delle Nazioni Unite, che ha mobilitato 449 città, 21 regioni, 992 imprese, 38 tra i maggiori investitori globali e 505 università.

Nel 2021 è poi entrato tra i firmatari del quadro di azione per lo sport dell’Onu per il clima, che supporta e guida le organizzazioni sportive a livello globale per raggiungere gli obiettivi sul cambiamento climatico. L’iniziativa, chiamata “Sports for Climate Action”, invita le società a riconoscere il contributo del settore sportivo ai cambiamenti climatici e la loro responsabilità collettiva: firmando il Framework, il club ha dimostrato il proprio impegno a fare la propria parte per garantire che il settore sia sulla strada verso un futuro a basse emissioni di carbonio.

«Siamo profondamente consapevoli del ruolo che possiamo svolgere nell’affrontare la minaccia rappresentata dal cambiamento climatico, e abbiamo integrato la sostenibilità ambientale in tutto ciò che facciamo», afferma la direttrice esecutiva del club, Donna-Maria Cullen. «È estremamente importante – aggiunge – portare i nostri giocatori con noi in questo viaggio». Il Tottenham ha infatti tenuto corsi di aggiornamento sulla situazione climatica globale per i propri calciatori, conscio di poterne sfruttare l’enorme visibilità per lanciare messaggi positivi ai tifosi.

Ben Davies è stato uno dei giocatori della Prima Squadra maschile che ha preso parte alla formazione sulla sostenibilità: «Come giocatori – afferma – siamo pienamente consapevoli della mole di lavoro che il club sta svolgendo sul fronte della sostenibilità. La formazione ci ha dato una comprensione dell’impatto che una grande organizzazione come la nostra può avere sull’ambiente, e ci ha parlato anche dei modi in cui possiamo ridurre le nostre emissioni ed essere il più sostenibili possibile. Più siamo istruiti sull’argomento, meglio possiamo agire».

Esporsi così tanto su un singolo tema come ha fatto il Tottenham ha portato il club a dover avere sotto controllo ogni particolare appartenente alle realtà che vi orbitano intorno, perché ogni errore si ingigantisce quando sei considerato un’eccellenza in un determinato ambito. È così che due anni fa alcune associazioni ambientaliste tra le quali “Kick Out Coal” (“Diamo un calcio al carbone”) hanno preso di mira la società per colpa del suo main sponsor, che campeggia sulle maglie dal 2013: AIA. Una compagnia di assicurazioni con sede a Hong Kong che – secondo gli attivisti – detiene una partecipazione di almeno 3 miliardi di dollari in progetti riguardanti l’industria del carbone.

Diversi sponsor delle squadre di Premier League hanno “record” climatici terribili, tra cui Chevrolet, Etihad e Fly Emirates, rispettivamente partner di Manchester United, City e Arsenal.

Un calcio ai voli
Le squadre del massimo campionato di calcio inglese sono anche state duramente criticate dopo essere finite al centro di un recente studio realizzato dalla Bbc sui voli effettuati per garantire lo svolgimento di 100 partite giocate tra il 19 gennaio e il 19 marzo 2023: un totale di 81 tratte, la cui durata media è stata di 42 minuti.

Come se il Napoli prendesse l’aereo per andare a giocare in casa di Lazio e Roma. I voli producono gas serra dalla combustione di carburante, e soprattutto quelli nazionali di breve durata sono considerati tra le principali cause del riscaldamento globale, al punto che alcuni Paesi tra cui la Francia e la Svizzera li hanno messi al bando per legge se lo stesso tragitto può essere coperto agevolmente in treno.

Degli 81 spostamenti in esame, inoltre, 37 sono stati “voli di posizionamento”, ossia viaggi fantasma in cui l’aereo si è mosso con a bordo soltanto l’equipaggio per farsi trovare nell’aeroporto stabilito dalla società per la partenza. I club della Premier League (e non solo) hanno viaggiato in questo modo per anni, scegliendo l’opzione più rapida per offrire ai giocatori e allo staff più tempo per prepararsi e recuperare tra una partita e l’altra, mente il calendario degli incontri di anno in anno è diventato sempre più denso. La peggiore in questo senso è stata l’Aston Villa, con 22.419 miglia aeree percorse, quasi 3mila chili di CO2 a passeggero – in media 30 tra giocatori e staff – e 87,6 tonnellate di emissioni rilasciate. Subito dietro il Leeds e il Manchester United. Ultimo il Leicester, con “soltanto” 564 miglia percorse.

Messi alle strette, i vertici del calcio inglese hanno riconosciuto «la necessità di agire sul cambiamento climatico» e si sono impegnati «a ridurre l’impatto climatico complessivo». Un portavoce dell’Arsenal ha dichiarato: «I voli nazionali a volte sono una necessità basata sul benessere dei giocatori e sulle esigenze operative. La necessità di volare spesso dipende dall’ora del calcio d’inizio, e dall’affidabilità dei metodi di trasporto alternativi».

Il Nottingham Forest, uno dei pochi club che ha condiviso per intero i propri dati sui voli con la Bbc, ha fatto sapere di aver fatto ricorso ai voli in soltanto quattro delle 23 trasferte di questa stagione, aggiungendo che il club avrebbe utilizzato sempre «il treno o l’autobus a meno che non ci siano evidenti ragioni logistiche e sportive per non farlo».

Un recente studio dell’istituto statistico InfoGr8 ha stimato che le partite pre-stagionali dell’ultima edizione della Premier League abbiano comportato l’emissione di quasi 20mila tonnellate di carbonio, che equivalgono al tenere riscaldate 2.400 abitazioni per un anno intero. La scorsa stagione, 19 squadre su 20 si sono recate all’estero per le amichevoli precampionato, prevalentemente focalizzate sul raggiungimento delle loro fanbase all’estero e sulla capitalizzazione delle opportunità di marketing che si trovano in destinazioni come Stati Uniti, Cina e Giappone.

L’impatto ambientale di questa abitudine è colossale e la conclusione inevitabile è che l’unico modo per ridurre veramente l’impronta di carbonio del pre-season è ridurre drasticamente la sua portata geografica. In un match amichevole giocato il 17 luglio 2022 a Baltimora tra Everton e Arsenal, due squadre inglesi che hanno deciso di affrontarsi nel Maryland per motivi commerciali, ha prodotto da solo 1.655 tonnellate di CO2, oltre 3,5 volte le emissioni associate a una singola stagione di Premier di un club.

Sostenibilità di Serie A
Se fino a cinque anni fa i problemi principali per le società calcistiche oltre l’aspetto tecnico erano l’inclusione sociale e la lotta alla xenofobia, adesso il mondo del calcio ha iniziato a comprendere il valore della questione ambientale aggiungendolo alle sue priorità. Anche in Italia, dove un’analisi di Community Soccer Report, ente che collabora con sponsor, club e federazioni per ispirare il cambiamento evidenziando il ruolo della responsabilità sociale applicata al calcio, ha individuato le migliori iniziative relative alla sostenibilità riscontrate nei club di Serie A.

La Juventus e il Milan sono le società più precise dal punto di vista formale: entrambe presentano un bilancio di sostenibilità nel quale descrivono il proprio approccio nei confronti dell’ambiente, monitorando il proprio impatto e agendo in diversi ambiti. Il club torinese ad esempio fornisce una annuale rendicontazione della propria carbon footprint, acquista energia elettrica proveniente da fonti 100% rinnovabili certificate, ha una propria strategia per la gestione, riduzione e riciclo dei rifiuti prodotti e ha fatto partire un programma di compensazione che prevede la piantumazione di 200 alberi per ogni rete segnata in stagione.

Pur non avendo una strategia organica come quelle di Milan e Juve, l’Udinese ha sviluppato un interessante progetto chiamato ‘Stadio CO2 free’, una strategia composta da diverse iniziative che puntano al raggiungimento delle zero emissioni per la Dacia Arena. Sulla riduzione dell’impatto climatico sono da menzionare Cagliari e Genova, che hanno abbandonato le plastiche mono uso in tutte le loro strutture. I liguri hanno anche avviato un progetto pilota per implementare la gestione dei rifiuti prodotti durante le partite.

Il Bologna si è attivato con diverse soluzioni per il centro sportivo: pannelli fotovoltaici per l’autonomia energetica e un impianto di cogenerazione, che fornisce sia elettricità che calore, garantendo una migliore resa energetica rispetto alle due produzioni separate.

Stesso discorso per la Roma, che ha fatto anche installare colonnine per la ricarica di veicoli elettrici nel suo polo di allenamento. Inoltre i giallorossi seguono da diverse stagioni il programma ‘Easy Mobility’, con servizi dedicati e sconti per facilitare lo spostamento dei tifosi per le partite casalinghe. Quest’ultimo è uno dei fattori che incide maggiormente sull’inquinamento legato alla filiera dello sport.

Secondo Life Tackle, partner Figc e progetto internazionale co-finanziato dall’Ue che mira a migliorare la gestione ambientale delle partite di calcio, l’impronta sull’ambiente di una squadra che gioca le coppe europee e porta quarantamila tifosi allo stadio è per il 15% generato dal food and beverage dello stadio, per il 35% dall’energia e per il 40% dalla mobilità di chi va a vedere le partite.

Il peso di questa voce si intensifica quando gli spostamenti avvengono in aereo. Un dato che va a scontrarsi con le recenti politiche del calcio mondiale, sempre più incline ad aumentare le gare internazionali, con mete che squadre e appassionati possono raggiungere soltanto in volo.

Dopo l’Europeo itinerante dell’estate 2021, dalla scorsa stagione le partite delle fasi a gironi sono aumentate del 20% con l’introduzione della Conference League, e lieviteranno al 55% con la nuova Champions nel 2024. «È vero che più giochi, peggiore è il tuo impatto ambientale – riconosce Tiberio Daddi, direttore del profetto Life Tackle – ma non si risolve il riscaldamento globale smettendo di giocare.

L’obiettivo dello sviluppo sostenibile è aumentare il volume degli affari e parallelamente ridurre l’impatto ambientale. Come in ogni industria, va considerato quanto si inquina in relazione alla produzione, non solo l’inquinamento in generale».

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