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Rione Sanità e il vicolo della cultura: risorgere con la bellezza

«Uno Stato giusto ha prima di tutto il dovere di difendere i più deboli, una politica coraggiosa, uno Stato serio, devono essere capaci di mettere la faccia soprattutto sulle cose che sembrano difficili da risolvere, assumendosene la piena responsabilità. Serve la fermezza dello Stato contro la criminalità, l’illegalità, la droga. Questo territorio sarà radicalmente bonificato e vi assicuro che vedrete presto i frutti di questa visita del Governo oggi su questo territorio», queste parole le ha pronunciate la premier Giorgia Meloni in una recente visita a Cairano, comune partenopeo in cui si sono consumati gli stupri del ‘branco’ di due bambine di 11 e 12 anni.

Ma quanto forte può essere la mano dello Stato, quanto radicale può essere l’intervento dello Stato contro criminalità, violenza, illegalità in territori, in società – come quelle di queste terre – che da sempre non hanno potuto assaporare altro che amarezza, indifferenza e senso di inferiorità? Esiste davvero un modo per cambiare le cose se è l’”alieno”, l’estraneo, a voler insediarsi improvvisamente in un sistema blindato pensando di rovesciare il mondo da un giorno all’altro?

Il modello societario di alcune realtà è frutto di una cultura e di una visione che non prevede alternative. Persone che per decenni hanno dovuto credere che l’unica vita possibile è quella affidata alla criminalità, alla violenza o – nel migliore dei casi – al subire soprusi senza alzare la testa.

Esiste invece, sempre, un altro volto, un’altra città, un altro modo. Un meraviglioso ecosistema di persone che sanno, che vivono e provano le stesse emozioni ma che sono pronte e capaci di dimostrare che il bello, la bellezza, la cultura, possono cambiare le cose. Entrando in punta di piedi e con lo sguardo pulito nelle vite degli altri.

Ne è un grande esempio quanto fatto da Opportunity Onlus, una piccola realtà di volontari che oggi a Napoli è ormai conosciuta. Ce lo racconta Maria Prisco, volontaria e ideatrice del “vicolo della cultura”.

Nel 2014 quattro ragazzi napoletani giovanissimi iniziano a darsi da fare per aiutare le persone in difficoltà con tutti i mezzi possibili: «Durante l’emergenza rifiuti scendono in strada per raccogliere i sacchetti, accompagnano a lavoro o all’università le persone in attesa di bus che non passano mai. Iniziano a diventare attivi per la comunità», spiega Maria.

Davide D’errico e Pasquale Pennino fondano l’associazione che oggi ha il nome di “Opportunity Onlus”. Insieme ad altri ragazzi nel 2018 prendono il primo bene confiscato alla camorra nel rione Sanità a Napoli.

Ubicato a nord della città, tra il Museo Archeologico di Napoli e la collina di Capodimonte sormontata dal palazzo, Rione Sanità fu edificato attorno all’asse di Via Sanità alla fine del XVI secolo per estendersi fino alla zona dell’Ospedale San Gennaro detto dei Poveri su un precedente sito greco-romano deputato a luogo di sepoltura. Il rione inizia ad essere edificato a partire alla fine del XVI secolo, in una valle inizialmente destinata ad accogliere importanti famiglie nobiliari e facoltosi borghesi della città. Nel XVIII secolo le sue strade diventarono il percorso della famiglia reale dal centro della città alla Reggia di Capodimonte. I nobili gareggiarono quindi per costruire i palazzi barocchi, ancora oggi tra i più stupefacenti di tutta Napoli e forse d’Italia. Quando il governo napoleonico di Gioacchino Murat fece costruire il ponte della Sanità, che permette di non dover più scendere nella stretta e scoscesa valle, la Sanità decadde e divenne per molto tempo uno dei quartieri più isolati della città. I palazzi nobiliari si trasformarono in case popolari e i pittoreschi banconi dei mercati si insediarono nei loro giganteschi portoni. Negli anni 2000 inizia la rinascita del quartiere, anche grazie ai progetti di rivalutazione del territorio che hanno portato un nuovo afflusso di turisti. Una trasformazioni sostanziale ma che non sempre coinvolge tutte le piccole arterie del quartiere o l’anima di chi ci vive.

Ma torniamo ai giorni nostri. L’associazione partecipa a un bando e lo vince, ottenendo l’assegnazione di un bene confiscato alla camorra situato il via Montesilvano. Il “basso” – in questo caso il bene confiscato – è la caratteristica abitazione fronte strada dei vicoli napoletani, è intitolato a Lucio D’Errico, il nonno di Davide, che venne ucciso dalla camorra nel 1993; vittima innocente ed estranea a qualsiasi logica criminale, ammazzato perché si era si era rifiutata di pagare il pizzo per il suo capannone di materiali elettrici a Ponticelli, nella periferia est di Napoli.

Quando i ragazzi prendono possesso del bene, non vengono visti di buon occhio dagli abitanti del quartiere. Loro, anche se napoletani, sono gli estranei. E il vicolo era sì in un quartiere rivalutato ma estremamente buio e di facile accesso per spaccio di droga.

«C’era molta diffidenza soprattutto verso lo “straniero”, ossia anche chi veniva da altri quartieri. Gli abitanti chiedevano la carta d’identità. I beni erano totalmente distrutti perché venivano utilizzati dalla camorra per affitti illegali agli immigrati. In questi bassi di pochi mq vivano decine di persone. Quando siamo entrati ci siamo chiesti come vivessero 40 persone in 30 mq e in condizioni igienico sanitarie inesistenti.
Quando entrammo accadde un episodio significativo: mentre inserivamo la chiave nella porta d’ingresso un bambino che abitava di fronte iniziò a chiamarci “ladri”. Perché stavamo aprendo un bene che non era nostro ma di suo nonno«, spiega Maria.

Col tempo quei beni sono diventati la più grande agenzia gratuita di servizi al territorio: «Siamo circa 40, ognuno con la propria competenza, abbiamo creato lo sportello psicologico gratuito per un primo accompagnamento. La terapia non era vista di buon occhio, secondo la credenza che “ci vanno i pazzi dallo psicologo”. Quindi all’inizio è stato molto difficile. Dopo i primi mesi di totale diffidenza, in cui le psicologhe restavano sole, sono arrivati i primi bimbi con le mamme. Si tratta di situazioni familiari in cui, in media, ogni famiglia ha almeno una persona in carcere. Pur portando dei servizi che lì non venivano capiti, piano piano la gente si è aperta e ci ha visto come una seconda famiglia».

Insomma, entrare in questi luoghi che vivono come mondi sospesi non è semplice, ci vuole rispetto, umiltà e sensibilità. Ma anche amor proprio e fiducia: «Uno dei giorni in cui stavamo pulendo per l’inaugurazione arrivò proprio il boss del quartiere dicendoci: “questi beni sono di mia moglie e di mia figlia, non sono i vostri”. La nostra risposta fu: “lo sappiamo, ma non sono neanche i nostri, stiamo restituendo questi beni alla comunità, al bambini di fronte. Non siamo i padroni di questi beni, come non lo siete nemmeno più voi. Ma stiamo restituendo questo ai bambini che meritano qualcosa di diverso”. Siamo entrati molto in punta di piedi, abbiamo reso molto partecipi gli abitanti dei quartieri. Anche quando abbiamo messo per la prima volta la lavagnetta con i corsi di teatro e di dopo scuola. Le prime volte non è arrivato nessuno, poi 3 bambini che hanno iniziato a parlarne a scuola e oggi ne sono 40. Dopo cinque anni siamo arrivati a 40, e nemmeno ce la facciamo più perché i beni sono piccoli. Parlare di camorra con gli stessi figli e nipoti dei camorristi non è stata una cosa semplice, abbiamo dovuto modificare il nostro linguaggio».

Ma alle volte basta poco per innestare la scintilla del cambiamento: «Quando abbiamo iniziato a ristrutturare nessuno ci salutava, poi un episodio ha cambiato le cose. Abbiamo chiamato un artista a dipingere Totò sul legno, quando l’artista è arrivato e abbiamo attaccato il Totò sul muro, le persone hanno iniziato a guardarci diversamente. È stato il collante tra queste due realtà. Soprattutto gli anziani hanno iniziato a raccontarci degli episodi legati all’attore. Totò lì è una specie di santo. Il nostro vicolo è prospiciente la casa di Totò, dove lui viveva da piccolo. A Napoli ci sono dei personaggi intoccabili che creano sinergie tra persone diverse».

E così è nata una piccola magia che ha abbassato le difese e fatto sì che si creassero ponti. «Tante persone non sanno nemmeno che esiste un’alternativa a quello che vedono. Devono sapere che c’è altro oltre allo spaccio, alle rapine, al carcere. Noi abbiamo mostrato un’altra realtà. Abbiamo iniziato leggendo favole e poi con la scrittura creativa. Mi ricordo che le primissime volte una bambina ha pianto e noi non capivamo il motivo. E lei ci disse che mai nessuno le aveva letto una favola, era una bambina di 6 anni. Noi restammo stupiti perché non avevamo fatto nulla. Ai bambini fortunati vengono lette le favole, e invece quella non è la normalità. In realtà noi ci siamo conosciuti, reciprocamente. Quasi tutti i bambini del quartiere partecipano ai nostri corsi e ormai per i bambini del veicolo, quei beni confiscati sono diventati una seconda casa. Ci chiamano quando trovano chiuso. Abbiamo bambini che sono entrati a 5 anni e oggi ne hanno 15. Sono cresciuti in quei beni. Soprattutto è bello vedere come dicono con orgoglio dove abitano».

In questi anni è nato anche il “vicolo della cultura”, ideato e voluto dai volontari su incitamento proprio dei bambini: «Quando abbiamo deciso di creare il vicolo della cultura fu perché un bambino ci disse: “Bello dentro, però fuori questo vicolo fa schifo. Il vicolo era ancora molto buio. Il rione Sanità oggi è un bel rione rispetto a prima, è diventato quasi un brand grazie anche alle catacombe. Ma quel vicolo non lo conosceva nessuno. Quando il bambino ci chiese di essere accompagnato a casa, decidemmo che dovevamo fare qualcosa in più. Dovevamo far vedere a quei bambini che la bellezza avrebbe salvato quel territorio. Abbiamo creato così il vicolo della cultura».

I ragazzi dell’associazione hanno quindi illuminato il vicolo e abbellito con murales e colori. «A Napoli ci sono le edicole votive con i santi, che nacquero per illuminare la città. Su questo concetto abbiamo fatto delle nuove edicole, che al posto dei santi hanno i libri e al posto delle candele hanno una luce ecologica. E poi abbiamo colorato il vicolo, abbiamo messo opere di street art ovunque. Quando a quei bambini viene chiesto dove abitano loro dicono: “nel vicolo della cultura”. E per noi quello è il massimo che potessimo raggiungere».

Sempre col tempo e con grande attenzione ai rapporti umani, le persone del vicolo sono state coinvolte grazie a un progetto unico nel suo genere: il teatro dai balconi. «Non abbiamo un teatro, gli spazi sono angusti. La compagnia teatrale con cui collaboriamo ha deciso di trasformare il vicolo in un teatro. Inizialmente pensavamo che nessuno ci facesse entrare in casa loro. Invece le persone aspettano con ansia il momento dell’esibizione dai balconi, per loro è il riscatto. I nostri bambini fanno cultura, per loro è davvero un’alternativa alla strada. C’è la carnalità: ti offro casa mia. Questo contrasto tra diffidenza iniziale e fiducia incondizionata è la vera magia. Non saremo noi a eliminare la camorra da casa delle persone, ma almeno mostriamo che esiste anche altro. Per il futuro c’è l’idea di continuare con i nostri corsi in quel vicolo e di crescere, di portare la bellezza e la nostra esperienza in altri quartieri. Napoli ne ha bisogno e forse anche noi».

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