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La sinistra e la pace impossibile: per porre fine al conflitto bisogna prima trovare un’intesa comune sulla parola guerra (di G. Gambino)

“Dobbiamo poter tornare a parlare liberamente di pace”. Con queste parole la segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, dal palco della festa nazionale dell’Unità di Ravenna ha rotto l’argine intorno al quale si erano celate le ambiguità, gli equivoci, i non-detti sul tema più scottante e divisivo interno all’anima della sinistra. La guerra, l’invio delle armi a Kiev, la difesa del popolo ucraino fino all’ultimo miglio, la necessità di trovare una mediazione e possibilmente la fine del conflitto.

Così, mentre gli Usa pensano di inviare all’Ucraina armi all’uranio impoverito (oltre alle già note bombe a grappolo), impiegate negli anni dell’Iraq e dell’ex Jugoslavia (sotto l’egida della Nato), quelle stesse denunciate dal generale Vannacci a sostegno dei militari che ne hanno subito le conseguenze sulla propria pelle, e che gli hanno causato qualche problema alla Difesa, cresce in Europa la domanda per la fine del conflitto.

Non tutti i Paesi membri, Germania in testa e non solo, sono disposti ancora a seguire pedissequamente gli Stati Uniti in questa crociata che ormai si è rivelata per ciò che è: il dovere di ribadire la supremazia della sovranità e della libertà rispetto alle ambizioni di un aggressore quale che sia, certo, ma anche la legittima seppur strettamente personale scalata a stelle e strisce per porre, “for good”, ai margini dell’ordine mondiale russi e satelliti vari.

Guardando alla prospettiva di casa nostra, il rischio per la sinistra è che anche su questo campo sia invece la destra ad arrivare prima e a marcare un territorio la cui bandierina ha sempre sventolato rosso: non a caso, il ministro degli Esteri Antonio Tajani e anche quello della Difesa Guido Crosetto si sono recentemente esposti nel dire che non possiamo seguire in eterno gli Usa, la cui subalternità rischia di farci scivolare in una rete di interessi che non ci appartengono, che non sono i nostri, e che difficilmente sarebbero spiegabili nel lungo termine anche a un elettorato fulminato sulla via di Washington per sola appartenenza Meloniana.

E la sinistra cosa fa? Le parole iniziano a esserci. I fatti ancora no. Meglio di niente. Ma se non si mettono da parte le resistenze di chi da sempre sposa la deriva bellicista, e se non si trova un’intesa comune sulla parola guerra, così come l’opinione pubblica reclama da mesi, difficilmente la sinistra europea potrà tornare ad avere un’anima propria capace di intendere e di volere. Di farsi votare.

Fino ad allora, sino a quando non diventerà nuovamente di moda parlarne, la pace rimarrà senz’altro retaggio dei più deboli, e pertanto impossibile per definizione, poiché incapace di valicare gli interessi dei più forti.

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