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Se nel Pd c’è chi glissa sulla precarietà (di L. Telese)

E venne il giorno dell’opposizione preventiva al «referendum Landini». Preventiva, se non altro, perché di questo pacchetto emendativo ancora non si conosce il testo. Ciononostante, l’annuncio fatto a fine agosto in una intervista al Quotidiano Nazionale dal segretario della Cgil ha già prodotto un curioso record: aver spaventato i politici (soprattutto di centrosinistra) prima ancora che siano stati formalmente presentati i quesiti. 

La levata di scudi di questi gironi era inimmaginabile. C’è persino nel Pd, dove la segretaria Elly Schlein ha aperto alla proposta del leader della Cgil («Condividiamo la forte preoccupazione sulla precarietà del lavoro in Italia, che ha toccato livelli assurdi. Seguiremo con grande attenzione le iniziative del sindacato»). Domanda: ha i suoi dirigenti con sé? 

Ecco perché è importante capire cosa è successo esattamente in questa estate, proprio poco prima della terribile strage ferroviaria che – per dirne una – ha riproposto il tema del subappalto.

Quando Landini ha annunciato (a sorpresa) la raccolta firme («Serve un referendum contro la precarietà»), spiegando che i consulenti giuridici della Cgil sono già al lavoro sui testi degli articoli per emendare le leggi che in questi anni hanno precarizzato il lavoro, l’immediata reazione a sinistra è stata quasi di sconcerto.

La prima legge nel mirino è il Jobs Act, la contro-riforma voluta da Matteo Renzi, e ovviamente il suo punto più controverso: l’abolizione dell’Articolo 18. Ma ci sono anche le tante norme stratificate negli anni, che costituiscono una vera e propria giungla di contratti flessibili. 

Era prevedibile l’opposizione strenua di Renzi, condita di veleno nei confronti degli ex compagni del Pd: «Cari Gentiloni, Pinotti, Lorenzin, Madia, Franceschini, Delrio, vi ricordate – ha detto Renzi – che voi eravate in Consiglio dei ministri in quei giorni? Cari Guerini e Serracchiani, vi ricordate che voi eravate i vicesegretari di quella squadra? Quale faccia indosserete per recarvi al seggio? Io un referendum l’ho perso, ma meglio quello che perdere la dignità».

Parole che per una volta sono in sintonia con quelle del fratello-coltello centrista Carlo Calenda: «Appoggiare il referendum contro il Jobs Act – ha tuonato il leader di Azione – è un grave errore del Pd. Non bisogna ingessare il mercato del lavoro!». 

Tuttavia, se l’opposizione dei terzopolisti si poteva mettere in conto, era molto meno prevedibile l’imbarazzo che si respira nel Pd, proprio tra i dirigenti “nominati” da Renzi, che non commentano o si mantengono “sulle uova” con grande difficoltà.

E considero sintomatica di questo malessere la risposta per me incredibile che, a domanda diretta, mi ha dato la vicepresidente del Pd Chiara Gribaudo (ex orlandiana, ex orfiniana, oggi in maggioranza, e persino ex coinquilina della Schlein).

Leggete con attenzione: «Che ci fossero delle parti critiche nel testo del Jobs Act lo avevamo messo già in evidenza in commissione, poi il Governo, come è noto, fece altre scelte… Ma questo testo è stato già emendato dalla Corte costituzionale… Noi avevamo evidenziato delle criticità sugli indennizzi dei licenziamenti collettivi, ma quelle parti sono state già messe nel cassetto dalla Corte!». E poi: «Il Jobs Act ha sette anni, è stato sostanzialmente superato dal mercato del lavoro, ma ha anche parti buone…».

Così le dico: «Sa che lei non sembra molto entusiasta di questa battaglia della Schlein?». E la Gribaudo, quasi fredda con lei: «La segretaria all’epoca non era nel Pd, ed era molto critica con le parti che la Corte giustamente ha emendato. Ma ormai quei temi sono superati…». La provoco: «E allora voti No».  Lei si arrabbia: «La battaglia di oggi è un’altra: il salario minimo». 

Il punto è che la Gribaudo votò, come quasi tutti i 250 parlamentari del Pd, quel testo, e ora si arrampica sugli specchi. E la verità è che su questo tema o ha ragione Landini o Renzi. O precarizzare era giusto o è sbagliato. Il resto sono solo supercazzole. Che però possono ammazzare nella culla il nuovo Pd, perché la stragrande maggioranza dei suoi elettori non ha dubbi.

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