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Il Governo dei peggiori: tutti i disastri di una squadra di ministri non all’altezza

Un anno fa di questi tempi le strade di tutte le città italiane erano tappezzate di manifesti elettorali con il volto in primo piano di Giorgia Meloni accompagnato da uno slogan rassicurante: «Pronti a risollevare l’Italia». 

Dodici mesi dopo, il Governo dei “patrioti” si avvicina alla sua seconda Legge di Bilancio frugandosi nelle tasche alla disperata ricerca di quattrini: mancano all’appello una ventina di miliardi di euro per far tornare i conti. Ma il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti lo ha già detto chiaro e tondo: «Non si potrà fare tutto».

Molte delle promesse che erano state sbandierate in campagna elettorale – dal superamento della Legge Fornero al taglio delle accise sui carburanti – resteranno incompiute anche per il 2024. Anzi, la presidente del Consiglio Meloni ha ordinato a ciascuno dei suoi ministri di ridurre le spese al minimo indispensabile. Torna l’austerity, dunque.

Nemmeno l’improvvisata tassa sugli extraprofitti delle banche – annunciata a sorpresa senza essere prima ragionata – aiuterà a fare cassa come si era inizialmente pensato. E non basteranno neanche i 3,5 miliardi di euro che si risparmieranno con l’abolizione del Reddito di cittadinanza (comunicata ai diretti interessati con un laconico sms di mezz’estate). 

La guerra ai poveri – che passa anche per l’ostinato No al salario minimo legale – è una delle poche battaglie identitarie realizzate fin qui dal Governo. Anche l’occupazione quasi totale della Rai – portata avanti in maniera ancora più avida rispetto ai precedenti esecutivi – procede come da programma nel solco della nuova «egemonia culturale» che la destra vuole imporre.

Si è invece infranta contro il muro della realtà e dei diritti umani l’idea di attuare il blocco navale per impedire ai barconi carichi di migranti di salpare dalle coste nordafricane (e intanto gli sbarchi sono più che raddoppiati).

Quanto al Piano nazionale di Ripresa e Resilienza, ci sono voluti dieci mesi di tempo prima di conoscere quali erano le modifiche a lungo invocate da Meloni in campagna elettorale: e così sono stati depennati dal Piano progetti per 16 miliardi di euro, tra cui misure di welfare e lotta al dissesto idrogeologico.

A proposito di dissesto idrogeologico, a più di centoventi giorni dall’alluvione in Romagna e nelle Marche, i cittadini di quei territori stanno ancora aspettando i soldi promessi dalla premier nella sua visita a maggio.

Eppure non è solo per la lunga lista di impegni traditi o per certi provvedimenti controversi che il primo anno del Governo Meloni merita una bocciatura. Ciò che più ha colpito in negativo è piuttosto l’inadeguatezza rispetto alla carica ricoperta messa in luce dalle parole e dalle azioni di molti dei suoi ministri.

Uscite a vuoto
Il polverone più recente lo ha sollevato Francesco Lollobrigida, delegato alla Sovranità alimentare, affermando che in Italia «spesso i poveri mangiano meglio dei ricchi»: tesi evidentemente ribaltata rispetto alla realtà dei fatti, come dimostrano decine di studi e statistiche (ma per averne conferma, basta farsi un giro in un qualsiasi discount).

Lollobrigida, che fra parentesi è anche cognato di Meloni, già in precedenza aveva messo a segno almeno un paio di uscite strampalate: prima aveva evocato la teoria complottista della «sostituzione etnica», poi aveva parlato di una fantomatica «etnia italiana» da tutelare.

Non solo: nei giorni del naufragio di migranti a Cutro una giornalista di Piazza Pulita aveva fatto notare al ministro che sulle dinamiche della tragedia non c’era chiarezza; la risposta di Lollobrigida era stata fra lo sprezzante e l’offensivo: «Le crea frustrazione questo?». 

Dopo la strage davanti alle coste calabresi, anche il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva rilasciato una dichiarazione ai limiti dell’irricevibile: «La disperazione non può mai giustificare condizioni di viaggio che mettono in pericolo la vita dei propri figli», disse il responsabile del Viminale, arrivando a rimproverare le vittime del naufragio per essere state imprudenti.

Un concetto simile, nella sostanza, a quello recentemente espresso dal compagno di Meloni, il giornalista di Mediaset Andrea Giambruno, a proposito delle ragazze che subiscono violenza sessuale: «Se eviti di ubriacarti e di perdere i sensi, magari eviti anche di incorrere in determinate problematiche perché poi il lupo lo trovi». 

Del resto, anche il presidente del Senato, Ignazio La Russa, preferisce puntare il dito contro le vittime. Lo scorso luglio, appena ha saputo che suo figlio Leonardo Apache era indagato per stupro, il co-fondatore di Fratelli d’Italia ha diffuso una nota in cui sottolineava: «Lascia oggettivamente molti dubbi il racconto di una ragazza che, per sua stessa ammissione, aveva consumato cocaina prima di incontrare mio figlio».

Il dossier più caldo
L’intera estate di La Russa è stata segnata da notizie che lo hanno messo in serio imbarazzo. Solo la ministra del Turismo Daniela Santanchè regge il confronto, indagata com’è dalla Procura di Milano per bancarotta fraudolenta e falso in bilancio. 

I pm meneghini vogliono vederci chiaro sulle disavventure finanziarie delle società Visibilia e Ki Group, riconducibili alla ministra. Agli atti dell’inchiesta, però, ci sono episodi che coinvolgono più o meno direttamente anche lo stesso presidente del Senato (il quale non risulta indagato).

La Russa, in qualità di avvocato, ha firmato alcune lettere per conto di Visibilia. E sua moglie ha realizzato, insieme al compagno di Santanchè, una maxi-plusvalenza a tempo di record che ha fatto drizzare le antenne a Bankitalia: nel gennaio di quest’anno i due hanno comprato una villa a Forte dei Marmi per 2,45 milioni di euro e appena 58 minuti dopo l’hanno rivenduta per 3,45 milioni. L’operazione è stata segnalata come sospetta alla Guardia di Finanza ed è stata inserita nel fascicolo d’inchiesta della Procura di Milano (nemmeno la signora La Russa, peraltro, è indagata).

Quanto a Santanchè, gli accertamenti sulle sue aziende riguardano anche una presunta truffa ai danni dello Stato: una dipendente di Visibilia avrebbe continuato a lavorare normalmente nonostante fosse stata messa – a sua insaputa – in cassa integrazione a zero ore. Se e quando arriverà il rinvio a giudizio, la ministra dovrà risponderne davanti ai giudici: staremo a vedere.

Intanto però, grazie ai voti della maggioranza, si è salvata dalla mozione di sfiducia presentata contro di lei dalle opposizioni.

Incompatibili
Ma le indagini giudiziarie in corso non sono l’unica ombra che pesa sulla figura di Santanchè. Quando ha giurato al Quirinale da ministra del Turismo, l’esponente di Fratelli d’Italia era ancora  socia del Twiga, l’esclusivo stabilimento balneare della Versilia: una posizione che la poneva in palese conflitto d’interessi.

Nel tentativo di scrollarsi di dosso le polemiche, a novembre dello scorso anno, circa un mese dopo la nomina nell’esecutivo, Santanchè ha ceduto le proprie quote societarie al suo compagno. Ma il conflitto d’interessi rimane, sebbene adesso sussista per interposta persona.

Inopportune, per lo stesso motivo, sembrano anche le cariche governative di Guido Crosetto e Marina Elvira Calderone. Il primo è ministro della Difesa nonostante sia stato per otto anni presidente di Aiad (l’associazione delle imprese dei settori aerospazio, difesa e sicurezza) e consulente di Leonardo.

Per due anni, inoltre, Crosetto è stato presidente di Orizzonte Sistemi Navali, joint venture tra Fincantieri e la stessa Leonardo. Appena nominato ministro, il co-fondatore di Fdi si è dimesso da tutte le cariche respingendo le accuse di incompatibilità fra la sua recente attività imprenditoriale e l’incarico alla Difesa.

Eppure lui stesso, un anno fa, alla vigilia delle elezioni politiche, ospite del TPI Fest a Bologna, aveva risposto a una domanda del nostro vicedirettore Luca Telese che non avrebbe fatto il ministro: «Mi sembrerebbe inopportuno, dato il mio lavoro», disse. Ma forse il suo era solo un depistaggio da campagna elettorale.

Analogamente, Calderone ora siede sulla poltrona di ministra del Lavoro benché dal 2005 al 2022 sia stata presidente del Consiglio nazionale dell’Ordine dei Consulenti del lavoro, incarico che nel corso degli anni l’ha vista presentare una serie di interpelli rivolti proprio al ministero che ora dirige.

Nominata da Meloni, Calderone ha pensato bene che fosse il caso di dimettersi dalla presidenza dell’Ordine. Peccato che il posto lasciato vacante sia stato occupato da Rosario De Luca, suo marito. Alla faccia della discontinuità.

Patrioti alla ribalta
Il familismo è un tratto caratterizzante dei fratelli d’Italia che hanno conquistato il governo: basti pensare ad Arianna Meloni, sorella maggiore della premier Giorgia e moglie del ministro Lollobrigida, recentemente nominata responsabile della segreteria politica di FdIi «Dio, patria, famiglia», d’altronde, è sempre stato il mantra della casa.

E intanto alla guida del ministero della Famiglia c’è Eugenia Roccella, un’ex attivista dei radicali rimasta folgorata sulla via dei pro-vita: «L’aborto – sostiene – non è un diritto: c’è una legge che garantisce la libertà alla donna di scegliere anche fino in fondo. Al massimo c’è un diritto di scelta, ma non un diritto ad abortire». La sua ricetta contro le violenze sessuali? Limitare la fruizione del porno ai minori. 

Un altro campione di dichiarazioni – diciamo così – scivolose è Giuseppe Valditara, ministro dell’Istruzione. Appena un mese dopo l’insediamento del Governo, se ne uscì con una riflessione che lasciò interdetta la platea del convegno di cui era ospite a Milano: «L’umiliazione è un fattore fondamentale nella crescita e nella costruzione della personalità». 

Valditara è lo stesso ministro che lo scorso febbraio aveva bollato come «del tutto impropria» la lettera contro il fascismo scritta dalla preside di un liceo fiorentino dopo che alcuni studenti erano stati pestati da un gruppo di ragazzi di estrema destra.

In materia di inciampi sul Ventennio, però, è Ignazio La Russa a non avere rivali. Ad aprile il presidente del Senato ebbe addirittura il coraggio di dichiarare, in un’intervista a La Repubblica, che «nella Costituzione non c’è alcun riferimento all’antifascismo».

Solo qualche settimana prima La Russa si era dovuto scusare pubblicamente per aver affermato che i nazisti uccisi dai partigiani in via Rasella a Roma nel 1944 erano in realtà solo «una banda musicale di semipensionati»: una clamorosa falsificazione della storia.

Intervenne anche Meloni, bollando l’uscita del collega come una «sgrammaticatura istituzionale»: un termine che curiosamente la presidente del Consiglio non aveva ritenuto di dover usare, invece, in precedenza, per il caso Donzelli-Delmastro, quando un deputato di Fdi (Giovanni Donzelli) aveva rivelato durante un dibattito a Montecitorio i contenuti di atti coperti da segreto di cui era venuto a conoscenza tramite il suo coinquilino sottosegretario alla Giustizia (Andrea Delmastro).

L’onorevole Donzelli, per la cronaca, è colui che una volta è andato in tv a difendere il collega di partito, nonché viceministro alle Infrastrutture, Galeazzo Bignami, criticato per una vecchia foto carnevalesca con indosso un’uniforme nazista: «Io mi sono vestito da Minnie a Carnevale, vuol dire che sono Minnie?», ha chiosato davanti alle telecamere il deputato ritenendo di poter chiudere così in modo definitivo la spiacevole vicenda.  

Donzelli viene da Firenze, una città speciale per i “patrioti”: secondo il ministro della Cultura Gennaro Sangiuliano, infatti, Dante Alighieri è stato «il fondatore del pensiero di destra» in Italia. Dalla Divina Commedia in giù, Sangiuliano ha fatto sapere di essersi «autoimposto», da quando è ministro, di leggere un libro al mese: una media non poi così eccezionale, gli è stato fatto notare.

Purtroppo però l’ex direttore del Tg2 non ha trovato il tempo di leggere i libri finalisti del Premio Strega 2023, di cui era membro della giuria. Lo ha candidamente ammesso lui stesso, incalzato da un’incredula Geppi Cucciari durante la cerimonia di consegna del premio: «Proverò a leggerli», ha detto. Salvo poi provare a rimediare così: «Sì, li ho letti perché ho votato, però voglio, come dire, approfondire questi volumi».

Opposizione dove sei?
Dunque, ricapitolando: il primo anno del Governo Meloni è stato scandito da gaffe a ripetizione, distorsioni della storia e della realtà, conflitti d’interesse, inchieste giudiziarie. Una mescolanza che dovrebbe agevolare il compito alle opposizioni, se solo queste sapessero sfruttare efficacemente le debolezze dell’avversario.

E invece i sondaggi elettorali continuano a dare ai partiti suppergiù le stesse percentuali di dodici mesi fa, con il centrodestra saldamente in vantaggio. Anche in questo caso, insomma, vale la vecchia massima teatrale di Aristodemo: «Se Atene piange, Sparta non ride». E intanto il popolo dell’astensione continua a crescere.

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